Perché le misure che aumentano l'inflazione stanno uccidendo la nostra economia

Quando nel 1923 la Germania venne colpita dalla più disastrosa inflazione della storia, meglio conosciuta come iperinflazione, un dollaro arrivò a corrispondere a 350 mila marchi tedeschi e i prezzi raddoppiarono in maniera spaventosa, al punto che i lavoratori venivano pagati due volte al giorno affinchè potessero fare la spesa prima di un nuovo aumento dei prezzi.

Per evitare corsi e ricorsi storici, nel 1992, anno della ratificazione del Trattato di Maastricht, vennero fissati gli standard economici degli Stati membri dell'Unione Europea, tra cui il valore ottimale che indicasse la stabilità dei prezzi, vicino o inferiore al 2%. Principio che venne poi meglio definito nel 1998, quando il Consiglio della Bce annunciò una definizione quantitativa di stabilità dei prezzi: "un aumento sui 12 mesi dell'Indice armonizzato dei prezzi al consumo (Iapc) per l'area dell' euro inferiore al 2%" specificando inoltre che essa deve essere preservata su un orizzonte di medio termine. Obiettivo, quello della stabilità dei prezzi, che è diventato centrale nel 2009 con il Trattato di Lisbona, cercando di mantenere l'inflazione su un livello inferiore ma prossimo al 2% nel medio periodo.

La nuova scuola di pensiero però, emersa negli ultimi anni, vuole alzare la soglia dell'inflazione dal 2 al 4%: la pensa così Olivier Blanchard, capo economista del Fondo monetario internazionale, convinto che un innalzamento del livello permetterebbe alle banche centrali di avere più spazio per agire, allontanandosi dal fantasma della deflazione, molto più probabile con un'inflazione al 2%.
Il problema, in questo caso, non è però la soglia da fissare, quanto il tasso di cambio dell'euro, comune a tutti i Paesi dell'Eurozona. Il cambio è fisso, l'inflazione variabile. Così, Paesi come la Germania o la Francia che riescono a mantenerla più bassa di altri Stati che, come riportato da Il Sole 24 Ore "sono sì geograficamente vicini ma anche competitori nella dinamica delle esportazioni e delle importazioni di merci e capitali" riescono a mettere in atto una sorta di  "svalutazione monetaria indiretta". Più semplicemente, in un sistema a cambi fissi, un'inflazione minore aumenta la competitività delle merci, privilegiate perchè con un prezzo minore rispetto a quelle di altri Paesi in cui l'inflazione è più elevata. Come Spagna, Portogallo ed Italia, dove l'inflazione più alta sta intaccando sull'economia e sulla competività dei mercati, portando a fluttuazioni drastiche della domanda e/o dell'offerta.

Nel caso dell'Italia, una recente ricerca di Unioncamere ha evidenziato come nel 2012 l'inflazione sia stato un vero problema per il Paese: attestatosi per l'intero anno a quota 3%, il livello più alto dal 2008, quando arrivò a raggiungere la soglia del 3,3%. Del 4,3% solo sui generi alimentari, l'unica serie di prodotti che il consumatore riduce ma non elimina.
Gli analisti prevedono però nel 2013 una riduzione sotto il 2% - anche in previsione di una diminuzione dei prezzi del petrolio -  con un rallentamento del costo della vita. Il problema nascerà però tra luglio ed agosto, quando con l'aumento dell'Iva dal 20 al 21% - previsto nella legge di Stabilità - i prezzi si alzeranno nuovamente, con un'ingente perdita del potere di acquisto. Già nel terzo trimestre del 2012 il potere di acquisto delle famiglie consumatrici è diminuito del 4,4%, provocando l'effetto negativo del crollo della spesa al 2,2%. Crollo provocato anche dalla stangata delle tasse - IMU in primis - che hanno colpito i cittadini.

L'allarme di Federconsumatori è chiaro: l'aumento dei prezzi e tariffe nel 2013 sarà pari a +1.490 euro a famiglia, una cifra che porterà ad un'ulteriore caduta della domanda. A questa si aggiunge una speculazione sui prezzi alla quale l'associazione invita a fare attenzione: "È urgente ed indispensabile - scrivono in una nota - correre ai ripari, avviando, immediatamente seri controlli e misure di sostegno al potere di acquisto delle famiglie, a partire da una detassazione destinata esclusivamente al reddito fisso, lavoratori e pensionati, che maggiormente risentono della crisi e delle politiche di austerità avviate per contrastarla”.