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Manca ancora un impulso prima della correzione

Pierluigi Gerbino
·5 minuto per la lettura

Ieri sono riprese le contrattazioni americane, dopo il ponte dovuto alla festa del primo Presidente USA George Washington, chiamata anche Festa dei Presidenti per estenderla al ricordo di tutti i presidenti che sono venuti dopo di lui.

Pensare che si debba festeggiare anche quello che ha lasciato la Casa Bianca da meno di un mese ed è stato accusato di due impeachment, fa venire un po’ i brividi.

Anche perché le scene di quanto accaduto il giorno dell’Epifania, che la scorsa settimana sono state proiettate al Senato USA, durante il processo per l’accusa di impeachment, hanno dimostrato inequivocabilmente la responsabilità politica e morale di Donald Trump ed il legame diretto tra le sue parole, pronunciate nel comizio nei pressi di Capitol Hill poco prima, ed il successivo assalto al Congresso, che costò 5 morti e decine di feriti, oltre alla galera per parecchi  esagitati che hanno profanato e saccheggiato il Parlamento americano per vendicare la sconfitta elettorale di Trump.

E’ stato lo stesso rappresentante dei senatori repubblicani, McConnell, nella sua arringa, ad ammetterlo. Ma, con un incredibile salto mortale giuridico, ha aggiunto che la procedura di impeachment si può applicare solo a presidenti in carica e Donald Trump non lo è più. Pertanto ha invitato i senatori repubblicani ad assolverlo. Così i pochi senatori repubblicani che hanno votato per la sua condanna, in aggiunta a tutti quelli democratici, non sono bastati a raggiungere i 67 voti necessari per la condanna. Trump è stato riconosciuto non colpevole grazie ad un cavillo formale, dopo che tutti hanno constatato la sua colpevolezza sostanziale.

Si è creato così, di fatto, il principio, che in futuro diventerà un precedente, dell’impunità per qualsiasi illegalità che venga commessa da un presidente uscente negli ultimi giorni del suo mandato, dal momento che la procedura di impeachment non potrà più condannarlo in tempo utile.

E’ uno sfregio al principio di responsabilità che indebolisce le istituzioni democratiche americane.

Ma ai mercati tutto ciò non importa nulla, poiché tutto quel che interessa è sgombrare il campo dalle chiacchiere politiche e permettere al Congresso di approvare in fretta il super-bonus da quasi 2.000 mld $, pari al 9% del PIL USA, che andrà ad aumentare il deficit e soprattutto la liquidità disponibile per far lievitare ancora la bolla speculativa che si è già gonfiata in modo abnorme dopo lo scoppio della pandemia, proprio grazie alla fornitura di sostegni a pioggia per 3.000 miliardi nel 2020 per opera di Trump, che in quel modo pensava di comprarsi una rielezione che non è arrivata. Questa montagna di soldi in gran parte è finita in Borsa, ad acquistare Tesla e le altre big del Nasdaq.

Così ieri, alla ripresa delle contrattazioni, i mercati azionari americani, che la festa deve aver mandato in crisi di astinenza da record,  hanno subito mostrato un ulteriore allungo, con un’apertura in gap rialzista, utile a migliorare ancora il record storico degli indici SP500 e Nasdaq100. La vetta è stata spostata a 3.950 per l’indice delle 500 blue chip americane e al 13.880 per quello delle 100 star del tecnologico Nasdaq. Le soglie psicologiche del quarto e quattordicesimo migliaio di punti sono sempre più vicine. 

Ma, essendo una soglia psicologica, se da un lato attira, dall’altro intimorisce e produce un senso di vertigine, specialmente se si guarda indietro a meno di un anno fa e si constata che l’indice SP500 segnò il 23 marzo 2020 il valore di 2.192 punti, cioè solo poco più della metà del massimo di ieri.

Pertanto dopo qualche minuto di incertezza sono partiti alcuni realizzi, che hanno prodotto un po’ di arretramento e la chiusura della seduta in modesto calo, sia SP500 (-0,06%), che per il Nasdaq100 (-0,25%).

Poca roba, che è destinata ad essere assorbita in fretta, come tutte le precedenti prese di beneficio, perché a mio parere sembra mancare ancora un impulso rialzista, che porti al raggiungimento delle cifre tonde, prima che parta una correzione un po’ più significativa, in grado di riportare indietro SP500 dalle parti di 3.800.

Il piccolo storno americano è stato sufficiente a calmare un po’ gli entusiasmi mostrati lunedì dagli indici europei. Eurostoxx50 (-0,21%) è arretrato un pochino. Un po’ di più quello italiano FtseMib (-0,69%), che è apparso un po’ affaticato per la notevole arrampicata di Febbraio, grazie all’euforia prodotta dalle fantastiche aspettative sui poteri di SuperMario Draghi.

Il neo-Premier italiano, intento a preparare il discorso con cui chiederà la fiducia al Parlamento (oggi al Senato e domani alla Camera), è da giorni rinchiuso nei suoi uffici presso la Camera, dove ha ricevuto la scorsa settimana le delegazioni dei partiti nei due turni di consultazioni, e praticamente non ha proferito parola in pubblico da quando ha ricevuto l’incarico da Mattarella. Non dimentichiamo che Draghi è anche del tutto assente da ogni social-media. Una riservatezza che pare un po’ aristocratica e che spiazza rispetto alle modalità comunicative del suo predecessore Conte. Questi era assai più ciarliero e populista, con tanto di frequenti post sui social e passeggiate per le vie di Roma a ricevere l’omaggio dei tanti italiani che sono stati attratti dai suoi modi sempre eleganti e garbati, anche grazie alla regia del suo consulente comunicativo  Rocco Casalino, che, adesso che è libero da ogni incarico ufficiale, si avvia a diventare una star dei talk-show al pari di Cottarelli.

I silenzi di Draghi non fermano le risse tra i partiti, dopo che il nuovo Salvini, di lotta e di governo, ha aperto subito la guerriglia contro i ministri Speranza, per la gestione della Pandemia, e Lamorgese, per la gestione dell’immigrazione.

Una situazione, ancor prima della fiducia, che deve aver impressionato un po’ i mercati e spinto qualcuno a realizzare qualche guadagno, anche in considerazione del fatto che il Movimento 5 Stelle è ancora travagliato da lotte intestine che potrebbero portare anche ad una scissione.

Sarebbe interessante entrare nella testa di SuperMario per vedere se sta già passando tra i suoi pensieri la classica domanda: “Ma chi me lo ha fatto fare?”.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online