La lira diventa da collezione

Sono passati quasi dieci anni da quando abbiamo svuotato portafogli e salvadanai per andare in banca ad accaparrarci gli euro lasciando le vecchie lire. Eppure in questi anni non tutta la vecchia moneta è finita nelle casse della Banca d'Italia, forse perché qualcuno aspettava la scadenza del 28 febbraio prossimo per dire definitivamente addio ai bigliettoni con Bernini o Raffaello (ben 300mila i pezzi da 500 mila lire che non sono stati cambiati negli anni passati). Secondo le stime di Bankitalia nei giorni scorsi erano ancora in circolazione, o meglio riposti nei cassetti degli italiani, 2.500 miliardi di lire che significano 1 miliardo e 300 milioni di euro. Soldi che in questo momento di restrizione fanno davvero molto comodo, visto che si deve raschiare anche il fondo del barile per trovare il modo di rimettere in pari i conti dello Stato. E così nel decreto "Salva-Italia" è stato previsto un anticipo della scadenza per il cambio di tre mesi. Da mercoledì 7 dicembre, insomma, il valore di una banconota in lire può essere dettata solo dalla passione dei collezionisti, mentre per il conio ormai è cartastraccia. Per lo Stato questo ha significato rientrare di un bel po' di soldi: 500 milioni, per l'esattezza, visto che altri 830 milioni Bankitalia li aveva già dovuti anticipare su richiesta del ministro Tremonti.

I soldi mai restituiti. Probabilmente ognuno di noi ha tenuto qualche moneta per ricordo. Oppure le mille lire, magari le più recenti, quelle con la Montessori. Proprio le mille lire, con 196 milioni di pezzi, risultano al primo posto nella classifica delle banconote mai cambiate in euro. Seguono 40,6 milioni di diecimila lire, 30,9 milioni di cinquemila lire e 21,6 milioni di duemila lire. Ma c'è addirittura chi si è tenuto in tasca pezzi da 100 e 500 mila lire: 12 milioni di pezzi per le 100mila lire, 300 mila per le 500 mila lire (per 150 miliardi di lire di valore).

La corsa al cambio. Di tempo ne avevano avuto abbastanza, addirittura dieci anni. Eppure i ritardatari non sono mancati e lunedì e martedì scorso si sono create lunghe file per cambiare le lire in euro agli sportelli della Banca d'Italia. Con qualche caso davvero eclatante: a Genova un negoziante si è presentato allo sportello con ben 700 milioni e una pistola, una Beretta 7.65 che aveva in tasca e che gli è caduta nel bel mezzo della banca. Subito circondato dalle forze dell'ordine, l'uomo di San Giuliano Nuovo (Alessandria), si è giustificato spiegando di aver portato con sé l'arma per timore di essere rapito. Provate a viaggiare voi in treno con i risparmi di una vita. Avrà pensato che il posto più sicuro dove tenere il denaro fosse sotto il materasso un oculato insegnante in pensione che a Roma ha consegnato allo sportello decine di buste paga per un totale di 70 milioni di lire. Alcune buste paga, poi, non erano mai state aperte. Collezionisti di salvadanai o truffatori? Qualche dubbio è forse sorto ai dipendenti della Banca d'Italia quando si sono visti arrivare uomini e donne con sacchi pieni di moneta, difficile da contare prima ancora che da cambiare.

La richiesta di una proroga. A chiedere di prolungare i tempi sono le Onlus del progetto di solidarietà "L'ultima lira". Prosolidar (il Fondo nazionale per progetti di solidarietà costituito dall'Abi e dai sindacati del settore del credito), in collaborazione con Biblioteca Vaticana, Emergency, Terre des Hommes e Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), avevano lanciato la campagna lo scorso 20 ottobre invitando gli italiani a donare le lire che avevano ancora in tasca a 5 iniziative culturali e di solidarietà, recandosi in banca e consegnando le banconote per la causa. «Chiediamo di poter portare a termine la campagna "L'Ultima Lira"», ha scritto il presidente di Prosolidar Edgardo Iozia in una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio, «e che il Governo autorizzi la Banca d'Italia a cambiare in euro le banconote per quelle campagne del non profit avviate prima del 4 dicembre 2011. Sarebbe un peccato sprecare l'opportunità di fornire aiuto concreto a chi ha davvero bisogno, a fronte di un risparmio che per lo Stato sarebbe poco significativo».