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Migranti, ‘sotto choc e con segni torture’: soccorritrice Lampedusa racconta maxi sbarco

·3 minuto per la lettura

(Adnkronos) - "Sotto choc, con gli occhi sbarrati e i sintomi di ipotermia. E sul corpo i segni delle violenze e delle torture subite in Libia". A raccontare all'Adnkronos l'ennesimo sbarco di migranti a Lampedusa è Marta Barabino, operatrice di Mediterranean Hope, il programma della Federazione delle chiese evangeliche in Italia dedicato ai migranti e ai rifugiati. Sulla più grande delle Pelagie lei è arrivata da più di un anno e agli approdi al molo Favaloro è abituata, ma a "un sbarco così difficile non mi era mai capitato di assistere", pur se altre volte "abbiamo accolto i vivi e i morti laggiù". Quella trascorsa è stata "una notte di freddo e fatica". Alle 3 insieme agli altri volontari è arrivata sul molo per assistere i 280 migranti soccorsi a una ventina di miglia dall’isola. "Siamo andati via alle 7", racconta. In mezzo il dolore. "Sono arrivati a bordo di due motovedette della Capitaneria di porto, tratti in salvo mentre viaggiavano su un unico barcone sovraccarico. Le operazioni di sbarco sono andate avanti per ore".

"C'erano persone in evidente stato di ipotermia, perdevano i sensi di continuo, non erano in grado neppure di reggersi in piedi - racconta -. A fatica li abbiamo tenuti svegli per chiedere loro come si chiamavano. Qualcuno aveva gli occhi sbarrati e continuava a ripetere: 'Ho freddo'. Chiedevano dell'acqua da bere, avevano i vestiti zuppi. Di peso li abbiamo accompagnati sino ai pulmini che li avrebbero condotti nell'hotspot, le mani scivolavano nel cercare un appiglio. Un vento gelido sferzava i loro corpi. E' stato difficile, davvero difficile". E dopo i vivi sono stati fatti sbarcare i corpi senza vita di sette uomini. Sette bengalesi. Tutti uomini. "Anche stavolta c'erano tanti ragazzi giovani, almeno una cinquantina i minori non accompagnati", ricorda Marta. Per qualcuno è stato necessario il ricovero al Poliambulatorio e l'ospedalizzazione con l'ambulanza, l'unica disponibile, a fare la spola dal molo. "Erano in condizioni troppo critiche per essere curati lì".

"A Lampedusa ogni naufragio è come se fosse il primo, ci si sorprende come se non fosse mai successo - denuncia -. Noi abbiamo finito di commemorare una persona due giorni fa e adesso ci ritroviamo nella stessa identica situazione. Non che sette vittime siamo più importanti di una sola, ma tutte le volte i fatti si ripetono ed è come se ci si girasse sempre dall’altra parte". Ecco perché ancora una volta Marta e la Fcei tornano a chiedere "corridoi umanitari e vie legali di accesso". "Abbiamo visto a novembre sbarcare a Fiumicino 94 persone partite dalla Libia - dice -. E una cosa che si può fare, se tutti gli Stati europei lo facessero si potrebbero cambiare le sorti di tantissimi uomini, donne e bambini". Perché gli sbarchi non si fermano e appena le condizioni meteo lo permettono in tanti cercano di lasciarsi alle spalle l’orrore l’orrore della Libia". Adesso a Lampedusa il mare è calmo. E il vento ha smesso di sferzare l’isola. Soccorritori e volontari scrutano l'orizzonte. "Restiamo in allerta", conclude Marta.

(di Rossana Lo Castro)

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