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"Lo smart working conviene a tutti: il risparmio per lavoratori e capi è innegabile"

Ilaria Betti
·.
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BOLOGNA, ITALY - OCTOBER 19:  Pier Luigi Celli ex general manager of RAI (italia national broadcasting) presents his latest book "La Stagione Delle Nomine" at Libreria Coop Ambasciatori on October 19, 2018 in Bologna, Italy.  (Photo by Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images) (Photo: Roberto Serra - Iguana Press via Getty Images)
BOLOGNA, ITALY - OCTOBER 19: Pier Luigi Celli ex general manager of RAI (italia national broadcasting) presents his latest book "La Stagione Delle Nomine" at Libreria Coop Ambasciatori on October 19, 2018 in Bologna, Italy. (Photo by Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images) (Photo: Roberto Serra - Iguana Press via Getty Images)
Rear view of young brunette female sitting on white chair in front of computer monitor while looking throguh collection of photos (Photo: shironosov via Getty Images)
Rear view of young brunette female sitting on white chair in front of computer monitor while looking throguh collection of photos (Photo: shironosov via Getty Images)

“Lo smart working conviene a tutti, al datore di lavoro e al dipendente. Dopo mesi di ‘prova’ possiamo dire che c’è un risparmio da entrambe le parti. Gli unici che ci perdono sono bar e ristoranti, tutto l’indotto che gira intorno ai luoghi di lavoro”: a parlare ad HuffPost è il manager Pier Luigi Celli, ex presidente della Luiss di Roma e della RAI, membro dei consigli di amministrazione di Illy e Unipol. Ad HuffPost il professore dice la sua sull’impatto economico del lavoro da remoto: “Il risparmio per il datore di lavoro non è banale: oltre ai costi dell’affitto degli uffici, c’è il taglio delle spese del servizio mensa, delle pulizie, dell’illuminazione, del riscaldamento, della linea telefonica e di Internet. Da parte sua, anche il dipendente viene alleggerito: risparmia sul trasporto, risparmia sul pranzo, non è costretto a vestirsi ogni giorno in giacca e cravatta, dunque risparmia anche sul turnover del vestiario. Ha poi il vantaggio di godere di un ambiente a lui familiare, con tutti gli agi e i comfort di casa, in cui gli basta allungare una mano per prendere quello di cui ha bisogno”.

Per Celli, che ha collaborato al libro “Il lavoro da remoto - Per una riforma dello smart working oltre l’emergenza” a cura dell’ex ministro del Lavoro Michel Martone, siamo di fronte ad una rivoluzione culturale ed economica, che però “necessita di essere governata con intelligenza e flessibilità”: “Se è vero che il vantaggio economico dello smart working è innegabile per le aziende e i dipendenti, è anche vero che possiamo trasformarlo in qualcosa di più. C’è bisogno di capi illuminati, che smettano di controllare ossessivamente il lavoratore e che si fidino finalmente di lui. In questo modo, il dipendente sarà più sereno, meno stressato, renderà di più anche lontano dall’occhio vigile del capo e l’azienda ne guadagnerà. Sono sempre le persone che fanno la differenza”.

Persone come Andrea - 32 anni, grafico in una grande azienda della Capitale - la cui vita lavorativa ha completamente cambiato volto dal lockdown. Anche le sue entrate e uscite si sono trasformate da quando ha iniziato a fare smart working. “Il mio ufficio si trova a 20 km da casa. Prima ogni giorno dovevo pagare 2,20 euro di casello autostradale, andata e ritorno. Per evitare di pagare il parcheggio in centro, lasciavo la macchina vicino alla stazione e prendevo la metro. L’abbonamento mensile costa 59 euro. A queste spese aggiungiamo quelle della benzina (circa 30 euro a settimana), del pranzo e del caffè, che si aggirano almeno sui 5 euro al giorno”. Oggi - dice - “tutte quelle spese del tragitto di punto in bianco si sono azzerate, così come quelle del pranzo. Il wi-fi a casa lo pagavo anche prima e sulla bolletta non ho riscontrato aumenti esorbitanti, se non quei 20-30 euro dovuti ai condizionatori accesi d’estate e al gas usato per cucinare. Ho soltanto dovuto fare un ‘investimento a lungo termine’, riadattando una stanza della casa ad ufficio”.

Esperienza simile quella di Martina, 39 anni, manager di una multinazionale di Roma. Dopo una vita passata in ufficio, da inizio marzo si è trovata catapultata in un mondo che non conosceva affatto: quello del lavoro da casa. E ha lanciato una pagina Instagram, Easysmartworking, per condividere con la sua community gioie e dolori del momento. Un sogno per lei non ritrovarsi immersa nel traffico della Capitale al mattino, risparmiare sui costi del trasporto e quelli del pranzo. “Dal punto di vista economico, sicuramente il bilancio è positivo - racconta ad HuffPost -. Arrivavo a spendere anche 10 euro a pranzo, non avendo tavole calde a buon prezzo vicino. Sembra una stupidaggine, ma alla lunga sono spese che pesano”. “Consapevole di avere davanti molti mesi ancora di lavoro da remoto, mi sono creata un angolo ufficio in casa che non avevo: ho comprato monitor, tastiera e mouse da collegare al suo portatile, una scrivania, una lampada, una pedana e una poltrona ergonomica. Ho speso dei soldi sì, ma non ho più le uscite quotidiane di un tempo. Il caffè, ad esempio, ce l’ho sempre qui a disposizione e di certo mi costa meno”.

Si stima che nel 2021 almeno 4 milioni di lavoratori lavoreranno prevalentemente in smart working. Nel 2019 erano solo 570mila. Il dato emerge dallo studio dell’Osservatorio “The World After Lockdown” curato da Nomisma e CRIF, che ormai da oltre sette mesi analizza in maniera continuativa l’impatto della pandemia sulle vite dei cittadini, grazie al coinvolgimento di un campione di 1000 italiani (18-65 anni). L’esercito di chi lavora da casa è in crescita e rispondere alle sue nuove esigenze dovrebbe essere una priorità del Governo. Lo è, ad esempio, nei Paesi Bassi dove i dipendenti pubblici riceveranno un bonus annuale di 363 euro per compensare le spese domestiche. Secondo uno studio condotto dall’istituto nazionale olandese NIBUD, lavorare da casa costa in media due euro al giorno in più a ogni lavoratore, quindi un po’ più di 40 euro al mese e circa 500 euro l’anno. Nel conto vanno a finire i consumi energetici, idrici e di gas, i caffè e le altre bevande consumate, “l’ammortamento di sedia e scrivania” e anche l’uso di carta igienica.

Secondo un’indagine condotta da Repubblica, le aziende ogni anno guadagnerebbero 10mila euro dal risparmio che deriva da ogni posto di lavoro spostato in remoto. Ogni azienda decide di utilizzare questo “surplus” a proprio piacimento. Alcuni, ad esempio, scelgono di incentivare: in Italia c’è realtà, la VoipVoice di Montelupo Fiorentino, che durante l’emergenza Covid-19 ha concesso ai dipendenti in smart working un bonus da 100 euro lordi per ogni mese in cui hanno lavorato da casa. “Non abbiamo rinunciato a dare i benefit di cui godevano in azienda: abbiamo continuato a offrirgli il ticket restaurant, gli abbiamo fornito il portatile e la connessione - ci spiega il proprietario Simone Terreni -. E poi abbiamo erogato per ognuno di loro un bonus che andasse a ricoprire le spese extra. Parlo di corrente, materiale di cancelleria, carta igienica, ma non solo: parlo anche e soprattutto della dotazione per rendere la postazione idonea e sana, con la scrivania e la sedia giusta, il monitor o doppio monitor etc. Se il dipendente ha una postura scorretta, avrà l’emicrania, il mal di schiena e questo minerà la sua produttività. Oggi tutti si riempiono la bocca della parola ‘smart working’ senza capire che per fare smart working bisogna pensare prima al benessere del collaboratore. Siamo convinti che sia necessario dotarlo degli stessi strumenti e degli stessi benefit che ha in ufficio. Prendercene cura, insomma”.

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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.