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Il Medio-Oriente irrompe sulla scena

Pierluigi Gerbino
 

La notizia-bomba (nel vero senso della parola) che si è abbattuta sul tranquillo weekend di tarda estate, cioè l’attacco missilistico con droni a due impianti della gigantesca compagnia petrolifera saudita Aramco, ha creato ieri un po’ di scompiglio sui mercati finanziari. Il realtà lo scompiglio sui prezzi del petrolio è stato enorme, dato che i danni subiti hanno comportato il blocco di metà della produzione araba, equivalente quasi al 6% della produzione mondiale. E’ vero che gli arabi hanno subito attinto alle riserve strategiche per mantenere invariate le consegne, ma l’incertezza sui tempi di ripristino della normalità hanno messo in ansia il mercato. Infatti si stima che le riserve accumulate si esauriscano in non più di 50 giorni, per cui di tempo per ripristinare la piena capacità produttiva non ce n’è moltissimo.

Il mercato del greggio, colto di sorpresa da un evento che, per fare maggior danno emotivo, è stato programmato dai terroristi a mercati chiusi, ed in presenza di rassicurazioni poco convinte da parte della società araba, ha aperto in forte gap rialzista, facendo salire i prezzi di WTI e Brent anche del 20%, ed ha oscillato poi per tutta la giornata al di sopra del +10% rispetto al prezzo finale di venerdì scorso.

Non ricordo in questo secolo uno strappo al rialzo paragonabile a quello che si è visto ieri. Pertanto è abbastanza normale che un po’ di spavento abbia colto gli investitori, anche perché subito si sono levate minacciose le promesse di Trump di sanzioni all’Iran qualora l’Arabia Saudita lo accusasse di un coinvolgimento nell’attentato.

Tuttavia l’agitazione si è propagata solo in parte sugli altri mercati. L’azionario ha visto gli indici americani cedere inizialmente un po’ di più, ma poi contenere le perdite a fine seduta in pochi decimali. SP500 ha accusato un po’ di gap ribassista, ma è riuscito a chiudere appena sotto i 3.000 punti e si mantiene ben posizionato per riprendere l’attacco ai massimi storici, qualora la situazione geopolitica dovesse alleggerirsi. Un po’ più pesanti, con perdite più vicine al punto percentuale, sono stati gli indici europei, che la scorsa settimana erano saliti di più di quelli USA.

A chi si stupisce del fatto che un grosso aumento dei costi energetici, che la fiammata petrolifera potrebbe comportare per le imprese che producono, non abbia scatenato il panico, faccio notare che sugli indici ha fatto da sostegno il forte rialzo che hanno accumulato le società del settore energy, ben presenti nei panieri principali, dato che per queste imprese è aumento di ricavi ciò che per le altre è aumento di costi. Hanno recuperato qualcosa dopo le recenti correzioni i classici titoli rifugio, cioè i metalli preziosi, le obbligazioni, che hanno visto un po’ di rientro dei rendimenti dopo il balzo della scorsa settimana.

Il petrolio che sale ha comunque un effetto sull’inflazione, sebbene tra gli indici che la misurano   sia di moda guardare a quelli in versione “core”, cioè depurata dai prezzi di petrolio, frutta e verdura, ritenuti troppo volatili. Ma l’aumento del petrolio, se dovesse protrarsi ancora e durare nel tempo, avrebbe effetti di trascinamento sui prezzi finali di tutti i beni, comportando un incremento anche dell’inflazione core. Nessun problema in Europa, che oggi preoccupa Draghi perché ha un’inflazione troppo bassa. Qualche problema in più invece si avrebbe in USA, dove l’inflazione core è già ora al di sopra degli obiettivi del 2% annuo che la FED si prefigge. Potrebbe perciò diventare un ostacolo ad ottenere nei prossimi mesi quella serie di tagli dei tassi che Trump ed i mercati pretendono da Powell. Non credo che la FED arresterà il taglio di un quarto di punto che dovrebbe ufficializzare domani sera. Ma per i mesi futuri la scelta del FOMC della Federal Reserve potrebbe farsi assai meno prevedibile, dato che tagliare i tassi ad obiettivo di inflazione raggiunto sarebbe palesemente in contrasto col suo mandato. Checché ne pensi Trump.

Si spiega pertanto in questo modo il ritorno di incertezza che ieri si è visto sui mercati azionari ed anche obbligazionari. Sarà in grado almeno di rallentare la marcia verso i massimi storici per gli indici USA, a patto che i guasti vengano riparati in fretta. Se invece arriveranno intoppi e, soprattutto, se domani la Fed si mostrerà titubante nella comunicazione ai mercati delle sue intenzioni monetarie future, credo che potremmo anche vedere uno stop all’ottimismo ed un ritorno verso i supporti segnati ad agosto poco sopra i 2.800 punti di SP500.

 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online