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Lindner alle Finanze. Perché la Germania (e l'Ue) dovrebbero preoccuparsi

·8 minuto per la lettura
BERLIN, GERMANY - OCTOBER 06: Christian Lindner of the German Free Democratic Party (FDP) speaks to media during a press conference on October 6, 2021 in Berlin, Germany. The party leaders of the Greens Party said they would seek three-way exploratory talks with the SPD and FDP for a possible coalition government. (Photo by Filip Singer - Pool/Getty Images) (Photo: Pool via Getty Images)
BERLIN, GERMANY - OCTOBER 06: Christian Lindner of the German Free Democratic Party (FDP) speaks to media during a press conference on October 6, 2021 in Berlin, Germany. The party leaders of the Greens Party said they would seek three-way exploratory talks with the SPD and FDP for a possible coalition government. (Photo by Filip Singer - Pool/Getty Images) (Photo: Pool via Getty Images)

Il mondo è cambiato ma il timore di molti è che lui sia tra quei pochi, ancorché politicamente influenti, incapaci di accettarlo. E a vedere la sua campagna elettorale, il timore appare fondato. Il leader del Partito dei liberali tedeschi (Fdp) Christian Lindner sarà, quasi certamente, il nuovo ministro delle Finanze nel nascente governo federale di coalzione “a semaforo”, formato insieme ai socialdemocratici di Olaf Scholz e ai Verdi guidati dal duo Annalena Baerbock e Robert Habeck, al quale dovrebbe spettare un ministero trasversale Economia e Clima. Dall’attimo successivo alla chiusura delle urne a settembre agli ultimi colloqui interni alla coalizione, Lindner è sempre stato il più quotato come possibile titolare delle Finanze nella prossima legislatura. Per questo da subito calamita per le critiche, sia degli oppositori interni sia di quelli ‘esterni’.

Tra questi, ad esempio, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha scritto qualche settimana fa insieme ad Adam Tooze, tra i più importanti storici dell’economia a livello internazionale, una dura critica sul settimanale Die Zeit nei confronti di Lindner: “L’agenda della politica finanziaria del Fdp e di Lindner è solo un accumulo di clichè conservatori, soprattutto degli anni Novanta. Sarebbe un errore esaudire il desiderio di Lindner. La Germania e l’Europa non possono permettersi questo crash-test. Per il suo stesso bene, a Lindner dovrebbe essere risparmiato l’impossibile compito di dover applicare la sua agenda di bilancio all’attuale situazione finanziaria odierna”. Un’acredine, quella nei confronti del leader liberale, che il diretto interessato si è guadagnato meritatamente sul campo.

Lindner è infatti considerato un falco dell’austerità, e a ragione. Tutte le ricette economiche proposte da Fdp e dall’ala più conservatrice della Cdu - all’epoca capeggiata dal ministro Wolfgang Schauble - e in buona parte assecondate dalla Commissione Europea e dalla Banca Centrale Europea durante la crisi del debito ai tempi del collasso greco si sono rivelate fallimentari, aggravando la situazione finanziaria dei Paesi altamente indebitati invece di aiutare a risolverla. Chi teorizzò l’uscita della Grecia dall’euro trovò in Lindner la sponda politica di cui aveva bisogno, anche se senza fortuna. “L’Europa unita uscirebbe rafforzata se un membro cronicamente malato lasciasse la zona euro almeno temporaneamente”, ha detto solo quattro anni fa il leader Fdp.

Il suo partito da sempre è schierato contro la gestione, giudicata “allegra”, delle finanze pubbliche da parte dei Paesi del Sud Europa, e da sempre contrario a ogni forma di condivisione dei debiti a livello europeo. Ancora a giugno scorso, nel pieno della pandemia, interveniva così al Bundestag: “I debiti nazionali sono una minaccia per la stabilità dell’Unione economica e monetaria. Ecco perché deve essere chiaro: la responsabilità finanziaria individuale degli Stati membri dell’UE è una garanzia di stabilità e solidità!”.

Chi ricoprirà il posto delle Finanze non è aspetto residuale per gli altri Paesi europei. Perché il nuovo ministro tedesco arriverà in una fase decisiva di revisione di quei dogmi di bilancio adottati dall’Unione monetaria che l’esperienza prima e la pandemia poi hanno ampiamente confutato. Di recente, per citare un solo esempio, l’economista austriaco Philipp Heimberger ha analizzato oltre ottocento stime avanzate nel corso degli anni da economisti, funzionari e decisori politici arrivando a questa conclusione: non c’è nessuna evidenza che ad alti livelli di debito corrisponda una minor tasso di crescita. Detta meglio: non esiste una soglia universale del debito pubblico rispetto al PIL oltre la quale la crescita rallenta. In altre parole, quel nesso spesso sventolato tra l’alto indebitamento come freno alla crescita per giustificare le politiche di austerità non trova un riscontro unanime nella ricerca scientifica.

Al di là di come evolveranno i negoziati all’interno del nascente governo federale sulla politica economica, durante la campagna elettorale Lindner ha sempre spinto per un generale abbassamento della pressione fiscale e per un ritorno rapido al freno all’indebitamento, sia in Germania dove è sancito dalla Legge Fondamentale, sia in Europa, dove sono diversi i Paesi che sperano di ritrovarsi il futuro responsabile del bilancio tedesco come alleato di peso nelle trattative per la riforma del Patto di Stabilità. L’Austria, ad esempio, è “contraria” a “ulteriori eccezioni” nelle regole sui conti pubblici Ue “per poter contrarre ulteriori debiti”, ha detto il ministro delle Finanze austriaco Gernot Bluemel all’ultimo Eurogruppo. “Durante l’estate abbiamo lanciato una cosiddetta alleanza della responsabilità che ha l’obiettivo di abbassare gradualmente i livelli di indebitamento degli Stati. Questo è importante per avere un margine sufficiente per la prossima crisi”. Alleanza formata da otto Paesi: Austria appunto, Danimarca, Lettonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Finlandia, Olanda e Svezia.

″È sensato”, ha detto Lindner a inizio novembre, “che la Germania sia ancora l’avvocato della stabilità”, “il Recovery fund è stato giustamente identificato come un’eccezione. Non ci sarebbe una maggioranza sicura al Bundestag tedesco per un’unione fiscale. Sconsiglio quindi i dibattiti di pura speculazione, soprattutto perché i 750 miliardi di euro non sono ancora stati utilizzati del tutto”. C’è sintonia, insomma. “Alla luce del forte indebitamento in Europa e del rischio dell’aumento dell’inflazione la solidità della politica finanziaria deve essere una priorità”, aveva detto al congresso dei liberali che ha preceduto il voto di settembre. “Da Markus Soeder a Robert Habeck, tutti dicono che servono investimenti, e che il freno ai debiti sarebbe un freno agli investimenti”, ha affermato contestando questa linea. Secondo Lindner, invece, “se amiamo l’Europa dobbiamo puntare sulla stabilità delle finanze”. E proprio dalla Germania, ha incalzato, non può arrivare un segnale contrario.

Il leader di Fdp è personaggio divisivo. Considerato un enfant prodige della politica, molto meno dal punto di vista della conoscenza della materia economica. Lindner entrò a 18 anni nel partito che oggi guida, e nel landtag del Nordreno Vestfalia come deputato regionale a 21. Fu un record, lo chiamavano ‘bambi’. Nel 2009 diventò un giovanissimo segretario generale di partito, voluto da Guido Westerwelle. Nel 2012 entrò a far parte del governo regionale del suo Land sotto Annelore Kraft. Poi nel 2013 ha preso fra le mani un partito in rovina, finito fuori dal Bundestag, per riportarcelo con consensi a due cifre cinque anni dopo. Tuttavia diversi organi di informazione tedeschi nelle ultime settimane, sulla scia dei rumors che lo volevano alla guida delle Finanze, hanno messo in dubbio la preparazione del leader liberale: da sempre funzionario di partito, non ha tuttavia una grande esperienza nell’amministrazione, a differenza dei suoi predecessori come Schauble o lo stesso Scholz. Molti commentatori si sono chiesti se il suo sia il profilo più adatto per governare il bilancio tedesco in un momento di transizione ecologica, digitale e pure economica.

In passato Lindner non ha risparmiato critiche verso l’Italia. Nel 2018 ai tempi della manovra del governo gialloverde - quando ci si accapigliava sul deficit da fissare al 2,4% o al 2,04% come se fosse questione di vita o di morte e la stabilità finanziaria di un Paese dipendesse da una manciata di miliardi - Lindner prendendo la parola al Bundestag non lesinò attacchi verso la cancelliera Merkel accusandola di non aver chiesto l’attivazione di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. “Signora cancelliera, non abbiamo sentito una parola sull’Italia. Noi siamo favorevoli a investimenti di economia reale in Europa. Ma non ci possono essere fondi che distribuiscono soldi di fronte a governi come quelli di Roma, che vogliono solo fare regali”. Quanto al progetto di unione bancaria, tuttora in piedi seppur in salita, già allora il leader di Fdp paventò il rischio che “le banche tedesche dovranno garantire per quelle italiane”. Ancor prima che nascesse il governo gialloverde, Lindner già chiedeva una procedura di infrazione per Roma: “Al più tardi dopo la formazione del governo, la Commissione europea dovrebbe iniziare la procedura di infrazione contro l’Italia”. Motivo? “Bruxelles ha annacquato le regole troppo a lungo, interpretandole secondo una certa flessibilità politica”. La condizione nell’eurozona si aggrava per via della formazione del governo italiano ed “è triste perché l’Italia é un paese fondatore dell’Ue”.

Ma il passato è passato. E ora in Europa è ufficialmente partito il dibattito su come cambiare i parametri di bilancio (3% rapporto deficit/Pil, 60% rapporto debito/Pil) a partire dal 2023, quando tornerà in vigore il Patto di Stabilità ora sospeso per la pandemia. Persino il Mes, il fondo di diritto lussemburghese guidato dal tedesco Klaus Regling, ha avanzato una proposta di revisione dei tetti fiscali per l’eurozona, suggerendo di portare il rapporto debito/Pil dall’attuale soglia del 60% al 100%. Un innalzamento forse ancora insufficiente dal momento che circa il 60% dei cittadini dell’eurozona vive in Paesi con un rapporto debito/Pil oltre il 100%. Per non parlare della Grecia che dopo aver sperimentato le ricette a base di austerità imposte dalla Troika si ritrova con un debito pubblico che veleggia verso il 190% del Pil. Ma il punto non è tanto nelle soglie che si vuole prefissare, quanto nell’approccio nella convivenza con debiti pubblici che resteranno, per forza di cose, su livelli alti per diversi anni. “La nostra principale sfida è assicurare che il rimbalzo dell’economia non faccia tornare l’Ue al periodo pre-covid, che non è stata certo un’età dell’oro”, ha di recente riconosciuto il Commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni. “Noi dobbiamo cambiare marcia e dirigerci verso una crescita più sostenibile e più duratura. Questo implica, innanzitutto, non passare in maniera repentina e brusca da politiche di supporto a politiche restrittive”. L’esatto opposto di quello che sostiene Lindner, favorevole a un rapido ritorno a politiche di bilancio austere, basate su tagli di spesa e/o aumenti delle entrate e privatizzazioni per abbattere i debiti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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