Le spese folli dei parlamentari italiani

La tasse aumentano, sempre più italiani non arrivano a fine mese, alle prese con Imu e accise. Tempo di sacrifici per salvare l’Italia e mentre il Paese cerca di far fronte alla crisi, per non finire come la Grecia, i parlamentari continuano a spendere e spandere. L’ultima spesa folle che ha fatto indignare, a ragione, il popolo del web è quella che riguarda le agendine. Palazzo Madama, come riportato da Libero, ha pubblicato un bando per la fornitura di ben 5mila e 200 agende da tavolo e 16mila e 800 tascabili per 315 senatori. Conti alla mano, ogni eletto ne avrà a disposizione circa una settantina. Il costo? 950mila euro, più Iva. Ma non è tutto. A questo si aggiunge anche il bando triennale, concluso lo scorso dicembre, per confezionare le agende degli onorevoli seduti a Montecitorio: oltre 3 milioni di euro, più Iva, per produrre 32mila e 800 agende per 630 deputati, ovvero 52 a testa. Ma nella serata di mercoledì arriva la precisazione dell’ufficio stampa della Camera sul numero di agendine realizzate che “per l’edizione 2012 sono state 21mila e non 32mila e 800, per una spesa complessiva, al netto dei ricavi delle vendite, pari a 107mila euro”.

Al di là dello scontro sui numeri, di questi tempi risparmiare qualche milione di euro di certo non salverà il debito pubblico, ma sicuramente sarebbe utile per far diminuire parte degli sprechi. Che, a quanto pare, continuano alla faccia dei cittadini-contribuenti. La questione delle agende con il logo di Camera e Senato è la classica goccia che rischia di far traboccare il vaso. Soprattutto in rete dove la notizia ha scatenato molti commenti indignati.

Il clima di questi giorni, quindi, rimane infuocato. Che poi il costo delle agendine è poca cosa paragonato ai casi di soldi pubblici sottratti dai bilanci dei partiti. A gennaio nell’occhio del ciclone finì Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita, reo di aver fatto sparire la bellezza di 13 milioni di euro dalle casse del partito. Il Partito Democratico è stato travolto dall’indagine che ha riguardato Filippo Penati, ex capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani, accusato di aver intascato presunte tangenti. Nichi Vendola, leader di Sel e governatore della Puglia, è indagato per un presunto abuso d’ufficio teso a favorire la nomina di un primario di chirurgia all’ospedale San Paolo di Bari. E il più recente scandalo è quello che ha gettato la Lega Nord nel caos: i soldi del Carroccio sarebbero stati usati per le spese della famiglia Bossi. Milioni di euro, denaro dei contribuenti, usati per altri fini che hanno portato alle dimissioni, dopo 30 anni, di Umberto Bossi dalla segreteria del partito. Un passo indietro seguito anche dal figlio Renzo, da Monica Rizzi e Davide Boni. Indagato, anche in questo caso, l’ex tesoriere della Lega, Francesco Belsito che avrebbe sottratto undici diamanti, cinque chili d’oro e altri beni del Carroccio nella mala gestione dei rimborsi elettorali.

“Abolire i rimborsi elettorali sarebbe drammatico”, hanno dichiarato all’unisono Bersani, Alfano e Casini nei giorni scorsi. “Cancellare del tutto i finanziamenti ai partiti, già tagliati drasticamente dalle manovre 2010-11, sarebbe un errore – si legge nella relazione allegata alla legge per la trasparenza a firma dei tre leader – punirebbe tutti allo stesso modo, anche quelli che hanno rispettato scrupolosamente le regole e metterebbe la politica nelle mani delle lobby”. A fare da eco ci ha pensato anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “I partiti non sono il regno del male, del calcolo particolaristico e della corruzione. Guai a fare di tutta l’erba un fascio, a demonizzarli, a rifiutare la politica”.

Un fiume in piena, però, quello dell’antipolitica che sembra ingrossarsi giorno dopo giorno. I sondaggi per la prossima tornata di amministrative parlano di un altissimo numero di astensionisti: non è certo un caso. Mentre la maggior parte degli italiani si sente strangolato da una pressione fiscale alle stelle, la casta dei politici si continua a concedere lussi impensabili. A partire dal ristorante.

Non è un mistero che la buvette di Montecitorio offra prelibatezze ai deputati a prezzi stracciati. E sempre per rimanere in tema, ogni anno il Senato cambia le posate, acquistando 2mila e 500 set di coltelli e forchette, spendendo circa 40mila euro all’anno.

Ancora su Libero, in un pezzo di qualche mese fa, si legge che per l’acquisto di prodotti igienici la Camera, da inizio legislatura, ha speso 200mila euro. Il Senato conta la metà di eletti e a rigor di logica dovrebbe dimezzare l’importo di spesa. Macchè: ha sborsato, invece, 630mila euro. Particolari, certo, ma sempre di soldi pubblici si tratta. Insomma, che le agevolazioni per i rappresentanti del popolo siano molte, si sa. Ma non se la passano affatto male neppure segretari, semplici impiegati e perfino i barbieri di Montecitorio che alla fine dell’anno possono arrivare a guadagnare oltre 100mila euro all’anno.