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L'inflazione sale ma non spaventa

·3 minuto per la lettura

Dopo le vicissitudini legate all’irrigidimento monetario che la FED ha in animo di attuare in risposta al decollo dei prezzi al consumo in tutto il mondo, ma soprattutto in USA, la logica avrebbe portato ad attenderci agitazione sui mercati per la giornata di ieri, in cui è stato comunicato il dato sull’inflazione americana di dicembre.

Invece i mercati azionari hanno snobbato il dato, trascorrendo una seduta sostanzialmente tranquilla e dedicata a sfruttare l’inerzia del rimbalzo, per estenderlo ancora un po’.

Gli indici europei, sintetizzati da Eurostoxx50 (+0,81%), hanno registrato la seconda seduta consecutiva di recupero, andando praticamente ad annullare la scivolata di lunedì scorso.

A Wall Street l’indice più rappresentativo SP500 ha aperto la seduta in gap rialzista a 4.728, all’interno dell’area di resistenza indicata ieri, compresa tra 4.725 e 4735. Nelle prime battute ha tentato di superarla con un massimo di seduta a 4.749, ma è presto tornato sui suoi passi, andando prima a chiudere il gap iniziale e poi la seduta praticamente dove l’aveva aperta, a 4.726 (+0,28%).

E pensare che il dato sull’inflazione USA è stato tutt’altro che banale. L’Indice dei Prezzi al Consumo complessivo di dicembre è salito ancora. Il dato annuale è arrivato a +7% tondo (dal +6,8% di novembre). Si tratta del valore più alto dal marzo 1982 (ma allora era in discesa, oggi è in salita). Negli ultimi 15 mesi una sola volta l’inflazione annua è scesa rispetto al mese precedente ed è passata dal pavimento dell’ottobre 2020, pari al 1,2%, fino al tetto (provvisorio…) del 7% del dicembre scorso.

Ancor più aggressiva è stata la salita del dato core, quello depurato dai prezzi dell’energia e degli alimentari freschi, che è passato dal +4,9% annuo di novembre al +5,5% di dicembre. Anche qui siamo ai massimi di lungo periodo (dal febbraio 1991).

Perché i mercati azionari hanno snobbato il dato e quelli obbligazionari, che nei giorni scorsi avevano attuato un rally del rendimento fino a 1,80% sul Treasury decennale, ieri lo hanno addirittura limato vicino a 1,70%?

Più o meno per lo stesso motivo per cui hanno festeggiato la conferma di Powell sul cambiamento in senso restrittivo dell’orientamento della FED. Ovvero, perché il dato è risultato abbastanza in linea con le attese e pertanto era già scontato.

L’inerzia rialzista ha nuovamente prevalso su ogni ragionamento logico. Per cui debbo accantonare tutte le perplessità per mercati che continuano ad ignorare la spirale di aumento dei prezzi e dei salari e quella dei prezzi e dei costi delle materie prime (il petrolio è di nuovo nei pressi dei massimi di ottobre-novembre, le altre materie prime sono ripartite al rialzo). Mercati che dopo aver constatato l’incapacità della FED di prevedere l’incendio inflazionistico, ora si fidano della sua capacità di spegnerla. Mah… Non capisco, ma mi adeguo e prendo atto che i mercati hanno ancora voglia di massimi storici. A prescindere.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

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