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Mario Draghi: "Degli operai Whirlpool ce ne occuperemo noi"

·6 minuto per la lettura
(Photo: Fabio SassoFabio Sasso)
(Photo: Fabio SassoFabio Sasso)

Quando i tre segretari locali dei sindacati si trovano di fronte Mario Draghi sono passate poche ore dall’annuncio dell’avvio della procedura di licenziamento per i 340 lavoratori dello stabilimento Whirlpool di Napoli. La rabbia e la protesta, montate durante un’assemblea concitata dentro la fabbrica, sono a poche centinaia di metri dal carcere di Santa Maria Capua Vetere che il premier ha appena finito di visitare. Gli operai sono arrivati in macchina con le bandiere e con le mascherine. Vogliono risposte. E Draghi le dà. Senza garantire un risultato perché - dice secondo quanto riferito dai partecipanti all’incontro - “non è nel mio stile”. Ma è una sfumatura di fronte al giudizio perentorio che dà subito dopo: il comportamento di Whirlpool è inaccettabile, uno sgarbo nei confronti del Governo e dei lavoratori. Già in serata, promette, interverrà con il board americano per convincerlo a ritirare i licenziamenti. In alternativa si farà garante di una reindustrializzazione di alto livello e in ogni caso non lascerà i lavoratori da soli.

Rosario Rappa, segretario generale della Fiom di Napoli, è uno dei tre partecipanti al faccia a faccia con Draghi. È lui a prendere la parola subito dopo. “Al premier - dice a Huffpost - abbiamo detto che per noi la soluzione più idonea e più semplice è convincere Whirlpool a riprendere la produzione”. Il premier aggiornerà il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e proverà a tirare su una soluzione, ma la protesta degli operai e l’incontro con i loro rappresentanti è la prima immagine della necessità di prendere le misure con un pezzo del Paese reale che in una settimana si è visto rovesciare addosso i 152 licenziamenti alla Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto, i 422 alla Gkn di Campi Bisenzio e i 340 della Whirpool. Vicende diverse, ma accomunate da una serie di questioni che convergono e che sono esplose. Anche dentro al Governo. È la difficoltà di governare il passaggio dal blocco dei licenziamenti a una fase ordinaria, ma anche una lunga stagione di reindustrializzazioni fallite.

Draghi e gli operai, i sindacati che hanno cambiato strategia e registro (”È una guerra”, “arrivano gli sciacalli”, dicono i segretari della Fiom) dopo mesi di pacificazione, alternati a pochi momenti di tensione, l’avviso comune sottoscritto tra il Governo e le parti sociali disatteso dopo neppure una settimana, il malcontento, sempre dei sindacati, per il silenzio di Confindustria. Sono tutte immagini di una transizione disordinata. Non è solo la già delicata questione dei posti di lavoro bruciati. La fibrillazione dentro all’esecutivo è una spia di un tema molto più grande e delicato. Basta leggere un passaggio del tweet pubblicato dal vicesegretario del Pd Peppe Provenzano dopo che Whirlpool ha deciso di rifiutare la proposta del Governo di usufruire di 13 settimane aggiuntive di cassa integrazione in cambio di un impegno a non licenziare: “Non si possono accettare licenziamenti quando sono previsti ammortizzatori per accompagnare il rilancio del sito”. E fin qui tutti d’accordo visto che poco prima Giorgetti aveva definito “irragionevole” l’atteggiamento dell’azienda. I 5 stelle, che al ministero hanno la viceministra Alessandra Todde, tra l’altro delegata alle vertenze, sono ancora più agguerriti. “Non mollo io e non mollano i lavoratori”, dice Todde che rivendica di aver ricordato alla multinazionale che “lo Stato e le istituzioni si sono prese carico in questi mesi di lavorare ad un progetto industriale alternativo”. Provenzano però aggiunge: “Ma Giorgetti offra una soluzione industriale”.

La necessità di un intervento maggiore da parte del Mise la rivendicano anche i sindacati. ”È arrivato il momento per il ministero dello Sviluppo economico di dimostrare di avere la volontà e le capacità di influire ancora sulle vertenze del nostro Paese”, dice Gianluca Ficco, segretario nazionale Uilm e responsabile del settore elettrodomestici, dopo che la riunione in videoconferenza lascia sul terreno l’avvio della procedura di licenziamento. Il dato inedito è però il Pd che esce allo scoperto, compatto nel chiedere una soluzione per garantire una continuità produttiva a Napoli. Il tema è ancora più largo e più critico se si guarda ai tavoli di crisi attivi al ministero e da tempo. È quello della politica industriale, di come si fa, di come ripartire, di come incastrare la ripresa del Paese calibrata sul Recovery con un sistema che è in affanno, ingabbiato tra crisi generate da fondi stranieri agguerriti, ma anche da piani di rilancio ancora sostanzialmente fermi come quello dell’ex Ilva, ancora da crisi - per prendere in considerazione un’altra prospettiva - che si trascinano da anni, come appunto Whirlpool, che nulla hanno a che fare con il Covid e che durante la pandemia sono state congelate, ma non fatte avanzare verso una soluzione positiva.

La cifra della complessità della grande crisi industriale l’ha data l’amministratore delegato di Whirlpool Italia poco prima di annunciare i licenziamenti. “Questo è un tavolo aperto da circa 26 mesi”, ha detto Luigi La Morgia ai sindacati collegati in videoconferenza. I 26 mesi sono quelli trascorsi da quando l’azienda ha annunciato la volontà di chiudere. È un altro elemento di una vicenda che non può essere semplificata con lo schema della multinazionale straniera cattiva. La scelta di non usufruire di nuove settimane di cassa integrazione, tra l’altro pagate dallo Stato, danneggia i lavoratori e soffoca lo spazio a disposizione del Governo per tirare su un piano b, ma più di due anni senza una soluzione alternativa raccontano di innumerevoli tentativi falliti. Quello dei 5 stelle, con Luigi Di Maio ministro dello Sviluppo economico: il piano industriale da 250 milioni, frutto di un accordo sottoscritto a settembre del 2018, fu cestinato dall’azienda dopo nemmeno sette mesi. Ma anche quelli più recenti: Smeg, Prs, Seri, Cmd sono tutti nomi di potenziali cavalieri bianchi che si è riusciti a fare solo avvicinare alla reindustrializzazione dello stabilimento Whirlpool di Napoli.

Ora è evidente che non sempre la colpa è stata dei governi che si sono susseguiti, qualche volta anche i sindacati si sono messi di traverso non fidandosi dei possibili nuovi investitori. Ancora Whirlpool ha disatteso un impegno sottoscritto e ha rifiutato ora una soluzione a costo zero. Neppure i fondi hanno onorato al meglio il loro impegno per l’Italia, tantomeno i big stranieri (il caso dei cinesi del gruppo Wanbao all’Acc di Mel, nel bellunese, è emblematico). Ed è pure evidente che non si può ignorare come la delocalizzazione, che tiene nella pancia un costo del lavoro elevatissimo in Italia, sia un fenomeno che esiste da tempo e che è sfuggito ai governi del Paese degli ultimi vent’anni. Ma la parcellizzazione delle responsabilità non attenua il colpo, semmai evidenzia la fragilità del sistema nel darsi delle regole sostenibili. Quantomeno l’idea di un futuro. Ancora prima garantire che non si trasformi tutto in una giungla, con i lavoratori licenziati con un messaggio su Whatsapp.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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