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L'esercito riprende in mano il Sudan, un orto con troppi padroni

·7 minuto per la lettura
TOPSHOT - Sudanese protesters use bricks and burning tyres to block 60th Street in the capital Khartoum, to denounce overnight detentions by the army of members of Sudan's government, on October 25, 2021. - Armed forces detained Sudan's Prime Minister over his refusal to support their
TOPSHOT - Sudanese protesters use bricks and burning tyres to block 60th Street in the capital Khartoum, to denounce overnight detentions by the army of members of Sudan's government, on October 25, 2021. - Armed forces detained Sudan's Prime Minister over his refusal to support their

Nel giro di poche ore, i militari si sono ripresi completamente il Sudan: hanno arrestato il primo ministro Abdalla Hamdok e diversi esponenti civili del Consiglio sovrano e del governo di transizione; hanno sciolto entrambe le autorità e imposto lo stato d’emergenza. Il premier e la moglie sono stati portati in un luogo sconosciuto, dopo che Hamdok si è rifiutato di rilasciare una dichiarazione a sostegno del colpo di Stato. Internet e le reti di telefonia sono state interrotte ed è stato chiuso l’accesso all’aeroporto di Khartoum. Folle di manifestanti si sono riversate in strada per protestare contro i golpisti. Militari e paramilitari hanno aperto il fuoco: almeno 12 i feriti, secondo il Comitato dei medici sudanesi, ma il rischio di una carneficina è altissimo.

Deraglia così, tra mille avvisaglie, il percorso di transizione democratica avviato nel 2019 dopo la cacciata di Omar al-Bashir, al potere per trent’anni. Negli ultimi due anni il Paese è uscito in parte dal suo isolamento internazionale, ma non abbastanza da non annegare nei suoi guai: istituzioni fragilissime o inesistenti, iperinflazione, carenza di beni essenziali tra cui grano, carburante e medicinali. Negli ultimi tempi le tensioni tra militari e civili nel governo erano diventate sempre più aspre; il colpo di Stato, già tentato il mese scorso, era solo questione di tempo.

“La storia del Sudan, dopo l’indipendenza nel 1956, è una storia di colpi di Stato e rivoluzioni tradite”, ricorda ad HuffPost Jacopo Resti, analista dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). “Parliamo di uno Stato fragile, che non ha istituzioni paragonabili a quelle di uno Stato consolidato. Lo stesso regime trentennale di Omar al-Bashir finisce nell’aprile del 2019 con un colpo di Stato. Dopo una lunga serie di negoziati tra militari e componente civile (i movimenti che avevano animato le proteste, ndr) si arriva ad agosto a un accordo di transizione costituzionale. Inizia così una fase di transizione che dovrebbe terminare nel 2023 con elezioni democratiche, almeno di facciata”.

In teoria il generale Abdel Fattah al-Burhan, l’uomo che ha comunicato al Sudan e al mondo il nuovo stato dell’arte nel Paese, ha promesso che le elezioni ci saranno - nel luglio del 2023, per l’esattezza - e che nel frattempo il Paese verrà governato da un nuovo esecutivo di “persone competenti”. Ma la mossa dell’esercito ha scatenato la rabbia della popolazione: nella capitale i manifestanti hanno incendiato pneumatici ed eretto barricate. I collaboratori del primo ministro hanno invitato i connazionali a “protestare usando tutti i mezzi pacifici possibili per riprendersi la rivoluzione”. L’Associazione dei professionisti sudanesi - gruppo che ebbe un ruolo chiave nelle proteste anti-Bashir - ha esortato a “resistere con forza”, mentre i sindacati di insegnanti e medici hanno annunciato una campagna di “disobbedienza civile”.

Il punto – spiega Resti – è che, “nella realtà, il processo di transizione è stato sempre nelle mani dei militari: ad avere il pallino del gioco, purtroppo, sono sempre stati loro. Lo stesso Bashir, nei fatti, è stato deposto dai suoi accoliti nei ranghi militari. Senza i militari non si va da nessuna parte: sono loro a fare il bello e il cattivo tempo. Nel 2019 la piazza e le proteste erano riuscite ad affermare un ruolo per i civili nel Consiglio sovrano di transizione e nel governo di transizione. La road map, in teoria, prevede che i militari si ritirino progressivamente dal governo di transizione. Le ultime ore dimostrano in maniera drammatica quanto siano determinati a non mollare la presa”.

Quanto a Burhan, è considerato un moderato, il volto più istituzionale dei militari. Ha sempre cercato il dialogo con le Forze per la libertà e il cambiamento. Da un paio d’anni il Paese sta ricostruendo i suoi rapporti internazionali e Burhan è uno dei volti del ‘nuovo’ Sudan: si è recato all’estero più volte; ha avuto rapporti con l’Europa e con gli Stati Uniti; con gli Usa c’è una grande trattativa in corso per rimuovere il Paese dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. “Quello che vediamo è però solo la punta dell’iceberg: i militari al loro interno sono divisi”, precisa l’analista IAI. “A controbilanciare l’attitudine un po’ più moderata di Burhan ci sono figure come il suo vice Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemetti, l’ex capo della milizia Janjawid che fu responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità in Darfur”. E poi ci sono le forze paramilitari: decine di gruppi armati pronti a fare il lavoro sporco per conto delle varie anime dell’esercito regolare.

“Gli eventi di queste ore ci fanno capire quanto il dialogo con i militari sia in realtà un dialogo di facciata”, osserva ancora Resti. Il ‘dialogo’ che più interessa ai militari resta quello con le monarchie del Golfo e con l’Egitto, tutti Paesi che hanno interessi fortissimi in Sudan. “Da sempre i militari sudanesi ricevono ingenti finanziamenti da parte dei Paesi del Golfo, in primis Arabia Saudita ed Emirati, con l’incarico di non far scivolare il Paese nel caos”.

Non solo: molti Paesi del Golfo, incluso il Qatar, stanno investendo sempre di più in Sudan per quanto riguarda la propria sicurezza alimentare. “Queste monarchie comprano terra in Sudan e importano prodotti anche semplicemente agroalimentari che non hanno o non possono crescere da loro. Il Sudan è un Paese con una grande forza di produzione agricola che sta diventando vittima di questo fenomeno noto come land grabbing”.

I Paesi del Golfo, insomma, usano il Sudan come se fosse il loro orto, e vogliono decidere chi comanda. Essendo Stati autoritari, hanno tutto l’interesse affinché una transizione come quella del Sudan fallisca, e lo stesso discorso vale per l’Egitto. Il Cairo, inoltre, sta cercando in qualche modo di farsi amico il Sudan nella grande questione della diga Gerd sul Nilo azzurro in Etiopia. Il Sudan è sempre stato abbastanza super partes in questa questione, traendone sia vantaggi sia svantaggi; con i militari al potere, il Cairo sa di poter contare sul favore di Khartoum.

“In Africa subsahariana negli ultimi mesi ci sono stati tanti colpi di Stato: in Chad, in Mali, in Guinea, ora in Sudan”, conclude Resti. “La comunità internazionale dovrebbe interrogarsi su come e perché si verificano queste situazioni, e in che modo costruire Paesi e istituzioni solide che consentano lo sviluppo economico senza portare a queste rotture”.

Un punto, questo, su cui insiste molto Lia Quartapelle, capogruppo dei deputati Pd, Commissione Esteri. “Nel 2019, come tanti altri, sono rimasta molto felice nel vedere come delle rivolte di piazza, assolutamente spontanee e pacifiche, avessero portato a un cambiamento necessario nel Paese. E’ molto triste vedere come due anni dopo un governo che aveva cercato di fare del suo meglio sia stato cacciato dai militari. Oggi non basta chiedere la liberazione dei civili. Già all’indomani della rivolta era chiaro che l’impegno anche economico che ci stavano mettendo alcuni governi del Golfo era molto superiore rispetto a quello che sembravano disposti a metterci l’Unione europea o singoli Paesi a livello bilaterale. Se contiamo a pensare che le democrazie nascenti si sostengano da sole, senza incontrare problemi di governabilità, siamo fuori strada. Le democrazie nascenti hanno bisogno di maggiore sostegno per governare, altrimenti la vecchia regola dell’autoritarismo è destinata ad avere la meglio”.

Quello che serve, secondo Quartapelle, è “una teoria nuova di come si sostengono le democrazie nascenti: non solo aiuti economici, ma anche forme di sostegno politico a un processo che può essere lungo e complicato”. “Io capisco che i Paesi occidentali, Europa in primis, siano molto assorbiti dalla pandemia, ma non possiamo smettere di pensare a una proiezione internazionale, altrimenti ci ritroveremo sempre a rincorrere l’emergenza. Il nostro disinteresse verso ciò che succede in Africa è molto grave: ce ne interessiamo solo quando i problemi esplodono e oramai è troppo tardi per incidere. Ora l’errore più grande che possiamo fare è archiviare la questione come ‘l‘ennesimo colpo di stato in un paese africano’. Il Sudan ha una rilevanza strategica per la regione: quello che succede lì ha ricadute sull’Egitto, sull’Etiopia, sul Sud Sudan”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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