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Mario Draghi, pillole di concorrenza utili per il paese

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Mario Draghi (Photo: Riccardo AntimianiANSA)
Mario Draghi (Photo: Riccardo AntimianiANSA)

Quando a essere rinviate sono le nuove regole per le concessioni balneari, ma anche quelle per le licenze degli ambulanti e dei tassisti, c’è poco da aggiungere: altro che liberalizzazioni, mercati da aprire e gare pubbliche. Insomma la concorrenza, ancora una volta, resta una promessa. Ora visto che il rinvio è contenuto nella riforma che il governo Draghi si appresta ad approvare (nel testo ci sono sei deleghe), la conclusione più immediata è che anche il premier da cui ci si aspettava di più alla fine è caduto nella rete dei compromessi per non scontentare i partiti che legano spiagge, taxi, Asl, spazzatura e decine di altre questioni a ragioni di consenso. Non si può di certo negare che sia una riforma morbida e ristretta nei contenuti, ma è qualcosa di diverso da una piccola cosa che arriva nel dibattito logorato, autoreferenziale e privo di misure che le forze politiche hanno animato negli ultimi vent’anni, interrotto solamente dall’esperienza delle “lenzuolate” di Bersani tra il 2006 e il 2007.

Il perimetro ristretto dei temi classici della concorrenza nasce da un atto di realismo da parte del premier. Altri hanno scelto la strada della proroga dell’esistente, rimandando il problema e lo stesso si può dire dell’attuale governo. Con una sfumatura: decidere, come hanno fatto Pd, Lega e 5 stelle, che le circa 30mila concessioni demaniali marittime restano in mano a chi ce le ha oggi fino al 2034 non è la stessa cosa di dire che si deciderà tra sei mesi, almeno su alcuni temi come i taxi. Sembrerà banale, ma la decisione di muoversi dopo un censimento delle concessioni è forse la svolta più importante della riforma Draghi. Come per il catasto: in questo caso bisogna conoscere nel dettaglio chi gestisce cosa, la durata delle concessioni stesse, i canoni versati. È forse il modo migliore per uscire dalla visione dello scontro che contrappone chi vede nelle concessioni un potere stratificato nelle mani di pochi e chi pensa che il libero mercato, da solo, senza regole, possa offrire una qualità maggiore dei servizi. La concorrenza regolata del premier, anticipata durante il discorso di insediamento al Senato, è sostanzialmente questo.

Ma non è solo il taglio diverso che si dà al concetto del rinvio a determinare una discontinuità rispetto al recente passato. Sono i contenuti a marcare un nuovo modo di guardare alla concorrenza. In molti ambiti, come quelli classici delle spiagge o dei taxi, siamo ancora all’enunciazione del principio, tra l’altro da non sottovalutare quando ad esempio si dice che il rilascio delle licenze per i taxi sarà legato alla qualità del servizio offerto. In molti altri, però, ci sono le decisioni. Magari non sono pop, non tirano come quelle mancate sui balneari, ma sono utili al Paese. Non solo per allargare le maglie di mercati tradizionalmente chiusi, che arrivano anche al monopolio naturale, ma anche per dare una direzione a questi stessi mercati. Sono mercati che devono rigenerarsi, in parte anche distruggersi, sono i campi da gioco di quella transizione ecologica e digitale che è molto di più del sottotitolo del Recovery. I soldi vanno trasformati in cavi per la fibra, in asili nido e in ferrovie, ma devono operare anche in mercati che vanno improntati, anche attraverso le regole, a una concorrenza fattiva.

La concorrenza fattiva poggia la sua ragione d’essere proprio sui contenuti. Un esempio: una norma del disegno di legge prevede l’obbligo del coordinamento tra gli operatori che vogliono posare la fibra in una stessa area. In questo caso le opere civili vanno fatte una sola volta e condividendo i costi. Non è difficile immaginare cosa significa ritrovarsi con un cantiere che corre più veloce rispetto ai duplicati delle buche che rallentano l’arrivo di Internet super veloce nelle case. Così come è comprensibile il vantaggio di tirare fuori il recupero e lo smaltimento della spazzatura dalla gestione integrata dei rifiuti per collocarli nel libero mercato: significa che un solo imprenditore non è il padrone dei rifiuti e significa anche che le cose funzionano se c’è concorrenza e non un monopolio che si regge sull’assunto, smentito dalle montagne di sacchetti fuori dai bidoni di molte città, che un solo gestore garantisce la qualità del servizio, in questo caso addirittura quello base e cioè non fare più lo slalom tra bottiglie e cartacce.

Non è un caso se la relazione illustrativa della riforma riporta per ben dieci volte l’espressione “obiettivo Pnrr” a premessa di altrettanti articoli. Dentro c’è scritto come fare per incrementare l’installazione delle colonnine elettriche, oltre a disposizioni più classiche, ma non per questo meno importanti, come le gare per le concessioni delle aree demaniali dei porti. C’è anche un tocco di real life sempre cara agli italiani, come l’estensione del risarcimento diretto da parte della propria compagnia assicurativa in caso di incidente stradale. D’altronde chi non ricorda il pacchetto Bersani anche, se non soprattutto, per la possibilità di ottenere la stessa classe di merito di una macchina o di uno scooter di proprietà di un familiare? Solo che intanto il mondo è cambiato e la direzione è quella di viaggiare meno in macchina e comunque su quella elettrica. Questo passaggio va costruito, un pezzo per volta. La riforma di Draghi dà il via a questa operazione. Forse il rinvio delle decisioni sulle spiagge o sugli ambulanti non è così grave come si potrebbe pensare se si guarda avanti invece che indietro.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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