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Mercati in attesa della Fed. Le attese degli analisti

Rossana Prezioso
 

Dopo quasi 10 anni di politiche monetarie accomodanti che hanno permesso di salvare la finanza mondiale, adesso la Fed deve riuscire a salvare se stessa e a dare un taglio, in tutti i sensi, al suo bilancio. 

Il bilancio

4.550 miliardi di dollari sono troppi anche per la banca centrale statunitense che da tempo continua a reggere le redini dei mercati e, in contemporanea, è costretta ad annunciare che i provvedimenti per un'inversione di rotta saranno presto presi. Inflazione o lavoro permettendo. Adesso (IOB: 0N5I.IL - notizie) , però, visto che mai sono state specificate date e nemmeno numeri o target, il momento potrebbe essere arrivato. Ma non per un'ulteriore strategia di rialzi dei tassi, in realtà già da mesi sulla strada del rafforzamento, bensì per il già accennato calo degli acquisti sui titoli di stato il cui scopo dovrebbe essere riportare il peso di questa voce intorno ai livelli pre crisi ovvero quando ci si ferma a non oltre i 900 miliardi. Una manovra notevole se si pensa al dislivello fra i due punti, ma a quanto pare potrebbe essere questa l'unica finestra temporale possibile. Per più di un motivo. Prima di tutto perchè allo stato attuale dei fatti non sembra che all'orizzonte possa manifestarsi nessun rischio di deflazione o, per meglio dire, i rischi evidenziati dai calcoli degli economisti non vanno oltre il 4%. Per quanto riguarda il dollaro, in preda ad un calo costante e continuato nelle ultime settimane, non sembra aver impattato negativamente sui listini Usa, ormai protagonisti quotidiani di continui record, il primo dei quali a fine gennaio di quest'anno con il DJ che ha superato la soglia dei 20mila punti mentre l'ultimo è arrivato non più tardi di un paio di sedute fa con l'S&P500 oltre la barriera dei 2.500 punti. La seduta che si è che si è chiusa ieri ha confermato, per l'ennesima volta, il trend: i tre principali indici a Wall Street hanno chiuso a livelli record proprio alla vigilia della riunione della Federal Reserve.

Un caso?

Difficile poterlo negare soprattutto se si pensa che protagonisti della seduta sono stati i titoli finanziari. Tradotto in numeri il saldo dei listini è stato: DJIA +0,28%, a quota 22.331,35 punti,'S&P 500 0,15%, a quota 2.503,87, Nasdaq Composite 0,10%, a quota 6.454,64.

Partendo da questo panorama, gli analisti guardano al prossimo rialzo dei tassi, leggermente allontanato nel tempo e spostato a dicembre 2017, una decisione che, sebbene non scontata, potrebbe essere ampiamente prevedibile sulla base di un'inflazione di base che continua a navigare in una fascia medio-bassa. E qui nasce la contraddizione: la disoccupazione che da oltre 3 anni viaggia al di sotto della media di lungo periodo (4,4% attuale contro il 6,4% di media del 1980-2017), non ha dato alcuna spinta all'inflazione, lontana, o per meglio dire lenta nel raggiungere il target del 2%.

Resta aperta, intanto, anche un'altra questione, quella della successione di Janet Yellen. Sempre che successione ci sia. Se da un lato, infatti, il presidente Repubblicano Donald Trump vorrebbe avere al vertice della Banca Centrale qualcuno che possa appogiare in maniera più diretta la sua politica, dall'altra è sempre più difficile trovare un candidato adatto nella folta schiera di nomi che, però, non hanno altrettanto spessore dell'attuale governatore. Il candidato che finora ha insidiato la poltrona della Yellen, il consigliere economico della Casa Bianca Gary Cohn, ha osato criticare la debolezza della reazione di Trump dopo i disordini di Charlottesville, con il risultato di aver compromesso in maniera praticamente definitiva la sua corsa alla Fed.

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