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Ma vale ancora il buy on dips sui mercati?

Gaetano Evangelista
·2 minuti per la lettura

Il declino delle ultime settimane da un lato risponde all’esigenza di un aggiustamento, dall’altro ossequia una stagionalità non particolarmente benigna. E questa settimana è risultata positiva per lo S&P500 soltanto in 6 degli ultimi 30 anni.

Sebbene di entità contenuta, anche questa terza settimana di settembre per lo S&P500 si è chiusa con un segno negativo. Curiosamente, gli ultimi due episodi analoghi non potevano risultare più estremi in termini di esito successivo: a settembre 2008 e a settembre 2002 si registrò una analoga dinamica; e prima ancora nel 2000, nel 1999 e nel 1990. Insomma, qualcosa di consistente e duraturo starebbe per partire da qui.

Anche Piazza Affari compie una vistosa marcia indietro, mentre il resto del mondo non se la passa così tanto male, a giudicare dai nuovi massimi pluriennali, quando non storici, raggiunti dalle borse di Danimarca, Svezia, Svizzera, Giappone e Taiwan. Ufficialmente gli investitori hanno manifestato delusione per l’assenza di nuove misure da parte della Fed, ma è anche vero che da un lato la banca centrale americana continua ad espandere il suo bilancio al ritmo di 120 miliardi di dollari all’anno; dall’altro il complesso dei bilanci delle banche centrali mondiali ha raggiunto questo mese un nuovo picco assoluto: rispetto al quale l’Equity risulterebbe addirittura in ritardo.

Più verosimilmente, il declino delle ultime tre settimane da un lato risponde all’esigenza di un aggiustamento dopo i progressi ubriacanti dei mesi passati, dall’altro ossequia una stagionalità non particolarmente benigna. Il leit motiv si ripete questa settimana, risultata positiva per lo S&P soltanto in 6 degli ultimi 30 anni. È possibile che parte della debolezza calendarizzata sia stata anticipata nei giorni passati; ma la guardia deve rimanere elevata.

Sullo sfondo permangono le incertezze di natura politica, con l’opposizione democratica al Congresso USA orientata ad approvare un nuovo pacchetto di stimoli fiscali da 2 trilioni di dollari; e la maggioranza repubblicana disposta a concedere non più di 1.5 trilioni (l’amministrazione USA molto meno). E poi sullo sfondo ci sono elezioni dall’esito quantomai incerto.

Sotto questa prospettiva l’andamento delle prossime sei settimana sarà a dir poco decisivo; per due motivi: anzitutto per conoscere con anticipo il prossimo più probabile inquilino della Casa Bianca (Trump deve difendere quota 3270 punti per assicurarsi la rielezione).

E poi per portare a casa con netto guadagno un semestre, quello compreso fra maggio ed ottobre, quest’anno risultato generosamente positivo; il che avrà notevoli riflessi sull’andamento dei successivi sei mesi; a prescindere da chi si aggiudicherà l’imminente contesa elettorale.

In questo contesto le società più popolari del mercato azionario americano, sintetizzate nell’acronimo “FANGMANT”, si trovano adesso a stretto ridosso della parete inferiore del canale ascendente, entro il quale si sono mosse per diversi mesi. Vale ancora il “buy on dips”?

Autore: Gaetano Evangelista Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online