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Ma ora per Cartabia il Quirinale è più lontano

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(Photo: ROBERTO MONALDO via Getty Images)
(Photo: ROBERTO MONALDO via Getty Images)

Partiamo dalla fine, perché le giornate fatali non finiscono mai. Senato, esterno notte, appena dopo l’approvazione della riforma sulla Giustizia, trionfo apparente dalla ministra Marta Cartabia. Esce Loredana De Petris, capogruppo di Sinistra italiana: “È inaudito, una roba del genere non si è mai vista. Chiedere di ritirare un emendamento votato, dicendo che lo chiede anche il Colle. Il Quirinale oggi se l’è giocato”.

L’antefatto (dell’“inaudito”), per poi arrivare al destino della Guardasigilli, frettolosamente insignita da parecchi osservatori del titolo di predestinata al Colle più alto. Approvato in commissione un emendamento, a firma Gianluca Castaldi (M5s) una proroga per tenere aperti i tribunali abruzzesi delle zone terremotate, col parere favorevole del Tesoro e contrario della Giustizia. Anzi, approvato all’unanimità, compresi i Fratelli d’Italia. In capigruppo però la presidente del Senato ne chiede il ritiro, perché la Cartabia è contraria e, per dare forza all’argomentazione, dice che, proprio così, anche il Quirinale ha dei dubbi.

Per farla breve, siccome è stato già votato e il Parlamento è sovrano, i gruppi, proprio tutti, rispondono picche. Morale della favola: la presidente del Senato lo stralcia, per estraneità di materia in merito al provvedimento in questione. All’uscita sono tutti visibilmente alterati perché va bene tutto, ma addirittura chiamare in causa Mattarella è un po’ hard: “Ma come si fa – sbotta anche la dem Simona Malpezzi – a procedere in questo modo?!”. E ci manca solo una manifestazione sotto il Ministero della Cartabia, minacciata dal Comune di Avezzano: “Siamo pronti a sfilare sotto il portone di via Arenula per convincere il ministro della Giustizia a non deludere le speranze della popolazione delle città di Avezzano, Lanciano, Sulmona e Vasto, che rischiano di perdere i tribunali, baluardi in difesa della criminalità in avanzata”. Boom.

Dies signanda cum nigro lapillo, al netto delle celebrazioni ufficiali su una riforma che, a parole, ha soddisfatto tutti – Conte, Salvini, il Pd, evviva evviva – e a parole è stata un capolavoro di mediazione, ma in verità lascia parecchi strascichi, presenti e futuri, per il merito e per come è stata gestita dalla titolare del dossier. Per carità, un curriculum di tutto rispetto, però, vuoi la pressione ambientale, vuoi l’inesperienza, vuoi anche il carico di aspettative che si è prodotto tutt’attorno, beh, insomma, la politica è la politica, e l’incertezza si paga. Al punto che, nel Palazzo, i più maliziosi ci vedono un’operazione consapevole, perché “esporla così” equivale a “bruciarla” e “da oggi nel governo solo Draghi può ambire al Colle più alto, magari Lamorgese, ma fuori uno”.

Le antenne pentastellate registrano che, da quelle parti, la discussione è pressoché chiusa: “Non è questione di cattiveria, ma non penso che qualcuno la proporrà per il Quirinale, è palesemente inadeguata” si è lasciato scappare Stefano Buffagni che nel Movimento 5 stelle viene considerato una sorta di Cassandra perché, solitamente, ci prende. E viene spesso interpellato per capire le cose. Perché in quel mondo, e non solo, un guardasigilli che prima nega in Parlamento qualunque effetto sui processi di mafia della sua riforma e poi è costretta ad accettare modifiche sul punto rinnegando sé stessa, non è più proponibile. Per dirla con Marco Travaglio, autore di un editoriale definitivo: “O non sa quel che dice o ci ha provato ed è andata male, altro che Quirinale”.

E chissà quanta cattiveria o quanta verità c’è negli spifferi che raccontano quanto lo stesso Draghi, abituato a delegare in base alla competenza i singoli dossier, si sia sentito scoperto, proprio dall’assenza di un lavorio tutto politico che, al Consiglio dei ministri di ieri è stato fatto soprattutto da quelle vecchie volpi di Di Maio e di Giorgetti. E deve essere stata una vera fatica se il ministro degli Esteri ha raccontato ai suoi che “ci mancava solo che facessimo i disegnini per far comprendere dove intervenire, sennò saltava tutto”. La stessa fatica che ha fatto il ministro D’Incà, titolare dei rapporti col Parlamento, quando ha appreso qualche giorno fa che la ministra stava andando in commissione Giustizia, ed è scattato il panico perché nessuno ne sapeva niente. Per chiedere lumi ha chiamato il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto. E si è sentito rispondere: “Non lo so, fammi verificare”.

È quel genere di lavoro politico che, non fatto o fatto male, ha maldisposto anche Matteo Renzi, il più draghiano dei soci di maggioranza, che davvero si è comportato bene, perché quando Lucia Annibali gli ha riferito della richiesta da parte della guardasigilli di non seguire Forza Italia sugli emendamenti, ha acconsentito, chiedendo in cambio una “condivisione” che al dunque non è arrivata. Condivisione che, nella concitazione della giornata, non c’è pressoché stata. E, va bene la responsabilità, ma il ragazzo non ha gradito: “E menomale – ha detto poi ai suoi - che era quella brava. Se questo è lo stile di lavoro, andiamo bene. Mica puoi prendere in giro tutti in una volta sola”. Effettivamente Forza Italia si è sentita presa in giro, Renzi si è sentito preso in giro, Giulia Bongiorno si è sentita presa in giro perché sull’appello si è tornati indietro da due a tre anni. Parliamoci chiaro, Conte e Salvini, vedendo le brutte, se la sono giocata da populisti, per rivendicare un successo a favor di telecamera perché “c’è la mafia” e “c’è la droga”. Draghi, che populista non è, è stato costretto a prendere in mano la questione, perché ha capito che non era delegabile. Andatevi a rivedere la conferenza stampa con i due ministri. Quanto ha parlato Speranza e quanto ha parlato Cartabia. E si capisce tutto.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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