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Ma allora il vaccino per il Covid-19 arriva tra un mese o tra un anno? Facciamo un po' d'ordine

Di Andrea Signorelli
·7 minuto per la lettura
Photo credit: SILVIO AVILA - Getty Images
Photo credit: SILVIO AVILA - Getty Images

From Esquire

Secondo alcuni opinionisti, l’attuale contrarietà del premier italiano Giuseppe Conte a varare misure più severe per contenere la diffusione del Covid-19 poggia su un’unica speranza: che già prima della fine dell’anno sia possibile, per usare le sue stesse parole, “inondare i nostri sistemi di vaccini”. Non si tratterà ovviamente di un’inondazione improvvisa, bensì graduale: secondo i calcoli più ottimistici, già attorno a Natale l’Italia potrebbe ricevere i primi 2-3 milioni di dosi del vaccino AstraZeneca/Oxford – su cui il nostro paese (assieme a Francia, Germania e Paesi Bassi) ha scommesso – e poi iniziare la vaccinazione di massa partendo dai soggetti più deboli o più esposti.

Questi sono i tempi che tutti si augurano vengano rispettati, ma non è detto che le cose vadano così. Walter Ricciardi dell’Istituto Superiore di Sanità ha già messo le mani avanti, affermando che i tempi potrebbero essere più lunghi; il presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli ha invece avvertito che le prime vaccinazioni non arriveranno prima della primavera prossima.

Le tempistiche del vaccino anti-Covid

In dirittura d’arrivo non c’è ovviamente solo il vaccino di AstraZeneca. Nel mondo sono circa 150 i farmaci allo studio per debellare la pandemia: alcuni ormai in dirittura d’arrivo, altri che, pur richiedendo tempi più lunghi, potrebbero un domani rivelarsi più efficaci (dimostrando, per esempio, di sconfiggere il virus definitivamente invece che temporaneamente). Anche i vaccini più rapidi avranno comunque tempi molto simili a quelli accennati: negli Stati Uniti, l’amministrazione di Donald Trump ha stabilito il primo novembre 2020 come data entro la quale i singoli stati devono aver pronti i punti di distribuzione. Considerato che negli USA si vota il 3 novembre, in molti sospettano che questa tempistica abbia ragioni elettorali più che mediche: il direttore del Centro di Controllo Malattie Robert Redfield ha infatti affermato come sia improbabile che un vaccino possa essere pienamente disponibile prima della metà dell’anno prossimo, mentre Anthony Fauci, direttore dell’Istituto di Malattie Infettive statunitense, prevede che la popolazione americana potrà dirsi completamente al sicuro solo verso la fine del 2021.

Photo credit: OLGA MALTSEVA - Getty Images
Photo credit: OLGA MALTSEVA - Getty Images

I tempi, a questo punto, sembrano delinearsi (pur con le mille incognite del caso e le valutazioni sull’efficacia e la durata della copertura): entro la fine di quest’anno dovrebbero essere pronte le primissime dosi di alcuni dei vaccini in fase più avanzata. Attorno alla primavera dell’anno prossimo dovrebbe essere iniziata – o magari già in fase avanzata – la vaccinazione di buona parte della popolazione e attorno alla fine del 2021 questo immane processo potrebbe essere completato. Il che non significa che l’incubo Covid-19 sarà completamente scongiurato: se questi vaccini offrissero solo una copertura temporanea si dovrebbe ripetere l’operazione più di una volta, mentre sarà cruciale capire quali saranno i tassi di efficacia (si spera nel 100%, ci si può accontentare del 50%).

Se queste fossero le tempistiche, sarebbe stato non solo rispettato quanto ci viene promesso fin dall’inizio (12-18 mesi di tempo dalla partenza dei lavori), ma si tratterebbe inoltre di un record: solitamente distribuire un vaccino sul mercato richiede infatti circa 15 anni di sviluppo. Fino a oggi, il vaccino più rapido ad approdare sul mercato era stato quello contro gli orecchioni, sviluppato negli anni ’60 e che era stato distribuito a soli quattro anni dall’inizio delle sperimentazioni.

Questo il quadro generale, ma a che punto si trovano i vaccini su cui riponiamo le speranze? Prima di tutto, qualunque sarà il vaccino che vincerà questa corsa contro il tempo, avrà sostanzialmente lo stesso meccanismo di base degli altri. Qualunque vaccino, infatti, istruisce il sistema immunitario a creare una difesa contro il virus: una difesa che è spesso più forte di quella che si potrebbe ottenere attraverso un contagio naturale e che comporta minori conseguenze fisiche.

Come spiega il National Geographic, per creare questa barriera alcuni vaccini utilizzano l’intero coronavirus (che viene però inoculato in uno stato indebolito o addirittura morto); altri impiegano invece solo una parte del virus: una proteina o un frammento dello stesso. Altri ancora trasferiscono le proteine del coronavirus all’interno di un virus differente, che ha poche o nessuna probabilità di causare malattie. Infine, alcuni vaccini in fase di sviluppo si basano sulla distribuzione del materiale genetico del virus, in modo che le nostre cellule possano temporaneamente produrre le proteine del coronavirus necessarie a stimolare il nostro sistema immunitario.

AstraZeneca

Ciascuno dei virus su cui si sta lavorando ha quindi caratteristiche peculiari. Iniziamo da quello che ci riguarda più da vicino: il vaccino sviluppato dall'università di Oxford in collaborazione con il colosso farmaceutico AstraZeneca. Nome in codice ChAdOx1 nCoV-19, questo vaccino è stato prodotto trasferendo la proteina “spike” del Sars-Cov-2 in una versione indebolita dell’adenovirus (quello che causa il normale raffreddore). Iniettando l’adenovirus così modificato nell’essere umano, la proteina spike dovrebbe innescare la risposta immunitaria. Al momento, i risultati delle prime due fasi di test clinici hanno mostrato come questo vaccino sia in grado di scatenare una forte risposta immunitaria con trascurabili effetti collaterali, tra cui stanchezza e mal di testa. Per la fase tre, ancora in corso, sono stati reclutati 50mila volontari. Come detto, si punta ad avere le primissime dosi entro la fine di quest’anno

Johnson & Johnson

Con sede in New Jersey, è una delle multinazionali più grandi del mondo specializzata in prodotti farmaceutici e per la salute. Similmente al vaccino AstraZeneca, quello di Johnson & Johnson punta a introdurre un pezzo del DNA del Sars-Cov-2 nell’adenovirus responsabile del raffreddore, ma modificato affinché non possa replicarsi nel corpo. La tecnologia impiegata è la stessa usata da Johnson & Johnson per sviluppare il vaccino contro Ebola (e anche per quelli sperimentali contro Zika e HIV). Uno studio pubblicato su Nature nel mese di luglio ha mostrato come il vaccino abbia fornito una protezione completa o quasi completa dopo la somministrazione di una sola dose. Sul finire di settembre è iniziata la fase tre su 60mila adulti reclutati in vari paesi, compresa una significativa rappresentanza di soggetti anziani, tra cui alcuni con patologie pregresse che potrebbero essere più vulnerabili al Covid-19.

Moderna

Altra società statunitense, il suo vaccino è noto soprattutto perché potrebbe essere il primo al mondo di tipo mRna. Di base, si legge sulla MIT Tech Review, questo vaccino “incorpora le istruzioni genetiche per il componente di un virus all’interno di una nanoparticella, che poi può essere iniettata in una persona. Sebbene questo nuovo metodo sia rapidissimo da preparare, non ha ancora condotto alla commercializzazione di un vaccino”. In questo caso in particolare, Moderna ha aggiunto alle nanoparticelle le istruzioni genetiche relative alla proteina “spike”. Per fare ciò, non c’è nemmeno bisogno del virus vero e proprio, è sufficiente avere la sequenze genetica. Inoltre, non è necessario produrre grandi quantità di materiale, dal momento che è il corpo stesso, essenzialmente, a produrre il vaccino. Questo potrebbe rendere molto più facile produrlo su vasta scala e in maniera rapida ed economica. La fase tre è iniziata sul finire di luglio, mentre ancora si continuano a monitorare i risultati della fase due. I risultati preliminari mostrano che i soggetti hanno sviluppato gli anticorpi attesi, compresi i pazienti più anziani. L’obiettivo è consegnare almeno 500 milioni di dosi entro l’inizio del 2021, anche se secondo il CEO Stéphane Bancel è più probabile che non ci sarà un’ampia disponibilità prima della metà del 2021.

Photo credit: VINCENZO PINTO - Getty Images
Photo credit: VINCENZO PINTO - Getty Images

Pfizer

Nome in codice BNT162b2, è sviluppato dalla statunitense Pfizer, una delle più importanti società farmaceutiche al mondo, in collaborazione con la compagnia biotech tedesca BioNTech. Anche in questo caso si sta lavorando allo sviluppo di un vaccino basato su mRNA, già studiato dalla BioNTech nei suoi lavori sperimentali per debellare il cancro. Pfizer ha firmato un contratto con gli Stati Uniti che la impegna a fornire 100 milioni di dosi entro il dicembre di quest’anno, a patto ovviamente che la cura sia stata approvata. L’obiettivo al momento è concludere le sperimentazioni per la fine dell’anno e arrivare a produrre oltre un miliardo di dosi entro la fine del 2021.

Sinovac

Produttrice di un vaccino dal nome decisamente più semplice (CoronaVac), Sinovac è l’azienda cinese che lavora in collaborazione con il centro di ricerca brasiliano Butantan. Il suo è un vaccino inattivo, che quindi stimola la produzione di anticorpi attraverso una versione non infettiva del Coronavirus. Sebbene i patogeni non più attivi non possano causare malattie, riescono comunque a provocare una risposta immunitaria. Anche in questo caso, la sperimentazione ha raggiunto la fase 3 mentre ancora si stanno monitorando i risultati della fase 2, che fino a oggi hanno dato prova di produrre gli anticorpi senza importanti effetti collaterali.