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Il libertarismo è un'utopia?

Francesco Simoncelli
 

Il libertarismo, e qualsiasi posizione politica che tenda ad un maggior grado di libertà dallo stato, si oppone sia eticamente che economicamente ad una serie di proposizioni popolari al giorno d'oggi. L'idea che senza lo stato avremmo disuguaglianza, miseria per le masse, avidità dilagante, ecc. è un'accusa ricorrente volta a sottolineare che il libertarismo è indesiderabile e/o ingiustificabile.

Un ulteriore punto di opposizione è che il libertarismo e la spinta verso di esso sono semplicemente utopici o idealistici, e che i libertari sono sognatori senza speranza, privi della consapevolezza di come il mondo funziona "realmente". In altre parole, indipendentemente dal fatto che possa essere desiderabile, una combinazione di impossibilità, improbabilità o semplice riluttanza ad abbracciare l'ideale libertario, rende il libertarismo totalmente o essenzialmente irrealizzabile. È proprio questa obiezione specifica che affronteremo in questo saggio.

Innanzitutto parleremo dell'etica libertaria della non aggressione, in base alla quale nessuno può interagire fisicamente col nostro corpo o la nostra proprietà senza il nostro consenso. Da ciò possiamo affermare che, in generale, l'obiettivo del progetto libertario è un mondo di violenza e aggressività minimizzate. Di conseguenza la domande a cui dobbiamo rispondere è se un mondo di violenza e aggressività minimizzate sia davvero irrealizzabile e, quindi, utopico.

Impossibilità

Il primo aspetto da considerare è se il raggiungimento dell'etica libertaria sia un'impossibilità fisica o logica. Chiaramente, per essere valida, una proposta etica deve essere alla portata delle capacità fisiche. Un'etica che richieda a ciascuna persona di trovarsi in due posti contemporaneamente, o di equiparare tre mele a cinque aggiungendone solo un'altra, sarebbe ridicola. Questi sono obiettivi irraggiungibili, a prescindere da quanto ci si possa provare. Allo stesso modo, possiamo disporre di proposizioni etiche che non sono strettamente impossibili ma, potremmo dire, sono tecnicamente impossibili a causa del fatto che i mezzi necessari per raggiungerle sono inaccessibili a tutti o alla maggior parte degli individui. Ad esempio, un'etica che richiede che una persona salti dalla Gran Bretagna alla Cina sarebbe un fallimento. Una tale impresa non è proprio impossibile, in quanto i piedi di una persona potrebbero lasciare il terreno in Gran Bretagna e volare in aria verso la Cina, ma i mezzi per adempiere a questo imperativo non sono ancora entrati in nostro possesso e quindi come guida per agire ora nel mondo è chiaramente senza speranza.[1]

Quando prendiamo in considerazione l'etica libertaria, è chiaro che essa non ricada in questo tipo di impossibilità. Infatti questa etica, essendo uno dei suoi requisiti non commettere determinati atti, è una delle etiche più facili a cui aderire. Bisogna semplicemente astenersi dal commettere qualsiasi atto che interferisca con l'integrità fisica o la proprietà di un'altra persona. Quindi è nel potere di tutti sulla Terra, proprio in questo momento, creare un mondo libero da violenza e aggressività. Infatti possiamo anche dire che è fisicamente più difficile violare tale etica: se si vuole commettere un atto violento, bisogna alzarsi, trovare qualcuno e sforzarsi di aggredirlo o derubarlo invece di seguire la strada molto più pigra di restare fermi.

Questo punto può sembrare piuttosto banale, ma confrontate la raggiungibilità fisica di questa etica con altre etiche come la sconfitta della povertà, la diffusione della democrazia, la promozione dell'uguaglianza, o anche obiettivi più eterei come la ricerca della felicità e della realizzazione personale. Tutti questi obiettivi sono considerati come perfettamente validi e nobili, tuttavia sono molto più difficili da raggiungere rispetto all'etica libertaria perché richiedono un qualche tipo di azione positiva. Sconfiggere la povertà richiede più lavoro, più produttività e più creazione di ricchezza; la diffusione della democrazia richiede invasioni armate, mantenimento attivo della pace, creazione di istituzioni per lo svolgimento di elezioni e la volontà della popolazione di votare (supponendo, naturalmente, che un tale ideale sia autentico e non semplicemente una facciata per raggiungere invece il potere ed il controllo delle risorse); l'uguaglianza richiede una ridistribuzione attiva della ricchezza la quale deve essere prima creata mediante uno sforzo produttivo. Ragionando quindi sulle impossibilità, possiamo dire che il libertarismo, che viene deriso, è l'obiettivo meno utopistico di tutti questi altri, che invece sono lodati.

Se ciò non bastasse, lo stato e quelle persone che ci dicono che l'etica libertaria è vuota, tentano ogni giorno di raggiungere obiettivi che sono prontamente accettati dal mainstream e che sono letteralmente impossibili. Ad esempio, è impossibile garantire la piena occupazione se si impongono salari minimi; è impossibile stabilire un prezzo di un bene o servizio al di sotto del suo valore di mercato e non aspettarsi che sia inondato dalla domanda e, quindi, da carenze (si pensi all'assistenza sanitaria, alle strade rotte, ecc.); è impossibile creare ricchezza stampando cartamoneta. Eppure lo stato crede di poter fare tutte queste cose.

Su quest'ultimo punto dobbiamo sicuramente riconoscere l'impossibilità assoluta e, di conseguenza, l'utopismo dell'attuale situazione di indebitamento infinito e spese sconsiderate. Alla nascita della socialdemocrazia, le nazioni occidentali avevano accumulato un capitale di diverse generazioni che aveva innalzato significativamente il livello di vita. Ciò fornì un fondo apparentemente inesauribile ai politici per corrompere gli elettori, inondandoli di premi sotto forma di prestazioni pensionistiche, indennità sociali, industrie nazionalizzate, infrastrutture di proprietà pubblica e così via in cambio dei loro voti. Poiché ai politici piace spendere senza aumentare le tasse, gran parte di questa spesa è stata alimentata dai prestiti, con la produttività del capitale accumulato che ha funto da garanzia collaterale. L'indebitamento e l'inflazione hanno giovato agli estremi della società: i poveri che ricevono la maggior parte delle elargizioni del welfare ed i ricchi i cui beni sopravvivono all'inflazione salendo in valore nominale. Lo spreco che ne è derivato, sotto forma di consumo di capitale graduale ma incessante, ha intaccato seriamente e progressivamente la produttività che adesso non può più provvedere ai livelli di spesa. Oggi gli stati trovano addirittura difficoltà nel pagare gli interessi sul proprio debito attraverso le entrate fiscali, dovendo indebitarsi maggiormente solo per ripagare il debito precedentemente accumulato. Soprattutto ora che la generazione del baby boom ha iniziato ad andare in pensione, lasciandosi dietro una forza lavoro decimata che supporta una generazione crescente di pensionati; inutile dire che questa situazione peggiorerà. Supponendo, quindi, che non ci sarà una produttività sufficiente per far fronte a tutte queste passività, ci sono tre possibili opzioni: inadempienza sui diritti sociali, inadempienza sul debito, o stampare abbastanza soldi per pagare tutto. La prima opzione causerebbe disordini sociali di massa; la seconda causerebbe il collasso dei mercati finanziari; e la terza causerebbe iperinflazione della valuta. Questa è una scelta spiacevole, ma che presto sarà necessaria. È proprio perché l'ortodossia monetaria non funziona più che soluzioni che hanno un impulso non statale, come un ritorno all'oro, o le criptovalute, si distinguono come alternative praticabili piuttosto che sogni impossibili.[2] Quindi è ridicolo che anche gli statalisti moderati affermino che il libertarismo sia utopico, quando la linfa vitale della socialdemocrazia (denaro e finanza gestiti dallo stato) è sull'orlo del collasso.

Natura umana

Un secondo motivo per cui si afferma che l'etica libertaria sia utopica recita che non è assolutamente impossibile da raggiungere ma, piuttosto, che è contraria alla "natura umana". Questo punto di vista si basa quasi sempre sull'osservazione (corretta, ma superficiale) che "l'uomo è un animale sociale" e che gli esseri umani, nel corso della loro storia, si sono raggruppati in diversi collettivi come tribù, culture, nazioni e, in definitiva, stati. Le vicissitudini di questo tipo di gruppi (cioè regole che sottomettono l'individuo al collettivo e, in definitiva, alla presenza di violenza e aggressività) significano che l'ideale libertario è irrealizzabile, almeno nella misura che preferirebbero i libertari.

La maggior parte di queste critiche sono fasulle perché associano lo stato con la società, presumendo che un abbandono del primo porti ad una negazione della seconda. Come corollario fraintendono anche l'enfasi libertaria sui diritti individuali, come difesa di una sorta di esistenza egoistica e atomistica.[3]

Questi punti di vista possono normalmente essere eliminati abbastanza facilmente in quanto non vi è alcuna disputa libertaria con le organizzazioni sociali o la società nel suo insieme, il libertarismo tiene pienamente conto della dimensione sociale dell'umanità. I critici non riescono a rendersi conto che il ruolo della società non è quello di soddisfare un "scopo comune", o una sorta di "bene comune" indefinito dettato dallo stato, ma di agire come mezzo affinché ogni individuo possa soddisfare meglio i propri scopi in modo pacifico e volontario.[4] Né il perseguimento di tali scopi, co Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online