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I lunghi anni di caos in Libia dopo la caduta di Gheddafi

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AGI - La Libia, il Paese dotato delle riserve di petrolio più abbondanti dell'Africa, è immersa nel caos dall'inizio della rivolta, nel 2011, messa in moto dalle cosiddette 'primavere arabe'.

Una rivolta che, in parallelo all'intervento militare internazionale, ufficialmente per proteggere la popolazione dagli scontri, culminò con la caduta del regime di Muammar Gheddafi.

Con il regime in disfacimento, da anni in Libia proliferano i gruppi armati e l'islamismo è affiorato con prepotenza.

Nelle prime elezioni democratiche, gli elettori scelsero in maggioranza un governo laico. Ma la transizione è stata minata dalle rivalità tra partiti laici, islamisti e indipendenti, oltreché dall'escalation degli scontri tra le nuove milizie.

E di fatto il Paese è caduto preda di una crisi istituzionale di cui non si vede soluzione, il braccio di ferro tra le forze che controllano l'Est e l'Ovest del Paese.

Da marzo due governi si contendono il potere: uno con sede a Tripoli e guidato da Abdel Amid Dbeibah dal 2021 e un altro guidato da Fathi Bashagha e sostenuto dal maresciallo Khalifa Haftar, l'uomo forte della Cirenaica. Nella notte una folla di manifestanti ha preso d'assalto e dato fuoco al Parlamento libico, a Tobruk, ma è stato l'ennesimo episodio di un'escalation che rischia di far ripiombare il Paese nella guerra civile.

Di seguito, gli avvenimenti più importanti di dieci anni di caos.

Marzo 2011

Inizia l'intervento militare internazionale in Libia, con un attacco aereo francese, statunitense e britannico, per far rispettare il divieto di sorvolo voluto dall'Onu, ufficialmente per tutelare l'incolumità della popolazione civile stretta nella morsa dei combattimenti tra le forze lealista a Gheddafi e quelle ribelli. Pochi giorni dopo l'intervento militare viene unificato sotto l'Operazione Unified Protector a guida Nato.

Ottobre 2011

Viene catturato, stuprato e ucciso, Muammar Gheddafi, che, dopo il colpo di Stato che nel 1969 aveva messo fine alla monarchia, per 42 anni era stata la massima autorità libica.

Settembre 2012

L'ambasciatore Usa e altri tre americani vengono uccisi quando militanti islamisti, tra cui terroristi di Ansar al-Sharia, assaltano il consolato a Bengasi.   

Maggio 2014

Il generale del sedicente Esercito nazionale libico, Khalifa Haftar -un passato di capo di Stato Maggiore militare di Gheddafi, ma in seguito ostile al dittatore, tornato in Libia nel 2011 dopo quasi due decenni in esilio negli Stati Uniti- lancia dalla sua roccaforte a Bengasi un'operazione per "epurare" gli islamisti dalla Libia, accusando il primo ministro, Ahmed Maitig, di essere servo dei gruppi islamisti.

Giugno 2014

Il primo ministro Maitig si dimette dopo che la Corte suprema lo dichiara illegittimo. Il voto per il nuovo Parlamento è segnato da una bassissima affluenza (18% contro il 62% nel 2012) attribuita a timori per la sicurezza. Gli islamisti subiscono pesanti sconfitte. Ma scoppiano combattimenti tra le forze fedeli al governo uscente e il nuovo Parlamento. Il fragile nuovo governo si disintegra in due governi rivali, con sede a Tripoli, la capitale, e nella parte orientale di Tobruk. Ogni governo ha le proprie fazioni armate, ma ovviamente se ne avvantaggiano le milizie.

Luglio 2014

Il personale delle Nazioni Unite si ritira, le ambasciate vengono chiuse, gli stranieri evacuati per il deteriorarsi della sicurezza. L'aeroporto internazionale di Tripoli viene in gran parte distrutto dai combattimenti. Ansar al-Sharia prende il controllo della maggior parte di Bengasi. Gli scontri tra milizie islamiste e laiche sono in aumento in tutto il Paese: si calcola che operino circa 1.600 gruppi armati, 1.300 in più rispetto al 2011, alcuni con legami a partiti politici, altri puramente tribali o regionali.

Dicembre 2015

Un accordo mediato dalle Nazioni Unite cerca di integrare le fazioni orientali e occidentali in un nuovo Governo di Accordo Nazionale (Gna). I governi rivali di Tripoli e Tobruk resistono alla condivisione del potere.

Aprile 2016

Il Gna lancia l'operazione “Muro Impenetrabile” (al-Bunyan al-Marsoos) per espellere lo Stato Islamico da Sirte, città natale di Gheddafi. A Est, il generale Haftar estende la sua campagna contro gli islamisti a Derna.

Dicembre 2016

Lo Stato Islamico perde sia Derna che Sirte

Luglio 2017

Gna e Haftar concordano un cessate il fuoco condizionale e un voto per la primavera del 2018, ma a ottobre i negoziati per la riconciliazione si concludono in un fallimento. La situazione politica peggiora a dicembre, quando Haftar dichiara nullo l'accordo politico del 2015 e il Gna superato.

Novembre 2018

I leader libici e internazionali si incontrano in Italia. Tutte le parti, compreso Haftar, esprimono sostegno a un piano delle Nazioni Unite che prevede una conferenza all'inizio del 2019 per pianificare le elezioni.

Aprile 2019

L'Esercito nazionale libico di Haftar avanza su Tripoli, scatenando scontri con le forze del Governo di accordo nazionale riconosciuto.

Gennaio 2020

La Turchia approva ufficialmente il sostegno militare al governo di Tripoli e poche settimane dopo e forze del Gna annunciano una controffensiva contro le forze di Haftar

Giugno 2020

Il governo sostenuto dalle Nazioni Unite caccia le forze di Haftar da Tarhouna, la loro ultima roccaforte nella parte occidentale del Paese vicino a Tripoli.

Marzo 2021

Abdul Hamid Dbeibah assume la carica di primo ministro del governo di accordo nazionale sostenuto dalle Nazioni Unite a Tripoli.

Dicembre 2021

Le tanto attese elezioni, previste inizialmente per il 24 dicembre, vengono rinviate anche per la presenza tra i candidati di figure 'chiacchierate' come Saif al Islam Gheddafi e Khalifa Haftar.

Febbraio 2022

L'ex ministro dell'Interno Fathi Bashagha viene scelto come nuovo premier ad interim del Governo di stabilità nazionale, ma non è riconosciuto dalla comunità internazionale. Abdel Amid Dbeibah, nominato premier ad interim con l'approvazione delle Nazioni Unite per condurre il Paese alle elezioni che avrebbero dovuto sancire la riunificazione nazionale, rifiuta di farsi da parte.

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