Italia Markets close in 3 hrs 45 mins

L'omertà frena il contact tracing, i detective anti-Covid a Piacenza

Stefano Benfenati
·4 minuto per la lettura

(AGI) – Piacenza, 14 gen. - Omertà e reticenza: la paura di rimanere chiusi per 10 giorni tra le mura di casa, frena il contact tracing, anello fondamentale per interrompere la corsa del virus attraverso il tracciamento dei contatti stretti dei positivi. Ora, dopo mesi di pandemia a preoccupare più della malattia sono le limitazioni personali, come l'isolamento domiciliare. Questo, in sintesi, uno dei nodi critici nella lotta al Covid spiegato all'AGI dal direttore del dipartimento di Sanità pubblica dell'Ausl di Piacenza, Marco Delledonne. E gli 'investigatori del virus' si trovano in non poche difficoltà.  

Il rischio di molti positivi liberamente in giro

“C'è omertà, non è solo reticenza. Una circostanza che abbiamo vissuto con il focolaio scoppiato a Bobbio”, piccolo Comune della Val di Trebbia  “dove a seguito dei bagordi natalizi ci sono stati una quarantina di contagi”. Nella settimana tra il 4 e il 10 gennaio sono stati rilevati 38 nuovi positivi nel paese piacentino di 3500 abitanti.  “Stiamo facendo fatica a farci raccontare dai positivi con chi hanno trascorso il tempo. Tendono a coprirsi gli uni con gli altri - racconta Delledonne - quasi come se si fossero messi d'accordo. Siamo riusciti a capire che queste persone hanno partecipato ad una festa privata a Capodanno e a due feste di compleanno. Il problema è che se non ci segnalano i loro contatti, potenzialmente, potrebbe esserci ancora qualche positivo  che va bellamente in giro a contagiare altre persone”. 

 Nella prima ondata, la provincia di Piacenza, a pochi chilometri dal primo focolaio lombardo di Codogno, è stata tra le più colpite in termini di morti. E ha reagito con determinazione all'emergenza sanitaria. Ora nonostante una macchina sanitaria ‘oliata' per poter tracciare fino a 250 positivi al giorno (la media al momento è sui 120 casi ogni 24 ore) lo scoglio da superare è il silenzio da parte di alcuni malati.

Si teme per la popolazione più fragile

Boicottare l'attività degli ‘investigatori' del virus – vere e proprie squadre formate da medici e operatori sanitari – equivale a mettere a rischio la popolazione fragile, gli anziani in primis. Questo il ragionamento dell'azienda sanitaria. E Bobbio ne è un esempio lampante in quanto sono in tanti i residenti con i ‘capelli bianchi'. Al momento il virus si espande soprattutto durante i momenti conviviali nelle abitazioni private  (dove non sono possibili i controlli delle forze di polizia). Per questo la  collaborazione dei cittadini è  più che mai un fattore chiave per arginare il Covid.        

Possibili conseguenze penali

“Chi non fornisce notizie corrette in corso di epidemia, e poi ci scappa il morto, potrebbe risponderne a livello penale": questo il messaggio anti-omertà lanciato dal direttore del dipartimento di sanità pubblica dell'Ausl di Piacenza. "Se non si convincono con i buoni sentimenti - suggerisce - pensino anche ad eventuali conseguenze penali. Forse così si ravvedono”.

 Da ‘testimonianze' senza filtri a un eccessivo riserbo: l'atteggiamento di chi ha contratto il Covid è cambiato nel corso della pandemia. “In primavera le persone  avevano molta paura del virus quindi erano anche molto collaborative. Il positivo - spiega Delledonne - tendeva addirittura ad esagerare sui contatti che aveva avuto. Il problema adesso è opposto. A causa dei timori dovuti alle limitazioni personali a cui vengono sottoposte le persone, noi stiamo notando la difficoltà di avere queste informazioni in maniera completa. L'anziano è quello che parla di più. I giovani - conclude - tendenzialmente sono più sinceri degli adulti a meno che non vengano istruiti da genitori che non vogliono poi avere limitazioni”.

Tra i detective anti-Covid di Piacenza c'è anche Valeria Rossetti. La 24enne fa parte di una squadra di una settantina di colleghi che ogni giorno telefona ai nuovi positivi per tracciarne i contatti. “Impostiamo quarantene – racconta all'AGI - valutiamo il loro stato salute e indaghiamo sui contatti che hanno avuto nei giorni precedenti cercando  di bloccare la catena del contagio”. Un lavoro in cui competenze sanitarie si incrociano con abilità psicologiche. “Bisogna essere bravi a creare una sorta di empatia con l'utente. In modo che sia libero di esprimersi. Se capiamo che le persone non ci forniscono tutte le informazioni corrette – conclude Rossetti - dobbiamo essere in grado di capire quali siano le cose vere o meno”.