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Lo Sri Lanka sogna da Nuova Dubai, ma chiede clemenza alla Cina sul debito

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Getty/HP (Photo: Peter Dazeley via Getty Images/HP)
Getty/HP (Photo: Peter Dazeley via Getty Images/HP)

Al momento la risposta è stata piuttosto cauta, per non dire evasiva. Pechino aiuterà lo Sri Lanka “al meglio delle sue capacità” ma è certa che lo Stato insulare “supererà le difficoltà temporanee il prima possibile”. Attraversato da una profonda crisi economica e valutaria, lo Sri Lanka ha chiesto ufficialmente alla Cina di rinegoziare il debito contratto nel corso degli anni per finanziare diversi progetti e infrastrutture nel tentativo di modernizzare il Paese. La richiesta è arrivata dal presidente Gotabaya Rajapaksa nel corso della visita ufficiale del ministro degli Esteri cinese Wang Yi a Colombo durante lo scorso week end. “Il presidente ha sottolineato che sarebbe un grande sollievo per il Paese se si dedicasse attenzione alla ristrutturazione dei pagamenti del debito come soluzione alla crisi economica che è emersa con la pandemia Covid-19”, ha affermato Rajapaksa. Quella dello Sri Lanka è solo l’ultima delle istanze arrivate a Pechino da Paesi poveri o in via di sviluppo, in gran parte dell’Africa o dell’Asia, che hanno attinto ai prestiti generosi offerti dalla Cina per progetti e cantieri necessari a colmare il loro gap infrastrutturale. O meglio, la penultima. Perché a febbraio potrebbe toccare all’Ecuador: il presidente Guillermo Lasso “andrà prossimamente in Cina e daremo il via a un processo di dialogo e a un memorandum di intesa sul debito che abbiamo con quel Paese”, ha detto di recente il ministro degli Esteri di Quito.

I problemi nel ripagare gli oneri maturati dall’Ecuador e, in particolare, dallo Sri Lanka verso Pechino risollevano la controversa questione della “diplomazia” o “trappola del debito” che la Cina tenderebbe ai Paesi in via di sviluppo dietro i lauti crediti concessi, secondo i più critici, per finanziare infrastrutture poco o per nulla sostenibili e accrescere così la sua influenza politica ed economica una volta emersa l’impossibilità di ripagarli. Una narrazione, va detto, fortemente contestata da politici, media e analisti cinesi che accusano l’Occidente di nascondere dietro un velo di ipocrisia la volontà di screditare il legittimo interesse economico di Pechino nel sostegno a Paesi invia di sviluppo, al pari di quello offerto da istituzioni e aziende occidentali. Nel caso dello Sri Lanka, ad esempio, una delle ragioni pro-Cina si fonda sul fatto che la quota del debito totale del Paese insulare che fa capo al Dragone ammonta solo al 10%, mentre il Giappone, la Banca asiatica di sviluppo, la Banca mondiale e i prestiti del mercato hanno tutti quote maggiori rispettivamente al 12%, 14%, 11% e 39%.

La profonda crisi in cui è caduto lo Sri Lanka non dipende naturalmente da Pechino che in un decennio ha prestato allo Sri Lanka poco più di cinque miliardi di dollari per una serie di progetti infrastrutturali dedicati a porti, strade e aeroporti. Tra questi anche il porto di Hambantota, diventato il simbolo, a detta dei detrattori, delle perverse dinamiche nel funzionamento della cosiddetta trappola del debito. Il porto infatti nel 2017 è stato dato in locazione alla società China Merchants Port per 99 anni in seguito alle difficoltà del contraente nel ripagare gli interessi sul debito estero. CMP fa parte del conglomerato China Merchants Group (CMG), un’impresa proprietà statale con sede a Hong Kong che come tutte le State-owned enterprises (aziende di Stato) è soggetta alla diretta supervisione della Commissione per la supervisione e l’amministrazione dei beni statali del Consiglio di Stato (SASAC), e quindi alle direttive del Partito Comunista cinese.

Hambantota è il secondo porto del Paese ed è, nell’ottica cinese, uno snodo rilevante per la sua strategia economica e commerciale (e secondo molti analisti, politica) chiamata Nuova Via della Seta. La Belt and Road Iniziative non è solo un piano di investimenti infrastrutturali per Pechino ma è innanzitutto una chiara strategia geoeconomica per lo sviluppo delle proprie rotte commerciali tra Est e Ovest e per incrementare l’influenza politica nei Paesi meritevoli dell’interesse del dragone. Investe 138 Paesi, tra cui figurano anche Stati membri dell’Ue. Il caso emblematico è la Grecia, “la testa del drago in Europa”, dove Pechino è entrato senza guanti durante la crisi del debito sovrano rilevando l’Autorità Portuale del Pireo, primo porto greco invidiabile per la sua posizione nel Mediterraneo, attraverso il suo colosso statale della navigazione Cosco. I cinesi controlleranno il Pireo, con una quota del 67%, al 2052. Nei primi cinque di gestione, tra le proteste di lavoratori, comunità e istituzioni locali, sono emerse le modalità coloniali dell’azienda di Stato di Pechino che hanno fatto sì incrementare a dismisura i traffici di merci ma senza o quasi produrre alcun valore aggiunto per l’economia greca. Fatte le dovute proporzioni, si teme che ciò stia accadendo anche nello Sri Lanka. Un anno fa era circolata la notizia di una possibile estensione del contratto di locazione del porto di Hambantota fino a 198 anni, poi smentita dalle autorità cinesi.

Le autorità del porto si aspettano una crescita “fenomenale” nei traffici e nei servizi mentre il Paese attraversa una severa crisi economica e valutaria. Le riserve in valuta estera dello Sri Lanka (Pil: 80 miliardi di dollari) sono calate a dicembre a 1,6 miliardi di dollari, appena sufficienti per poche settimane di importazioni. Il Governo ha imposto il razionamento nelle forniture dell’energia elettrica dopo che la principale società ha incontrato crescenti difficoltà nell’acquisto di combustibile per le sue centrali, come ha riportato la France Presse. Come riporta invece Reuters, la banca centrale dello Sri Lanka ha ripetutamente assicurato che tutti i rimborsi del debito saranno rispettati, a partire dal bond sovrano da 500 milioni in scadenza il 18 gennaio, pari a circa un terzo di quelli a maturazione nel 2022.

Nel corso della visita del ministro cinese, il presidente dello Sri Lanka ha chiesto l’accesso a crediti preferenziali per le importazioni di beni essenziali, oltre a misure per consentire ai turisti cinesi di recarsi in Sri Lanka anche durante la pandemia, dato l’importante apporto del turismo alla crescita del Paese in un periodo di crisi aggravata dal Covid. Il ministro Wang ha affermato che tra i due Stati persiste una “relazione amichevole” che “avvantaggia lo sviluppo di entrambi e serve l’interesse fondamentale di entrambi i popoli”. Ma, lanciando un messaggio all’India, ha anche avvertito “terze parti” a non interferire nei rapporti tra Cina e Sri Lanka. D’altronde Cina e India rappresentano da sole il 50% del valore dell’import dello Stato insulare.

Di certo gli affari fioriscono sull’asse Pechino-Colombo. Sul lungomare della capitale infatti un’altra azienda cinese, China Harbor Engineering Company, sussidiaria di una delle Soe più importanti di Pechino, la China Communications Construction Company, sta portando avanti la costruzione di una città finanziaria, Port City Colombo. Una “nuova Dubai” in regime Zes, Zona economica speciale, parte integrante della Via della Seta cinese, e quindi coerente con i suoi progetti commerciali. L’estensione territoriale porterà più o meno al raddoppio della superifice terrestre della capitale.

Dopo lo Sri Lanka, potrebbe toccare all’Ecuador chiedere clemenza finanziaria a Pechino. Il ministro degli Esteri Juan Carlos Holguin ha detto che a inizio febbraio il presidente Lasso affronterà un viaggio in Cina per chiedere di rinegoziare il debito di oltre cinque miliardi di dollari e a discutere di accordi commerciali. I rapporti commerciali tra il paese dell’America latina e Pechino sono molto solidi: l’export con la Cina vale il 12% del valore totale, l’import il 18%. Sulle esportazioni verso Pechino pesano soprattutto i contratti di fornitura a lungo termine di greggio.

“Il problema riguarda i nostri attuali meccanismi di pagamento del debito”, ha detto Holguin ai giornalisti, riportato da Reuters. “Sono proposte innovative che hanno un ampio interesse nella comunità internazionale e crediamo che la Cina sarà in grado di accettare alcuni di questi meccanismi”. Negli ultimi anni le politiche finanziare del governo ecuadoriano hanno portato a una graduale riduzione del debito nei confronti della Cina a fronte di un aumento dell’esposizione verso altre istituzioni internazionali, come la Banca interamericana per lo sviluppo (Bid) e il Fondo Monetario Internazionale. Un modo, detta altrimenti, per ridurre la propria dipendenza finanziaria dal Dragone (a vantaggio di altri).

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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