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L'incredibile storia di Wanda, giovane vedova con sei figli alla guida di Ferragamo

(Adnkronos) - Wanda Miletti (1921-2018), moglie dello stilista Salvatore Ferragamo, "il calzolaio delle dive", è al centro della mostra "Donne in equillibrio", aperta a Palazzo Spini Feroni a Firenze, sede del Museo Salvatore Ferragamo. Aperta da domani, venerdì 20 maggio, al 18 aprile 2023, l'esposizione a cura di Stefania Ricci e Elvira Valleri è dedicata al ruolo delle donne negli anni '50/60 e al complesso cammino (allora come oggi) per tenere insieme l'essere madri e la libertà.

Al taglio del nastro inaugurale, oggi, ad accogliere gli ospiti c'erano i figli di Wanda, Giovanna, Ferruccio, Leonardo (presidente della Maison) e Massimo Ferragamo, e i nipoti Angelica e Ginevra Visconti (figlie di Fulvia, scomparsa nel 2018) e Diego di San Giuliano (figlio di Fiamma, scomparsa nel 1998). Tra i presenti alla cerimonia la scrittrice Melania Mazzucco, il sindaco di Firenze Dario Nardella, il direttore artistico Davide Rampello, che ha curato la sezione video della mostra, e l'attrice Stefania Sandrelli. La ministra delle Pari opportunità Elena Bonetti ha inviato un videomessaggio.

Il progetto espositivo nasce come omaggio a Wanda che dal 1960 fino alla sua scomparsa è stata la guida intelligente e solida della Maison Salvatore Ferragamo. La sua vita è scandita da due momenti, separati dalla morte del marito Salvatore, che aveva sposato giovanissima e a cui aveva dato sei figli, tre maschi e tre femmine, tutti entrati in azienda.

Il primo riguarda Wanda come moglie, madre e padrona di casa; il secondo la vita da imprenditrice, nella quale però la famiglia rappresenta sempre il perno centrale. Da questo racconto emerge una persona che ha saputo perfettamente coniugare la femminilità più tradizionale della donna dedita alla casa, al marito e ai figli con l'impegno nel lavoro e nella società. Essendo Wanda Ferragamo restia a parlare di sé e a rivendicare i meriti del successo del marchio Ferragamo negli ultimi sessant'anni, la mostra ha l'obiettivo di far conoscere chi era davvero questa donna forte e straordinaria, ma al tempo stesso, come avrebbe voluto lei, raccontare la storia di altre donne che, tra la fine degli anni '50 e i primi anni del '70, hanno coniugato l'affermazione della loro personalità con gli affetti familiari.

"La mostra muove dalla premessa teorica che il mondo storico si declini in una dimensione plurale, creativa e produttiva, risultato non di un principio assoluto quanto piuttosto dell'azione reciproca dei singoli individui che creano modelli di vita e di consumo, relazioni di genere e di lavoro - spiega la curatrice Stefania Ricci -; questo l'insieme di fattori che nell'Italia del secondo dopoguerra e del miracolo economico generano profonde trasformazioni culturali e sociali, da leggere in una prospettiva di più lungo periodo per comprenderne appieno gli effetti. Vi è dunque una dimensione individuale della storia, che appartiene alla ricostruzione biografica, alle vicende personali, alle scelte effettuate, che può aiutare a comprendere la natura multiforme del passato".

La vicenda di Wanda Ferragamo, in questa prospettiva, rappresenta per la sua ricchezza e complessità, una voce interessante e suggestiva che invita a ragionare sull'incrocio tra la dimensione soggettiva e la storia della società e dell’economia italiana nel periodo esaminato.

Il percorso di questa mostra prende spunto da una serie di scelte operate da Wanda alla morte dell'amato marito Salvatore (agosto 1960), momento nel quale decide di assumere su di sé la direzione dell'azienda e coniugare questa nuova dimensione della sua vita con la cura della famiglia e dei suoi figli, alcuni dei quali ancora piccoli. L'intento è punteggiare questa parte della sua lunga esistenza per far emergere anche altre voci di donne che hanno vissuto pienamente il loro tempo, cercando spesso di plasmarlo, per contribuire alla costruzione di una società diversa rispetto al contesto storico dal quale anagraficamente provenivano: donne delle professioni, della cultura, della scienza, più o meno note, che hanno cercato d'interrogare la realtà nella quale hanno vissuto e operato e nella quale la famiglia ha rappresentato una sorta di stella polare della loro vita.

In questi anni di novità e di "grandi cose" Wanda Ferragamo decide di portare avanti il progetto del marito, di onorarne, dopo la prematura morte, la memoria. Compie una scelta culturale, nell'accezione piena del termine, con l'intento di custodire e rafforzare quel sogno che aveva condotto Salvatore in America e poi in Toscana, a Firenze, luogo di elezione per i due coniugi.

Nell'agosto del 1960 Wanda è pronta ad affrontare la "sfida", come la definirà in alcune memorie, per raggiungere un possibile punto di equilibrio tra le responsabilità familiari e soprattutto l'educazione dei figli, un tema sul quale la mostra si sofferma, e il nuovo ruolo in azienda.

"Noi donne facciamo di tutto, non importa quale e dove e sia il nostro ufficio", ha scritto nei suoi pensieri rivolti ai nipoti; declina così un modello di femminilità attiva che intende rispondere al mutato contesto sociale ed economico. Non c'è nessuna forma di epico eroismo viceversa un richiamo a quelle "piccole virtù" che contraddistinguono, per dirla con la scrittrice Natalia Ginzburg, la specificità del lessico femminile, che a ben guardare indica un rinnovato senso di umanità.

In questo contesto di profonde trasformazioni la famiglia è un soggetto attivo, una sorta di specchio di rifrazione che aiuta a raffigurare una complessa dinamica sociale di quella stagione dei consumi che ha segnato un passaggio importante della storia nazionale. Rappresenta il perno della ricostruzione delle regole di "coesistenza della società civile" dopo le barbarie della guerra, una sorta di bussola che serve ad orientare anche l’inserimento della donna nella vita pubblica.

Tra gli obiettivi di questa mostra è proprio la messa in discussione della dicotomia pubblico/privato che ha fatto emergere nuove e interessanti articolazioni nei rapporti tra individui, famiglia, società civile e stato. Nel periodo del cosiddetto "miracolo economico" non colpisce l'assenza, bensì la presenza di figure femminili che da poco hanno acquisito il diritto di voto e cominciano a popolare lo spazio del lavoro e lentamente anche delle professioni; donne diverse che tuttavia permettono di guardare alla società italiana avendo quale punto di osservazione privilegiato, ma non esclusivo, il percorso di una cittadinanza femminile piena e non più asimmetrica.

Nuovi prodotti culturali, immagini e rappresentazioni dei modelli femminili accanto ai mutati stili di comportamento e abbigliamento ridisegnano la società italiana e influenzano ritmi e costumi di vita, diventando così elementi importanti del concetto di modernità. Il modello di riferimento è l'american way of life che produce nuovi innesti nel tessuto sociale italiano in quanto corrisponde a bisogni profondi, conforta e offre sogni e immagini di un diverso futuro. La cultura commerciale risulta così vincente perché cosmetici, rotocalchi, cinema, musica popolare e sale da ballo fanno leva sull’individualità dei fruitori, spesso consentendo loro di incorporare ed esprimere nuove forme di apparenza e comportamento.

Lo sviluppo economico, unito all'influenza americana, lascia segni importanti nella vita di tutti i giorni e nella trasformazione profonda dell’idea di casa che comincia a rappresentare anche nuove forme di socialità e nuovi modelli di vita.

Il modo di plasmare gli ambienti architettonici attraverso l'utilizzazione degli spazi, la distribuzione dell'arredamento, rappresentano narrazioni diverse di una società che stava mutando. Anche per Wanda Ferragamo la casa rappresentò una sorta di 'angulus' di oraziana memoria, luogo privilegiato e sicuro dal quale, alla sera dopo il lavoro, contemplare Firenze e forse ripercorrere e narrare a sé stessa le tappe del suo lungo viaggio esistenziale.

In un volume del 2003, voluto dalla Presidenza del Consiglio (Dipartimento pari Opportunità), una sorta di Spoon River delle italiane, Wanda Ferragamo è descritta come una delle prime 'capitane' dell'industria italiana. "In realtà il tema è molto più ampio e articolato e rimanda alla presenza delle donne nei modelli di family business e nei passaggi generazionali - sottolinea Stefania Ricci - Pur con tutte le cautele che tale definizione comporta le imprese a controllo e gestione familiare costituiscono in Italia piuttosto che l'eccezione, la norma. Si è osservato che proprio motivi dinastici sono all'origine di molta imprenditorialità femminile poiché già nei secoli precedenti poteva capitare alle donne di ereditare botteghe e laboratori che erano stati sviluppati da uomini della famiglia".

Ancora una volta la prospettiva di lungo periodo può aiutare a comprendere come nelle imprese a struttura familiare le donne siano state protagoniste non formali di decisioni nevralgiche, sia per quanto attiene la divisione e l’assegnazione di ruoli di responsabilità, sia per quanto concerne i meccanismi di finanziamento e autofinanziamento delle aziende.

"L'obiettivo di questa mostra non è solo quello di raccontare un capitolo della storia passata del nostro paese, ma è soprattutto quello di innescare la riflessione contemporanea sui temi trattati", osserva l'altra curatrice Elvira Villeri. Il mutato contesto sociale che stiamo vivendo suggerisce l'urgenza di ripensare molti aspetti della nostra vita, fra questi una più attenta lettura delle relazioni di genere affinché il "nuovo umanesimo", che da più parti viene indicato come atto di nascita per una società risanata dalle tante ferite sanitarie ed economiche che il Covid ha prodotto, si configuri anche come propedeutico ad una rinnovata e più matura eguaglianza.

Il progetto espositivo si avvale dunque di una molteplicità di iniziative collaterali, tra cui contributi di artisti e personalità di spicco chiamati ad intervenire sui rapporti oggi tra individui, famiglia, società civile e stato.

Il contributo video di Rampello & Partners Creative Studio rappresenta un passaggio fondamentale nel percorso espositivo poiché mostra uno spaccato di vita delle donne di oggi. Ispirato a "Comizi d’amore" di Pierpaolo Pasolini del 1965, il documentario fornisce alcuni spunti per comprendere l'Italia di oggi con un cortometraggio a taglio documentaristico di 22 minuti titolato "Donne in equilibrio: Oggi".

(di Paolo Martini)

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