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Mercati in attesa del voto americano con le Big Tech Usa sotto pressione

Stefano Caratelli
·4 minuto per la lettura
Mercati in attesa del voto americano <br />con le Big Tech Usa sotto pressione
Mercati in attesa del voto americano
con le Big Tech Usa sotto pressione

Dai sondaggi agli altri indicatori, le aspettative non sono molto diverse rispetto al 2016, ma c’è estrema cautela tra gli investitori. Nel frattempo le Big Tech scontano una possibile stretta fiscale e regolatoria

Finalmente ci siamo, ma con una sola certezza, che la sera di martedì 3 novembre in America si chiudono le urne. Poi tutto sembra ancora possibile, anche se con gradi diversi di probabilità, se si guarda agli indicatori disponibili. Il primo e più ovvio sono i sondaggi, che danno Biden in vantaggio anche se ridimensionato su Trump, per un numero di punti che non arriva alle due cifre. Poi c’è quel grande indicatore che si chiama mercato. Dal 1932 in poi la conferma del candidato in carica, il cosiddetto incumbent, è stata preceduta per quasi il 90% delle volte da un indice S&P 500 in rialzo nei tre mesi precedenti. Il benchmark di Wall Street ha iniziato agosto a 3295 punti e ha chiuso venerdì 30 ottobre a 3270. Il mercato preferisce le certezze, e una conferma lo è di più di un nuovo, nel caso di Biden si fa per dire, arrivato. Quindi, negli anni elettorali, premia la vittoria dell’incumbent, ma premia anche la certezza dell’arrivo di un presidente, vecchio o nuovo che sia. Infatti, dopo le elezioni, Wall Street tende a salire fino a fine anno. Di più se vince lo sfidante, perché recupera in parte il terreno perso prima, come mostra il grafico qui sotto. Andamento dello S&P 500 negli anni elettorali dal 1932 a seconda dell’esito (Fonte: Strategas)

Andamento dello S&P 500 negli anni elettorali dal 1932 a seconda dell’esito (Fonte: Strategas)
Andamento dello S&P 500 negli anni elettorali dal 1932 a seconda dell’esito (Fonte: Strategas)

OBIETTIVO 270 VOTI AL COLLEGIO ELETTORALE

Un altro indicatore sono le scommesse raccolte dai broker, che a fine ottobre danno le possibilità di vittoria di Trump al 35%, ma si sbagliavano, come i sondaggi, anche quattro anni fa quando c’era Hillary Clinton al posto di Joe Biden e la sua vittoria era data al 68%. La scottatura presa da sondaggisti ed esperti nel 2016 brucia ancora, e induce gli investitori a estrema cautela nello sposare le previsioni. Anche perché questa volta c’è anche il rischio supplementare di elezioni contestate e persino di nessun candidato in grado di assicurarsi i 270 voti nel collegio elettorale necessari per diventare presidente. L’ordinamento americano prevede questa possibilità e assegna al Congresso l’ultima decisione. In questo caso però non votano i singoli deputati, ma vengono raggruppati per collegi elettorali di appartenenza a ciascuno dei quali spetta un voto, quindi i Dem non avrebbero la vittoria garantita anche se sono numericamente maggioranza.

CLIMA DIVERSO DAL 2016

E poi ci sono gli umori politici, che dal campo repubblicano lasciano trasparire qualche segnale di rassegnazione a una possibile sconfitta di Trump. Maria Bartiromo, ad esempio, notissimo volto della finanza televisiva, sul WSJ di sabato ha firmato un editoriale dal titolo ‘Trump ha già vinto’ che sembrava più un epitaffio che un viatico per il secondo mandato. Eppure il suo entusiasmo per Trump è arcinoto e dopo la sua vittoria a sorpresa nel 2016 non si stancava di raccomandare ‘Buy! Buy!’ dagli schermi di Fox Business. Il sentiment che spiega una certa rassegnazione in campo Rep suona più o meno come segue: 4 anni fa gli americani, un po’ depressi da 8 anni da Obama che giocava più a fare il presidente dell’ONU che degli Stati Uniti, avevano bisogno dell’adrenalina e dell’orgoglio nazionale offerto da Trump; ora, stressati dal virus e dal clima di scontro, più che di adrenalina hanno bisogno di essere rassicurati e tranquillizzati.

DIFFERENZE SMUSSATE DAL VIRUS

Di certo il virus ha smussato le differenze delle due agende presidenziali, con stimoli da migliaia di miliardi di dollari al primo posto di entrambe e con quella di Biden che ha messo in secondo piano le tasse, previste per la fase due e comunque per quanto riguarda gli utili societari sotto il livello pre-Trump. Negli ultimi giorni inoltre nel mirino del candidato Dem sono finiti le Big Tech, che più di tutti hanno tratto vantaggio dalla digitalizzazione indotta dalla pandemia. Infatti il 30 ottobre ‘zio Joe’ ha twittato alla Trump che ‘gli americani che lavorano sodo non devono pagare più tasse federali sul reddito di Amazon o Netflix, è ora che questi big paghino adeguatamente’. Sembra The Donald di 4 anni fa che attaccava Jeff Bezos perché riusciva a schivare il fisco nonostante facesse soldi a palate. E sui big tech non pesa solo la spada di Damocle fiscale, ma anche quella regolatoria, con l’istruttoria antitrust aperta dal Dipartimento di Giustizia nei confronti di Google e i propositi di break-up dei colossi del web come nei confronti dei big del petrolio all’inizio del 1900 o con i colossi delle telecomunicazioni come AT&T all’inizio degli anni 1980.

BOTTOM LINE

Come sempre il mercato sta dicendo qualcosa. La prima è la tenuta degli indici di Wall Street nonostante il ritorno del contagio, che sembra guardare oltre le elezioni. La seconda è che probabilmente, chiunque vinca, i big tech saranno chiamati a pagare un prezzo per il vantaggio formidabile acquisito rispetto al resto dell’economia con la pandemia. La terza è che questo non significa una battuta d’arresto della digitalizzazione e della rivoluzione tecnologica, che continuano a essere la principale forza trainante dell’economia globale, e se si fa spazio a nuovi protagonisti, tanto meglio.