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Migranti, sopravvissuti: "Così abbiamo sfidato la morte per fuggire da inferno Libia"

·3 minuto per la lettura

(Adnkronos) - Dice che lui è fortunato perché in Libia "ci è rimasto solo tre mesi". Adesso sul molo Favaloro, appena sbarcato dalla motovedetta della Capitaneria di porto insieme ad altre 65 persone, intercettate a poche miglia dalle coste dell'isola su un barcone malmesso, F., poco più che ventenne, tira un sospiro di sollievo. E' vivo. Nonostante tutto. Sopravvissuto alla Libia e alla traversata del Mediterraneo. "Nessuno tra chi organizza il viaggio ti racconta veramente come è la situazione laggiù. Non sapevo com’era la Libia", dice agli operatori di Mediterranean Hope, il programma della Federazione delle chiese evangeliche in Italia dedicato ai migranti e ai rifugiati, che dall'ottobre del 2013, subito dopo il naufragio che costò la vita a 368 persone, opera sulla più grande delle Pelagie. In un perfetto inglese e francese racconta quello che si è lasciato alle spalle.

"In Libia la situazione, specialmente per gli africani provenienti da paesi subsahariani, è disperata", dice a Giovanni D'Ambrosio, operatore di Mediterranean Hope. Costretti a nascondersi quando camminano per strada perché rischiano di essere rapiti e rinchiusi in centri di detenzione illegali. Lui in Libia è arrivato dal Camerun. "Mi hanno rapito solo una volta", dice mentre prova a riscaldarsi con un po' di the caldo. Oggi a Lampedusa c'è il sole, ma in mare prima di essere soccorso dalla Guardia costiera ha trascorso due notti. "Sono fortunato - dice - perché in Libia sono stato solo tre mesi, conosco persone che sono rimaste anche cinque anni, bloccate dentro e fuori le prigioni".

Per loro quello di raggiungere l'Europa è rimasto solo un sogno. Non per lui. Che su quella carretta del mare è riuscito a salire. "Ciò che temevamo di più mentre eravamo in mare, oltre alla morte, era essere catturati dalla Guardia costiera libica". Lo chiamano 'Kalabush': essere presi, picchiati, derubati di tutte le proprie cose e messi in prigione. "Per uscire devi pagare". La libertà ha un costo, minore per gli uomini e maggiore per le donne. A Giovanni mostra il telefono. E' scarico, ma sa che in tanti gli hanno scritto per sapere come è andata. "Ho lasciato tanti amici in Libia", dice con un velo di tristezza. Anche F., 17 anni somalo, è partito dalla Libia. Prende un bicchiere di the e mentre aspetta di essere trasferito all'hotspot si apre con Giovanni.

"Il viaggio è stato lungo e difficile", dice, raccontando anche lui del Kalabush, dei rapimenti per strada, dei riscatti da pagare, della paura di essere riportati in Libia nei centri di detenzione dalla Guardia costiera. "Se ti dicessi anche solo una minima parte di quello che ho visto e vissuto, scoppieresti in lacrime", dice all'operatore di Mediterranean Hope. Abitava ad Abu Salim a Tripoli e molte volte è stato rapito e finito in prigione. "Lì vivi nel terrore di essere catturato". Il viaggio in mare è l'unica alternativa. "Questo è il mio primo viaggio, ma qui con noi ci sono persone che hanno provato anche 4 o 5 volte", dice indicando i suoi compagni di viaggio. Il tempo dei racconti è finito. Ad attenderlo c'è il pulmino che lo condurrà all'hotspot. "Non ci si abitua mai" dice all'Adnkronos Giovanni, che a Lampedusa è arrivato nel 2020. Sul molo Favaloro a ogni approdo insieme agli altri prova a portare un po' di calore. E un sorriso. Anche oggi era lì.

"Erano stanchi, debilitati. Ci hanno detto di aver trascorso due notti in mare - spiega -. Ogni sbarco è diverso, ma le testimonianze che spesso ci capita di raccogliere sono accomunate tutte da una cosa. Chi arriva descrive la Libia come l'inferno in terra e di quell'inferno portano i segni sul corpo". Ecco perché l'appello alle Istituzioni ancora una volta è lo stesso. "Corridoi umanitari e vie di accesso legali e sicure perché il Mediterraneo non continui ad essere un cimitero, per non dover assistere più a nuove tragedie". Perché su quel molo non arrivino più vivi e morti. (di Rossana Lo Castro)

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