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I mestieri STEM: Anna Julie Peired racconta la vita di una ricercatrice in Italia

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Photo credit: sanjeri - Getty Images
Photo credit: sanjeri - Getty Images

Anna Julie Peired studia le origini cellulari di un particolare tipo di tumore renale (il carcinoma papillare renale) al laboratorio di Nefrologia diretto dalla professoressa Paola Romagnani dell’Università di Firenze; per il quarto anno consecutivo il suo nome figura tra quelli dei 110 ricercatori di eccellenza (79 le donne) sostenuti dalla Fondazione Umberto Veronesi; quest’anno è suo anche il Fondazione Umberto Veronesi Award, premio riservato al miglior articolo scientifico pubblicato nel 2020 da uno dei borsisti. Francese di nascita, laureata in Biologia a Tolosa, dottorato a Firenze, Anna Julie Peired è in Italia da 12 anni, «per amore», dopo sette negli Stati Uniti dove ha conosciuto il suo compagno, italiano, con il quale ha un bambino di otto anni.

La vita di una ricercatrice di eccellenza in Italia è un quadro di luci e ombre: «È una fortuna lavorare in questo laboratorio», dice, «che è un ambiente molto stimolante e favorevole, tra l’altro quasi tutto femminile, ed è una fortuna avere da quattro anni il sostegno della Fondazione Veronesi. L’incertezza però è tanta: io dipendo dalle borse di studio – e a 43 anni, in molti casi, sei fuori dai limiti di età – e dagli assegni di ricerca; per dire: non so cosa potrò fare l’anno prossimo».

Photo credit: courtesy
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Dunque l’orizzonte è questo: da una parte la crescente difficoltà di trovare finanziamenti e di accedere ai dottorati, dall’altra vastissimi e affascinanti campi di ricerca che si aprono: «Per esempio la virologia è destinata a un enorme sviluppo nei prossimi dieci anni», dice Peired, «e anche la medicina di genere, che abbiamo cominciato a studiare qui in Nefrologia, è molto promettente».

Consigli per chi fosse interessato a questo percorso? «Cominciare da una facoltà come Biologia, Biotecnologie o Medicina, perché tutte danno molte possibilità di ricerca traslazionale, cioè di passaggio dalla ricerca di base alla ricerca clinica. E mettere in programma un periodo all’estero, almeno qualche anno: per chi sta in laboratorio è importante capire come lavorano gli altri».

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