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L'operazione politica di Bergoglio e il dialogo per la pace con gli sciiti

Alberto Ferrigolo
·5 minuto per la lettura

AGI - "Bisogna sempre pensare che quel che fa Bergoglio ha sempre alle spalle una serie di passaggi compiuti da altri Pontefici prima di lui, compreso Benedetto XVI": a parlare è il professor Enzo Pace, ordinario di Sociologia generale e docente di Sociologia delle Religioni all'Università degli studi di Padova, nell'analizzare con l'AGI la visita del Papa in Iraq.

"Si tratta di un viaggio molto rilevante", sottolinea. "La cosa importante è che questo incontro arriva dopo il documento sulla 'Fratellanza umana per la pace nel mondo', siglato ad Abu Dhabi con il rappresentante dell'università di Al-Azhar al Cairo. Questa volta Bergoglio ha invece incontrato, non a caso, un personaggio come Al Sistani, che invece rappresenta lo sciismo. Dal punto di vista geopolitico, con l'Iran lo sciismo entra nei conflitti, ed è come se il Papa avesse voluto dare un segnale e dire 'Siete divisi, si', però per me siete persone con cui si puo' dialogare. Ovviamente Bergoglio lo ha fatto selezionando accuratamente gli interlocutori".

"Non è andato in Iran a cercarsi uno degli Ayatollah molto conservatori che ormai sono al potere", prosegue Pace. "Al Sistani rappresenta quella corrente dello sciismo che ritiene che andare al potere è tradire la visione anche teologico-escatologica dello sciismo. Lo sciismo si definisce nella sua concezione teologica verso il X secolo quando un teologo elaborò la teoria per cui l'Ultimo Imam - il dodicesimo non era morto ma era solamente scomparso agli occhi visibili - tornerà. E tornerà per rendere giustizia. Ma nel frattempo cosa si fa? Nel frattempo, si cerca di leggere i segni dei tempi di questo ritorno ma senza prefigurare un sistema politico che in qualche modo anticipi la giustizia, la quale verrà invece ristabilita in terra".

Sistani, continua il professore Enzo Pace, rappresenta proprio "questa visione tradizionale, ma anche molto chiara, una visione alternativa a quella di Khomeini. Come al solito, in quel quadrante geografico, ogni questione teologica se viene usata politicamente ha dei risvolti sorprendenti. Khomeini cosa dice? Anticipiamo noi l'arrivo del Regno di Giustizia, tant'è che a un certo punto si farà chiamare persino 'imam', che nel linguaggio corrente e nel simbolismo religioso è un'appropriazione indebita di un titolo che spetterà a questo Salvatore destinato a ritornare in terra a rendere giustizia".

In sintesi, dunque, l'incontro del Papa è il frutto di una selezione molto accurata del suo interlocutore: seleziona personaggi come Al Sistani, non va invece a parlare con altri sciiti molto più irruenti, per esempio, in Libano, Hassan Nasrallah, che ha una sua milizia perchè pensa che bisogna andare al potere e accelerare i tempi del ritorno del Salvatore.

Per il professor Enzo Pace, Papa Bergoglio sta facendo perciò un'operazione politica: "Molto, ma molto politica. E anche coraggiosa, perché sa che va ad individuare un interlocutore nel mondo sciita che probabilmente non piace a Khamenei e a tutto l'establishment iraniano".

Ma Papa Francesco, in verità, fa un'operazione che unifica o che distingue il grano dal loglio? "Intanto lui dice: 'che voi siate divisi tra sciiti e sunniti, a me basta che lavoriate per la pace, per uscire da questa logica terribile dei conflitto'. Non dimentichiamoci che Al-Sistani è d'origine iraniana ma vive in Iraq e ha visto sotto i suoi occhi quella terribile vicenda che non si è ancora chiusa, la lunghissima guerra irakena e poi la nascita dell'Isis. Bergoglio va lì e dice: 'Io sono con voi, vorrei lavorare per la pace e non mi interessa stare lì a distinguere tra sciiti e sunniti, purché mi diate la garanzia che non volete fare politica'. Quel che Francesco capisce, da politico, è che più le religioni si intromettono negli affari politici più diventano fonte loro stesse di conflitto politico. Finiscono per alimentare il conflitto".

"Ovviamente lo scopo secondario, però importante - prosegue Pace - è quello di riuscire a salvare quel poco di comunità cristiane che esistono in loco. L'idea che lui ha - e questo è un altro elemento molto interessante - non è quella che i cattolici portano in giro per il mondo la verità, ma che invece laddove esiste una pluralità di comunità religiose questo è un valore aggiunto, anche per i cattolici. Quindi Bergoglio ha l'idea di salvare questo patrimonio culturale in Siria, in Iraq, Libano, Giordania perchè è come se si stesse perdendo un patrimonio culturale dell'umanità. Queste società sono state abituate per secoli a vedere cristiani, musulmani, sciiti, sunniti, ortodossi, maroniti e padre Dall'Oglio.... Sono abituati a considerare il pluralismo non come un'eccezione ma come la vita quotidiana. Questo è il punto. Il disastro, oggi, è che le guerre - prima in Iraq, poi la guerra civile in Siria, quindi la ciliegina avvelenata dell'Isis- hanno fatto collassare questa realtà quotidiana. La gente normale -con cui parlo normalmente, siriani, irakeni...- non riesce a rendersi conto di come siano spuntati fuori personaggi che dicevano: 'O siete musulmani come noi o vi facciamo fuori'".

Di qui l'importanza di questo viaggio: "è come se questo viaggio volesse anche dire: 'Noi capiamo che i problemi sono molto complicati, pero' siamo qua anche per dire: salviamo questo tessuto plurale in cui cristiani e cattolici hanno un ruolo'. In Siria sappiamo tutti che fine ha fatto padre Dall'Oglio Ma ci sono anche tante altre figure di secondo ordine, tanti vescovi, abituati a svolgere un ruolo politico, per i quali il Papa teme. Per loro e per la loro sorte".