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L'idea dei sindacati sulle pensioni premia i garantiti e non aiuta i giovani

·5 minuto per la lettura
(From L) General Secretary of the Italian Confederation of Labour Unions (CISL) Luigi Sbarra, General Secretary of the Italian General Confederation of Labour (CGIL), Maurizio Landini and General Secretary of the Italian Labour Union (UIL), PierPaolo Bombardieri attend an anti-fascist rally called by Italian Labour unions CGIL, CISL and UIL at Piazza San Giovanni in Rome on October 16, 2021, a week after a demonstration against the so-called Green Pass degenerated into an assault on the CGIL trade union building, led by the neo-fascist Forza Nuova party. (Photo by Alberto PIZZOLI / AFP) (Photo by ALBERTO PIZZOLI/AFP via Getty Images) (Photo: ALBERTO PIZZOLI via Getty Images)
(From L) General Secretary of the Italian Confederation of Labour Unions (CISL) Luigi Sbarra, General Secretary of the Italian General Confederation of Labour (CGIL), Maurizio Landini and General Secretary of the Italian Labour Union (UIL), PierPaolo Bombardieri attend an anti-fascist rally called by Italian Labour unions CGIL, CISL and UIL at Piazza San Giovanni in Rome on October 16, 2021, a week after a demonstration against the so-called Green Pass degenerated into an assault on the CGIL trade union building, led by the neo-fascist Forza Nuova party. (Photo by Alberto PIZZOLI / AFP) (Photo by ALBERTO PIZZOLI/AFP via Getty Images) (Photo: ALBERTO PIZZOLI via Getty Images)

Minacciare lo sciopero sulle pensioni, come hanno fatto i sindacati, ancora prima di sedersi al tavolo con il Governo per discutere è già di per sé un elemento che lascia qualche dubbio. Se Patto per l’Italia deve essere - non perché lo vuole Mario Draghi o Confindustria, ma perché serve al Paese - allora tutti devono quantomeno garantire che le reazioni, legittime anche se dure, arrivino dopo il confronto, non prima. Ma se è legittimo il metodo del premier, che alla fine stringe e decide, lo è altrettanto la mobilitazione, che è espressione di un dissenso, tra l’altro sempre pacifico, a sua volta spia di un malessere sociale che intercetta lavoratori e pensionati e che non può essere negato. Ma se si passa dalle modalità delle relazioni industriali ai contenuti, allora i dubbi nei confronti dell’atteggiamento di Cgil, Cisl e Uil aumentano. Le proposte che rivendicano guardano alla tutela di quasi la metà degli 11,3 milioni di iscritti, ma peccano di miopia, e tanta, se si prende in considerazione l’intero mondo del lavoro e soprattutto chi, dai precari ai disoccupati, alla pensione ci arriverà tardi e con pochi soldi in tasca.

Fuori dalla modalità sì/no al ritorno alla Fornero, la questione che stacca i sindacati da chi non è tutelato e neppure garantito (e viceversa vista le scarse adesioni dei giovani al tesseramento) ha a che fare con le due soluzioni che propongono per le pensioni. La prima prevede forme di flessibilità importanti: andare in pensione a 62 anni, con almeno venti di contributi, invece che a 67 anni, sempre con venti di contributi, che sono i requisiti previsti dalla riforma approvata dal governo Monti nel 2011. La seconda è quota 41: si esce dal mercato del lavoro in anticipo, indipendentemente dall’età, a condizione che il lavoratore abbia 41 anni di contributi versati.

Entrambe le proposte marcano un terreno esattamente opposto a quello su cui è stato costruita la riforma Fornero che, al netto della quota 100 leghista, ha rappresentato la traccia delle pensioni negli ultimi dieci anni. La misura voluta da Matteo Salvini nel 2018 e che sarà archiviata dopo la sperimentazione triennale ha rappresentato una parentesi, una piccola controriforma. Ora i sindacati vogliono riprendere il concetto della flessibilità e allargarlo ancora di più, uscendo dalla logica delle quote. Il salto è doppio: non è solo una questione di numeri, cioè di potenziali lavoratori da far accedere alle uscite anticipate, ma di visione in sé. Insomma mentre la Fornero si basa sulla massimizzazione dell’età anagrafica allineata all’aspettativa di vita, le opzioni di Cgil, Cisl e Uil guardano in senso opposto. Un merito ce l’hanno. La riforma dei tecnici è stata presentata malissimo al Paese e ha peccato di una falla: la vicenda degli esodati. Per loro sono state necessarie nove salvaguardie, quindi nove correzioni in corso d’opera, e questi interventi hanno consegnato il dato di realtà e cioè che non basta costruire le riforme nelle stanze dei ministeri. La discussione sull’impegno dettato da Bruxelles, del ce lo chiede l’Europa, è stata fagocitata e rigirata in negativo dal governo sovranista Lega-M5s. In questo contesto anche il principio della Fornero stessa, e cioè che un taglio della spesa pensionistica può portare a recuperare risorse utili da spendere per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, è stata affossata da chi l’ha vista come la riforma lacrime e sangue che puntava a inchiodare gli anziani alla sedia.

Il merito dei sindacati sta nell’aver intercettato questa dinamica. Se si parla della necessità di garantire l’anticipo pensionistico a nuove categorie di lavori gravosi, insomma quelli che si spaccano la schiena, è perché in questi dieci anni Cgil, Cisl e Uil hanno dato un loro contributo. Ma andare oltre, molto oltre, con la richiesta dell’uscita a 62 anni o quota 41 vanifica questo approccio. Innanzitutto c’è un tema di sostenibilità finanziaria, che non è solo il rispetto degli impegni presi con Bruxelles, ma anche non far pagare il conto a tutti gli italiani. Secondo le simulazioni dell’Inps, quota 41 costerebbe 4,33 miliardi nel 2022, fino a 9,75 miliardi l’anno dopo e il costo inizierebbe a scendere solo nel 2031, quando comunque si dovrebbe spendere 9,2 miliardi. Chi tira fuori questi soldi?

La grande questione che invalida la scelta dei sindacati è però un’altra: l’illusione che le pensioni anticipate creino lavoro per i giovani. A parte il fatto che andare in pensione prima è una scelta volontaria e quota 100, con appena 341mila adesioni, ha detto chiaramente che gli italiani non hanno tutta questa voglia di scappare dal lavoro. Poi c’è da considerare, e questo anche i sindacati lo mettono in conto, che uscire prima significa anche ritrovarsi con una pensione decurtata per sempre. Ma veniamo al punto del turnover. La manovra sovranista diceva che ”è necessario rivedere il sistema pensionistico in modo da garantire il lavoro”. Insomma la staffetta generazionale: via prima i lavoratori anziani, dentro i giovani. Matteo Salvini ci mise allora anche il titolo: “Il diritto alla pensione di un 62enne vale un posto di lavoro e mezzo in più per un giovane”. Quello che è successo è l’esatto opposto. La Corte dei Conti ha stimato un tasso di sostituzione del 40%, quindi meno di 1 assunto ogni 2 pensionati, con una caduta dell’occupazione dello 0,2 per cento. Per la Banca d’Italia l’effetto è stato ancora più negativo: -0,4 per cento.

La formula che ripropongono i sindacati non entra in questa dinamica e questo è il distacco dalla realtà più preoccupante. Non entra dentro le aziende che sfruttano gli scivoli degli anticipi per ridurre il numero dei dipendenti oppure dentro quelle imprese che aumentano la mole di lavoro su chi resta e così non hanno bisogno di tirare dentro un giovane. Soprattutto quello che viene ignorato è che il mondo del lavoro non è una scatola di cioccolatini divisa perfettamente tra giovani e anziani. Nei Paesi in cui il tasso di occupazione dei lavoratori anziani è più alto è affiancato dal tasso di occupazione giovanile più elevato. Insomma gli anziani possono coesistere con i giovani, la staffetta non è automatismo. Non è solo una questione di età: la sostituibilità deve prendere in considerazione la produttività, le competenze e altri fattori che non fanno della staffetta una pura operazione matematica. Difendere i diritti e gli interessi dei lavoratori e dei pensionati significa sostanzialmente questo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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