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L'inaudito controcanto di Parolin al Papa

·4 minuto per la lettura
Pope Francis speaks with Vatican Secretary of State, Cardinal Pietro Parolin during his visit to Lima's Cathedral on January 21, 2018.  (Photo by VINCENZO PINTO/AFP via Getty Images) (Photo: VINCENZO PINTO via Getty Images)
Pope Francis speaks with Vatican Secretary of State, Cardinal Pietro Parolin during his visit to Lima's Cathedral on January 21, 2018. (Photo by VINCENZO PINTO/AFP via Getty Images) (Photo: VINCENZO PINTO via Getty Images)

Inaudito. Cioè letteralmente “mai sentito”. Non si era ma sentito a memoria vaticana che un segretario di Stato “correggesse“ pubblicamente il Papa. Eppure anche questo è accaduto ieri, al termine di un’estate vaticana ammorbata dai veleni, quando il segretario di Stato Pietro Parolin ha affermato che a lui non risulta nessun incontro segreto di prelati che dopo l’intervento chirurgico a cui è stato sottoposto Francesco si sia riunito per preparare il futuro Conclave. In realtà il Papa ai confratelli gesuiti in Slovacchia (parole integralmente riportate dalla Civiltà Cattolica e pubblicate sull’Osservatore Romano) è andato molto più in là: ha detto non solo che i “congiurati” si preparavano al suo trapasso, ma che proprio lo volevano morto.

Ebbene di tutto questo il segretario di Stato non solo dice di non aver avuto nessuna contezza (“può essere che il Papa abbia informazioni che io non ho“, così in sintesi ha liquidato la questione), ma ha affermato esplicitamente che il clima all’interno delle Mura Leonine “non è teso”.

Come dire che il Papa va fuori le righe. Il “problema” è che Papa Francesco dalla fine d’agosto (una volta uscito dalla prima fase della convalescenza) è intervenuto personalmente e con molta forza a raddrizzare la narrativa che riguardava la sua salute. Si è accorto (con ritardo, lo ha detto esplicitamente) dell’”annuncio” a mezzo stampa delle sue prossime dimissioni (ma chi se non la Segreteria di Stato, avrebbe dovuto segnalargli l’uscita di Libero del 23 agosto?), e ha colto al volo l’occasione di un’intervista a lungo richiesta dalla radio della Conferenza episcopale spagnola, Cope, subito “lanciata” con alcune sintesi, e poi messa in onda il 1 settembre, per smentire (“Non mi è mai passato per la testa di dimettermi”).

Durante il viaggio in Slovacchia, poi è arrivata “la bomba”, delle riunioni in Vaticano di coloro che lo vogliono morto.

L’uscita di Parolin (che da consumato diplomatico) sa naturalmente pesare bene le parole e il loro effetto, non può non essere considerata se non come la segnalazione di un suo chiaro distinguo all’interno e all’esterno del Vaticano. Dopo i tanti viaggi intrapresi negli ultimi mesi in Italia e all’estero, e le enormi difficoltà in cui la Terza Loggia è stata coinvolta a seguito dello scandalo del Palazzo di Londra. Parolin (a differenza del cardinale Angelo Becciu) non è a processo (dove forse sarà chiamato a testimoniare , dopo la sua espressa disponibilità), ma ha dovuto progressivamente lasciare ogni competenza “economica“ che prima erano in capo alla Segreteria di Stato. Prima è dovuto uscire dalla Commissione cardinalizia di Vigilanza sullo Ior, la cosiddetta banca vaticana, cui lo stesso Parolin aveva chiesto un prestito di 150 milioni di euro per rimediare al “buco” dell’acquisto del palazzo londinese, e da questa anomala richiesta nel 2019 era partita la denuncia dello stesso Ior e del Revisore generale, da cui sono scaturite le successive indagini (le udienze ripartono il 5 ottobre. Poi la segreteria di Stato è stata trasformata in un Dicastero senza portafoglio, poiché i suoi beni sono stati trasferiti all’Apsa, con la gestione in capo alla Segreteria per l’economia.

Il “controcanto” di Parolin, che cade in questa situazione, tutti hanno la sensazione che il Papa, arrivati a questo punto, non farà sconti, c’è stato anche in relazione ai rapporti tra il Vaticano e i cosiddetti “sovranisti”. Ieri Parolin ha precisato che aderire al Vangelo non è come andare ad un supermercato (dove si scelgono solo alcuni prodotti e si lasciano gli altri) ma pochi giorni prima di partire per l’Ungheria aveva espresso la sua soddisfazione (quasi un endorsement per un politico che il Papa non ha mai voluto ricevere nemmeno da ministro) per come si era svolto l’incontro tra Matteo Salvini e il Segretario per i rapporti con gli Stati arcivescovo Paul Callagher.

Nonostante la narrativa mediatica forzata anche tra i vaticanisti per sottolineare l’incontro tra il Papa e Viktor Orban, questo incontro in realtà sì è limitato all’etichetta protocollare. L’ha dovuto spiegare anche questa volta il Papa in prima persona, parlando con i giornalisti sul volo di ritorno a Roma: 40 minuti in cui Orban era presente ma a interloquire con il Papa è stato solo il Presidente della Repubblica ungherese, paese ospite del Congresso eucaristico internazionale organizzato dal cardinale Peter Erdò.

Il Papa nel suo “sfogo“ con i gesuiti slovacchi ha parlato anche degli attacchi che continuamente subisce da parte di alcuni media cattolici. La rivista dei gesuiti americani ha ricostruito che il riferimento è al potente gruppo televisivo internazionale Edtw, in cui per anni sono stati messi in onda trasmissioni in cui si è dato spazio in diretta all’ex nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, ai suoi attacchi al Papa e al suo appoggio all’ex presidente Donald Trump fino ai giorni della rivolta contro Capitol Hill (6 gennaio 2021) . C’è da chiedersi quali rapporti hanno i “congiurati” di cui ha parlato il Papa e la filiera mediatica all’attacco del Pontefice. Ieri si è avuta notizia che YouTube ha bloccato la trasmissione di alcuni video dii fan dell’ex nunzio.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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