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Lino Banfi: "Ma che fatica emergere restando pugliese..."

·3 minuto per la lettura

Parte aspirante prete e poi posteggiatore abusivo, soldato di leva, telefonista, cameriere; per finire a cavaliere, commendatore, grand'ufficiale, ambasciatore Unicef e testimonial Unesco, "e anche discreto attore..." aggiunge, quasi come fosse solo la ciliegina sulla torta e non la torta vera e propria, Lino Banfi tracciando nella Casa del Cinema in Villa Borghese a Roma la sua vita familiare e artistica raccontata nella biografia 'Le molte vite di Lino Banfi' pubblicata dalle Edizioni Sabinae e scritta con Alfredo Baldi, studioso di storia del cinema e già docente di linguaggio cinematografico all'università 'Sapienza' di Roma.

Una carriera iniziata a teatro, fra avanspettacolo e cabaret, proseguita al cinema e coronata in televisione, sempre con una forte caratterizzazione pugliese per lui, Pasquale Zagaria - questo il vero nome - originario di Andria. Una scelta non facile, all'epoca in cui un altro pugliese illustre come Domenico Modugno 'faceva' il siciliano e anche in tempi più recenti un pugliese doc come Renzo Arbore attingeva a piene mani al repertorio napoletano.

"Al contrario della napoletanità e della sicilianità, che avevano tante tradizioni illustri, sia letterarie che teatrali alle spalle, la pugliesità non esisteva, noi non vantavamo nulla - spiega Banfi - Ma io volevo imporre la Puglia e il dialetto pugliese che trovavo così simpatico all'Italia intera, pur con alcune smussature per renderlo più comprensibile e alcune divertenti 'invenzioni' lessicali. Ora la Puglia è diventata di moda, come dimostra anche il successo di Checco Zalone, ma allora non era affatto così".

Nessuna rinuncia alla Puglia, ma al suo nome Pasquale Zagaria sì... "Era troppo lungo, non funzionava e non si leggeva bene sui manifesti: così scelsi il diminutivo di Lino e la contrazione del cognome in Zaga: Lino Zaga. Fu Totò a dirmi che 'il diminutivo nel nome porta bene ma nel cognome no: cambialo!" e io lo ascoltai e presi il primo cognome nell'elenco scolastico di un professore: da allora, sono Lino Banfi anche se in tanti mi chiamano Nonno Libero per il successo di 'Un medico in famiglia'. E devo dire onestamente che come Lino Banfi mi è andata molto bene, grazie anche al principe Antonio De Curtis in arte Totò...".

Scorrendo la sua carriera professionale, cita tre film ai quali si sente più legato: 'Il commissario Lo Gatto' con la regia di Dino Risi, 'Vieni avanti cretino' diretto da Luciano Salce e ovviamente 'L'allenatore nel pallone' diventato oramai un vero e proprio cult, nonché di strettissima attualità. "Verissimo - conferma - In un video mandato alla Nazionale, rinverdendo i panni dell'allenatore Oronzo Canà, ho raccomandato al mister Mancini lo schema Spinazzola-Immobile, non nel senso che il difensore dovesse restare fermo in campo - sorride - ma che corresse e crossasse dal fondo per l'attaccante che sarebbe andato a segnare. Poi, ho chiesto che se fosse andata così, i 'raghezzi' mi avrebbero ringraziato esclamando 'porca puttena!' davanti alle telecamere".

Ebbene, prosegue Banfi, "incredibile ma vero, è andata proprio così e Ciro ha urlato 'porca puttena' dopo il gol alla Turchia! Spero che questo rito prosegua fino alla finale del 11 luglio, che poi coincide con il giorno del mio 85° compleanno: l'Italia vittoriosa agli Europei di calcio sarebbe per me il regalo più grande e più bello!".

(di Enzo Bonaiuto)

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