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Miron Zownir: "Tolleriamo o istighiamo le guerre e non ci sentiamo responsabili di nulla"

·7 minuto per la lettura
(Photo: Nico Anfuso)
(Photo: Nico Anfuso)

“La vita degli emarginati è così dura e brutale che merita il mio rispetto e la mia attenzione. Nel mondo in cui sono cresciuto, la Germania degli anni ’50 e ’60, c’erano ancora tracce della guerra, della distruzione e alcuni vicini dei miei nonni sono rimasti traumatizzati, con disabilità fisiche o dei ritardi cognitivi. Anche se ero un bambino, non potevo ignorare la miseria e chiudere gli occhi se qualcosa mi colpiva, toccava, spaventava o disgustava. Le persone ai margini della società non ricevono molta attenzione e la loro vita è spesso ignorata dai mezzi d’informazione e dalla maggior parte delle persone, a meno che non incontrino qualcuno o uno scrittore scriva di loro e sperimenti la loro condizione”. All’HuffPost parla Miron Zownir, uno dei più importanti fotografi radicali contemporanei tedeschi (è nato nel 1953 a Karlsruhe), che nella sua carriera, ispirandosi a Diane Arbus, Robert Frank e Weegee, ha realizzato fotografato Berlino Ovest e Londra nella piena esplosione del fenomeno punk e New York negli anni ’80, raccontando la scena gay, il mondo della prostituzione e la tossicodipendenza fino ad arrivare a Mosca, denunciando il declino dell’ex Unione Sovietica. Settanta tra i suoi scatti più conosciuti li troverete esposti fino al 31 luglio prossimo nel Centro Internazionale di Fotografia di Palermo nella retrospettiva a lui dedicata – fortemente voluta dal direttore della struttura, la grande fotografa siciliana Letizia Battaglia – intitolata “Zeitwirdknapp/Non c’è più tempo – Retrospektive 1977-2019”. Quello che colpisce – come ha fatto notare il curatore della mostra Gaetano La Rosa – “è il talento di Zownir per il teatro”, un teatro di vita – viene da dire – che si è infiltrato nella sua ricerca fotografica tanto che i suoi attori sono gli uomini, le donne, i transessuali, i disabili e i malati che ha incontrato durante le sue esplorazioni urbane e suburbane, “riuscendo quasi sempre a coglierli in quel momento in cui erano disposti a offrire il loro essere corpo, in un gesto di estrema efficacia e di verità”. Di emarginati parla anche nel suo nuovo libro, “Tenebre su Kreuzeberg” (Milieu Edizioni), il suo nnuovo noir ambientato nel nuovo Millennio con al centro un trentenne di nome Nick, un’anima in pena che vaga per Berlin alla ricerca di qualcosa o di qualcuno per dare un senso a un’esistenza che non ce l’ha.

Dalla fotografia d’autore al noir: ci spieghi questo passaggio

Mi sono interessato alla letteratura molto prima di diventare fotografo, sin da bambino, con le prime favole. Ma i primi tentativi di scrittura, che riguardavano la lingua, lo stile, la retorica e l’improvvisazione, mancavano di esperienza e sicurezza necessarie per esprimere la mia limitata visione del mondo in un contesto accattivante. Dal momento in cui non ero interessato a creare parole prive di significato, ho iniziato a scrivere seriamente soltanto dopo aver sentito che ero pronto per farlo. Dopo aver vissuto a Berlino, Londra, New York e Los Angeles e dopo tutti quegli intensi viaggi fotografici a Mosca, San Pietroburgo, Bucarest, Kiev e altri luoghi, sapevo di avere molto da raccontare.

Cosa le ha dato la letteratura in più rispetto alla fotografia?

È una modalità di espressione completamente diversa. Molto più introversa e vincolata all’immaginazione. Tutto dipende da te. Tu non dipendi dalla fortuna o dal caso, ma solo dal tuo umore, dal tuo stato d’animo e dalla tua ispirazione. L’atto di scrivere è solitario ma restituisce una libertà totale.

(Photo: Miron Zownir)
(Photo: Miron Zownir)

Perché il noir?

È l’unico genere per ora non contaminato da accademici e critici professionisti che uccidono un buon libro per ignoranza, pregiudizio, invidia o incapacità di sperimentare la vita reale. Il genere noir è molto più vicino alla vita, al dolore, alla morte, alla miseria dei nostri crimini esistenziali, alle nostre frustrazioni e mancanze. Il noir è privo di pretese e non illumina la mediocrità, è il Punk nel Walhalla della letteratura dei morti e dei famosi.

Con questa sua storia ci porta a Berlino, al Kreuzeberg: anche questa scelta non è certo un caso.

Ho vissuto per molti anni a Kreuzberg, prima e dopo la caduta del muro, dunque è stata una conseguenza naturale a prescindere dal fatto che sia un posto unico ed eccentrico. Ma all’epoca del mio romanzo era più strano ed eccitante di adesso, come la maggior parte dei posti.

Per anni ha frequentato la scena gay drag di molte metropoli : oggi in cosa è cambiata?

Negli anni ottanta, a New York, la scena gay e drag era completamente integrata, una forza dominante nella vita notturna. Lavorando come buttafuori e portiere al Danceteria, al Mudd Club e al Roxy conoscevo molti artisti, celebrità, musicisti, baristi ma anche bugiardi. Ho documentato molti transgender e molte persone che si prostituivano all’Hudson Piers e ho vissuto New York nei primi anni ’80, poco prima dello scoppio dell’Aids. Ho perso molti amici gay a causa di quella tragedia. Dopo essermi trasferito a Los Angeles e dopo essere tornato di nuovo a Berlino, non conoscevo bene le realtà delle scene gay o drag locali. Era una parte naturale di Berlino, produttiva e a suo agio. Ma a seconda di dove vivi e della tua posizione sociale, essere gay o transgender può ancora essere difficile, fastidioso o pericoloso. Diciamo che le scene internazionali gay e transgender sono diventate più politiche, schiette e solidali con le persone che rischiano il carcere o la vita per essere se stessi.

(Photo: Miron Zownir)
(Photo: Miron Zownir)

Il post comunismo cosa ha tolto e cosa ha aggiunto?

È difficile da dire. Non ho mai sperimentato il sistema comunista ma sicuramente non mi sarebbe piaciuto. Per la maggior parte delle persone probabilmente la situazione ora è migliorata, ma ancora troppi vivono una vita difficile. Oligarchi, corruzione e un capitalismo spietato che flirta con il fascismo non possono essere la risposta al comunismo.

Se guarda al mondo di oggi, non soltanto dal punto di vista politico, cosa vede?

Sicuramente lo scioglimento dei ghiacciai, l’inquinamento, il problema della CO2, i rifiuti tossici, la plastica, la gentrificazione delle nostre città, il disprezzo per la natura, gli oceani, le culture e la fauna autoctone, la sovrappopolazione, la discriminazione, l’infiltrazione, la disinformazione, il pregiudizio, l’avidità, l’odio, il consumismo, internet, la realtà virtuale, l’ossessione tecnologica. Tolleriamo o istighiamo le guerre e non ci sentiamo responsabili di nulla.

Come lo giudica?

Non ho una soluzione. Non sono un politico, un filosofo, uno scienziato o un rivoluzionario. Ci sono così tanti trasgressori. Molte cose sono incasinate, molte vanno male. È tutto così ovvio, ma se vuoi cambiarle, ti senti come Sisifo.

Si è mai pentito di qualcosa?

Certo, ma niente con cui non potrei convivere. O niente che non potrei dimenticare. O niente di cui non potrei parlare. Forse ne scriverei, ma in un altro contesto.

(Photo: Miron Zownir)
(Photo: Miron Zownir)

Come è stato incontrare Letizia Battaglia?

È stato un onore. Mi aspettava fuori dalla galleria, seduta a un tavolo e circondata da addetti stampa e spettatori, mi ha visto, si è alzata, mi ha abbracciato e mi ha detto “sei un fotografo meraviglioso”. Era spontanea, umile, simpatica e ci siamo fotografati a vicenda. Poterla incontrare è stata una esperienza incredibile.

In Italia per noi è un’icona contro le ingiustizie e la lotta alla mafia: che idea si è fatta di lei?

Certo, lei è fantastica. Mi piacciono i suoi temi, le sue atmosfere, il suo occhio e il suo coraggio. Merita di essere un’icona.

Il male attrae: perché?

Non saprei, è anche respingente. La maggior parte di noi vive in uno stato mentale duplice ed è ugualmente attratta dal bene e dal male e alle volte non sa tra cosa scegliere. A seconda della tua educazione, istruzione ecc., conosci i valori etici che dovresti rispettare in futuro. Il male è un taboo mentale, ma ha un finale aperto. Ne puoi essere distrutto o ricompensato. Devi essere presuntuoso e intelligente, tenace e scrupoloso, crudele e sconsiderato. Qualsiasi commesso di un supermercato potrebbe essere un mostro disumano e qualsiasi mostro un santo, secondo lo Zeitgeist in cui viviamo. C’è il male reale e quello immaginario. Se fossimo giudicati in base ai crimini della nostra mente, la maggior parte di noi sarebbe considerata criminale. Siamo soffocati dalle nostre possibilità limitate di essere noi stessi e segretamente uccidiamo i nostri nemici reali o immaginari.

La pandemia cosa le ha insegnato?

Che la natura è più forte di noi e che non possiamo fidarci dei governi. Siamo governati da banchieri privi di etica, ipocriti, tecnocrati e informatici. Il capitalismo imperversa e non c’è un’opposizione con cui potersi schierare. Siamo stati così presuntuosi nel paradiso della nostra sana democrazia e ora sembra che tutti si stupiscano del fatto che abbiamo perso il controllo. Tutto accade contro di noi, siamo solo una minoranza e nessuno di noi conta davvero.

Il futuro?

È più cupo che mai.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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