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Lo spezzatino di Amazon e i contenuti editoriali

·3 minuto per la lettura

Si avverte una certa convergenza di segnali complessi che si addensano sulle grandi aziende tecnologiche. È notizia ampiamente diffusa che i ministri della Finanze del G7 riuniti alcuni giorni fa a Lancaster House a Londra, abbiano aperto la porta a un progetto di riforma della fiscalità mondiale che dovrebbe portare a una tassa di almeno il 15% sugli utili delle multinazionali, applicata nei paesi dove questi benefici vengono realizzati così che le grandi società non possano più così facilmente come ora spostare i guadagni nei paesi a bassa fiscalità. Ma non è l'unica operazione in atto in questo momento. In attesa degli interventi del governo Usa, su impulso del presidente Biden, attorno alle rendite finanziarie e alle regolamentazioni su criptovalute e asset digitali, i legislatori della Camera hanno proposto una serie di leggi bipartisan per tenere a freno le più grandi aziende tecnologiche del paese, incluso un disegno di legge che cerca di dividere in due Amazon e le altre grandi società o di eliminare i loro prodotti private label.

I progetti di legge, annunciati venerdì, rappresentano la più grande bordata del Congresso rifilata a una manciata di aziende tecnologiche, tra cui Google, Apple e Facebook di Alphabet, le cui dimensioni e potere hanno attirato un crescente controllo da parte dei regolatori, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa. Una delle misure proposte, intitolata Ending Platform Monopolies Act, mira a richiedere la separazione strutturale delle grandi aziende tecnologiche, rendendo illegale per una piattaforma online possedere o controllare dei prodotti venduti sulla stessa piattaforma, in nome del conflitto d'interessi. Il rischio è quello di dovere separare le proprie attività in due siti differenti, uno per i propri prodotti e l'altro per quelli di terzi. Un grosso problema per una società come Amazon che ha investito parecchio sul provate label arrivando a generare oltre 150mila prodotti. Come carattere generale, le proposte di legge in discussione riguardano giganti con una capitalizzazione di Borsa da almeno 600 miliardi di dollari, più di 50 milioni di utenti attivi al mese o 100mila utenti business mensili.

Fino a poco tempo fa considerate potenti e intoccabili per il loro contributo all'innovazione e alla crescita economica, le grandi società Internet cinesi sono da tempo sotto un controllo sempre più serrato da parte delle autorità di regolamentazione che sono puntualmente intervenute sanzionando le pratiche antimonopolistiche e il trattamento nella privacy dei dati. Xi Jinping poco dopo essere salito al potere alla fine del 2012, aveva compiuto la sua prima uscita aziendale da capo del Partito Comunista Cinese alla Tencent Holdings Ltd, gigante della tecnologia. L'interesse di quel momento particolare era rivolto soprattutto alla raccolta dei dati personali prodotta dalle società tecnologiche che, a oltre otto anni di distanza, ora si stanno rivelando come un nodo centrale del dibattito nel Paese. Il governo sta infatti sollecitando le grandi aziende tecnologiche come Tencent, il gigante della vendita al dettaglio online Alibaba Group Holding Ltd. e il proprietario di TikTok ByteDance Ltd. a consegnare i dati pescati da social media, ecommerce e altre attività.

Anche altrove, per esempio in Australia, l'attenzione è al massimo. A febbraio il Parlamento ha approvato una legge che obbliga Facebook e gli altri a pagare i contenuti editoriali. Il nuovo codice per le notizie digitali impone infatti ai giganti del web di negoziare con gli editori la retribuzione dei contenuti che vengono pubblicati sulle piattaforme digitali. Ha spiegato il ministro del Tesoro Josh Frydenberg: “Il Codice garantirà che l'industria dell'informazione venga remunerata adeguatamente per i contenuti generati, contribuendo a sostenere il giornalismo di interesse pubblico in Australia”.

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