Made in Italy: dall’inizio della crisi fallite circa 50mila imprese

Per alcuni è tutta colpa dell’euro sopravvalutato che ha penalizzato le esportazioni, per altri è la saturazione del mercato occidentale che ha tutto e, forse, troppo; per altri ancora la crisi non è che il contrappasso di un sistema che ha creduto di arricchirsi con la delocalizzazione e, invece, si è scavato la fossa con le proprie mani. C’è poi un quarto e ultimo elemento: la concorrenza sleale delle aziende che non pagano i contributi ai propri dipendenti e delle mafie che fatturano 140 miliardi di euro all’anno in barba a chi gioca pulito. Per tutti questi motivi o anche per uno soltanto, il made in Italy che negli anni Sessanta trionfava sui mercati occidentali è in piena recessione. Aggregando due studi compiuti nel 2012 da Cribis D&B e dalla Cgia di Mestre  emerge che dall’inizio della crisi (gennaio 2008) al settembre 2012 sono fallite circa 48.800 aziende, il che lascia presupporre che (vista la media di 2906 fallimenti a trimestre) a fine dicembre si siano ampiamente superati i 50mila fallimenti aziendali in cinque anni.

Un’emorragia che non conosce tregua e che costa al made in Italy, dunque, ben 10mila imprese all’anno. Tanti i marchi storici capitolati, l’ultimo è la Richard Ginori che è stata dichiarata fallita il 7 gennaio dal Tribunale di Firenze. L’azienda di Sesto Fiorentino produceva porcellane dal 1735 e, attualmente, aveva a libro paga ben 314 dipendenti. Quella del prestigioso marchio toscano è, purtroppo, soltanto una delle 50mila storie di una piccola media impresa italiana che per la propria identità non ha potuto riconvertirsi a un pubblico con nuove esigenze. Il paradosso è che sono stati proprio i settori più forti del made in Italy quelli maggiormente travolti dalla globalizzazione: l’arredamento (che ha subito la concorrenza low cost del colosso planetario Ikea) e l’abbigliamento (messo in crisi dalla concorrenza cinese).

Pensiamo al distretto pesarese delle cucine componibili che con il tridente Scavolini, Febal e Berloni rappresentava una buona fetta del mercato nazionale del settore. Se la prima e più nota delle tre aziende è riuscita ad attutire i contraccolpi della crisi grazie a prodotti economicamente più accessibili, Febal è stata acquisita da una società sammarinese nel 2009 e Berloni è stata salvata dal fallimento lo scorso ottobre grazie al concordato preventivo previsto dal Decreto Sviluppo. La pugliese Natuzzi conta oltre mille dipendenti in esubero e nel 2011 ha avviato un processo di riorganizzazione degli stabilimenti presenti nelle province di Bari, Matera, Taranto e Udine. Nel 2010 Bialetti, storico marchio di Omegna (Vb), ha spostato la sua produzione di caffettiere e accessori per la casa nell’Est Europa, una strategia comune a molte imprese come, per esempio, la Golden Lady Company (che comprende marchi storici come Omsa e Filodoro) che ha delocalizzato la produzione in Serbia. In Cina è emigrata Lagostina, altra azienda di accessori per la casa con sede a Omegna. Uno degli stop più eclatanti nel settore abbigliamento è stato quello di Mariella Burani dichiarata fallita l’11 febbraio 2010.

Nel settore alimentare ha chiuso la Streglio che produceva cioccolato da anni, sono state salvate in extremis la Galup e la Bistefani, industrie dolciarie messe in crisi dai costi distributivi sempre più alti. Soffre la chimica industriale come dimostrano i casi di Vinyls (una vera e propria odissea dalla richiesta di fallimento nel 2009 alla frammentazione della società a diversi acquirenti nel 2012), Alcoa (che ha chiuso lo stabilimento di Portovesme lo scorso 3 novembre), Eurallumina (chiusa da quattro anni ma per la quale si sta progettando un percorso che dovrebbe portare alla riapertura fra un anno) e Nuova Pansec (la cui bancarotta ha lasciato 500 tra cassintegrati e licenziati e oltre 2600 fornitori in attesa di rientrare del proprio credito).  L’azienda chimica Caffaro è stata salvata nel marzo 2011 dall’intervento della Chimica Fedeli.

Nel 2011 hanno spento i motori due marchi storici del motociclismo bolognese come Malaguti e Morini, anche se quest’ultima ha ripreso l’attività grazie al salvataggio della Eagle Bike. L’azienda di telecomunicazioni Agile Eutelia ha chiuso i battenti fra le polemiche nel 2009 con numerosi strascichi a livello giudiziario. La delocalizzazione come strategia per dribblare la crisi è stata seguita anche da due aziende di elettrodomestici come Candy ed Electrolux.
 
Anche l’editoria sta attraversando un periodo di grande crisi con aziende in cassa integrazione da tre anni (Edisport Editoriale), altre che hanno chiuso i battenti e colossi che non riescono a compiere un’adeguata riconversione dal cartaceo al digitale. Chi decide di fare informazione su carta sopravvive pochi mesi, come dimostrano i fallimenti del quotidiano Pubblico e di alcune riviste di settore chiuse dopo due o tre numeri.

Anche le grandi imprese hanno dovuto fare i conti con la crisi: Fiat ha chiuso lo stabilimento di Termini Imerese (Pa) il 31 dicembre 2011, mentre la crisi di Fincantieri è stata rasserenata da alcune recenti maxi-commesse. Il caso Ilva che ha tenuto banco nella seconda metà del 2012, lascia con il fiato sospeso tutta la filiera metallurgica nazionale, ma si tratta di una crisi molto più complessa e non solo di natura economica.


In ambito automobilistico non si può dimenticare la chiusura della storica De Tomaso che ha portato all’arresto di Gian Luca Rossignolo, figlio del patron Gian Mario. Persino Cinecittà, luogo simbolo del made in Italy, sta lottando per la sopravvivenza e i magri incassi del box office non sono certo una buona notizia per la città del cinema che, ormai abbandonata dalle mega-produzioni hollywoodiane, rischia di esserlo anche da quelle italiane che vanno a ricostruire i set nei Paesi dell’est.