La Lombardia pensa a una moneta complementare, il Lombard

La Regione Lombardia studia l'ipotesi di introdurre una valuta alternativa virtuale. Intervista all'assessore lombardo Andrea Gibelli

Dentro l’euro sempre, ma con una moneta alternativa virtuale, complementare. La Regione Lombardia è al centro dell’interesse nazionale per il dibattito sulla possibilità di introdurre il lombard, una moneta non fisica atta ad aggirare la mancanza di liquidità – spauracchio mai fantomatico nella congiuntura attuale - e a favorire lo sviluppo della piccola e media impresa. E i precedenti di livello europeo, come il modello svizzero del wir di Basilea, o il modello francese di Nantes e quello dei circuiti monetari regionali tedeschi, sembra suggerire che la via è percorribile, anche se al momento trattasi di studio per capire come e quando. Lo scopo è quello di sostenere l'economia grazie a una moneta anticiclica, in una situazione in cui anche l’uomo comune guarda con sospetto alla moneta contante e agogna alternative alla crisi di liquidità. Lo dimostra anche il “No Cash Day 2012”, la seconda edizione della giornata contro il denaro contante, svoltasi a Palazzo Pirelli. Yahoo! Finanza ha intervistato il vicegovernatore, e assessore all’industria e all’artigianato, Andrea Gibelli, per capire meglio l’affaire lombard.


Di cosa parliamo? Di un progetto con una tempistica, di uno studio di prospettiva?
Dire che la situazione è tale che, per essere molto chiari, l’euro sta alla finanza come la moneta complementare sta ai beni reali al fine di favorire la spesa quotidiana del cittadino e la vita delle imprese. E’ un’esperienza che la Lega sta monitorando, la regione Lombardia sta affrontando uno studio di valutazione sugli esperimenti europei analoghi nell’eurozona e non. Pensiamo ai 23 circuiti monetari tedeschi, che hanno reintrodotto valute locali complementari all’euro, al modello francese di Nantes, in procinto di partire, al wir svizzero, nato a Basilea e complementare al franco. Un modello assolutamente legale e che sostiene l’economia reale, col vantaggio però di una maggiore disponibilità di moneta per gli scambi di bene e servizi quando quella principale scarseggia.

Può spiegarne il funzionamento?
Funziona con un soggetto che può essere una banca, una cooperativa, un’associazione, a cui un ente pubblico presta garanzie: il soggetto autorizzato comincia a effettuare la distribuzione di moneta complementare per quanto riguarda le proprie forniture di denaro e quindi anche di servizi che vengono corrisposti con una percentuale stabilita tra gli euro e la moneta complementare. L’immissione di questa valuta nel circuito, se viene in termini monetaristici accettata, riduce della metà il costo del denaro e quindi è più conveniente utilizzarla e compensa il limite all’esposizione bancaria che è condizionata dagli interessi sul capitale. Lo stesso soggetto che la emette alla fine di tutti i passaggi tra commercianti, artigiani e distribuzione accetti di riacquistare questa moneta per il pagamento dei servizi che offre, ad esempio nel settore dei trasporti o della sanità nel caso del pagamento delle prestazioni. Ad esempio, il pagamento del ticket che nel caso nostro, se il progetto prendesse forma dopo la fase ricognitiva, verrebbe pagato in lombard e non in euro. Chiaramente lo scambio è fisso per convenzione monetaria, ma la moneta non ha costo perché si riferisce solo all’economia reale

Come garantire una sperimentazione affidabile?
Iniziando a discutere per capirne la natura, raccogliendo quelle testimonianze che vengono da contesti dove non c’è il tabù culturale italiano. Tra l’alternativa dentro o fuori dall’euro esiste una terza via percorsa da sperimentazioni reali, e non di carattere teorico. Abbiamo esempi significativi nel contesto franco-tedesco, come il wir, che esiste dal 1934, o esempi in area di Paesi meno europeisti come il Regno Unito, dove alcune municipalità stanno sperimentando monete complementari alla sterlina che soffre delle stesse condizioni strutturali dell’euro, come nel caso del Bristol pound, una moneta locale complementare. Tra i casi italiani c’è il Sardex, che da qualche anno in Sardegna rende complementari i cambi tra imprese del territorio, il cui incremento di crescita è più che proporzionale rispetto all’anno precedente. Gli operatori che oggi sono all’interno di tale circuito hanno raggiunto una soglia tale da pensare che l’esperienza autorizzerà ad allargarlo oltre che alle imprese alla pubblica amministrazione e ai cittadini.

C’è chi vede nel lombard una moneta di “scambio politico” che la Lega chiede al governatore Formigoni.

Non è un progetto presentato sul piano della trattativa politica ma sull’opportunità di studiare tutte le possibili forme innovative di finanziamento delle imprese in un momento di crisi di liquidità. Il perimetro della discussione è questo. Le monete complementari rappresentano un tentativo a cui poi deve corrispondere una progettualità che è tale nel caso in cui lo studio, di questo si tratta, abbia successo. Non fa parte di negoziazioni politiche ma di questioni relative a individuare tutte le modalità di finanziamento innovativo alle imprese. Sotto questa voce la moneta complementare si inscrive perché aiuta le piccole e medie imprese, le aziende a chilometro zero, il sistema creditizio, tanto più che è una moneta priva di interessi. La polemica in questo senso è fuori luogo. Tanto più che le monete complementari non si inscrivono nell’esperienza di una parte ma sono esperienze sul campo che hanno origini molto trasversali sul piano della paternità politica. Poi la Regione Lombardia certo vuole essere la prima a gettare l’obiettivo oltre il luogo comune, per aprire nuovi orizzonti per aiutare la società.