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Mitch McConnell, l’uomo più potente d’America

Alessandro Fugnoli
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Coetaneo di Biden, inossidabile uomo per tutte le stagioni, Mitch McConnell è in questo momento il vero vincitore delle elezioni americane. Dalla sua posizione di l eade r de l la ma ggior anza repubblicana uscente del Senato, è oggi l’ago della bilancia del potere americano. Se il Senato resterà repubblicano (e lo sapremo probabilmente solo il 5 gennaio dopo il voto in Georgia), sarà lui ad avere l’ultima parola sulla politica fiscale, sulla riforma sanitaria, sulle politiche ambientali e sulle nomine per le posizioni chiave del potere americano, dalla magistratura alla Federal Reserve.

Biden ha speso centinaia di milioni di dollari nella sua campagna. Trump ha speso se stesso convalescente in una impressionante tournée elettorale. Entrambi hanno però lavorato alla fine per lui, Mitch, che si è fatto comodamente rieleggere per la settima volta dagli irlandesi di origine scozzese che popolano il suo fedelissimo Kentucky con il 58 per cento dei voti.

La polarizzazione della società americana, la scomparsa del centro, la radicalizzazione dello scontro politico, i timori di colpo di stato e di guerra civile si traducono oggi, paradossalmente, nella resurrezione almeno temporanea della politica felpata e pragmatica di mediazione di un Talleyrand come McConnell, che è stato bushiano con Bush e trumpiano con Trump, ma sempre perfettamente a suo agio nel dialogare con Obama ieri e con Biden e la Harris domani.

Eravamo partiti con Sanders e la Warren, con visionari e temerari progetti di riforma radicale della società americana e di redistribuzione della ricchezza in un clima contrassegnato da scontri di piazza e poi devastato dalla pandemia e ci troviamo oggi una sorta di gestione commissariale concordata tra una Casa Bianca debole e un Senato forte in cui sono ancora presenti repubblicani centristi alla Romney più che disposti a dialogare con i democratici. La pandemia, dal canto suo, si depoliticizza d’incanto e viene derubricata a ordinaria amministrazione sanitaria.

I mercati avevano iniziato a prepararsi a queste elezioni un anno e mezzo fa. L’idea dei carri armati davanti alla Casa Bianca, che oggi appare ridicola, era un’ipotesi corrente fino a una settimana fa. Montagne di soldi sono state spese per mesi nell’acquisto di strumenti di protezione dalla volatilità e dalle temute perdite. Tanti hanno fatto un punto d’onore del presentarsi scarichi il 3 novembre. Anche se il programma democratico si era progressivamente annacquato, l’imprinting nella memoria degli investitori rimaneva quello di Sanders e della Warren.

Allo stesso tempo, però, si erano confezionate tre narrazioni consolatorie per razionalizzare il rialzo azionario (dovuto in larga misura alla politica monetaria) e per ipotizzarne la tenuta. La prima narrazione diceva che una valanga democratica avrebbe portato certamente tasse, ma anche un volume di spesa pubblica senza precedenti. La seconda che un Congresso diviso avrebbe reso impossibili le misure più controverse e lasciato l’economia a gestire tranquillamente se stessa mentre la Fed rendeva sempre più aggressiva la sua politica monetaria. La terza era che, ove fosse stato confermato Trump, saremmo comunque ricaduti in uno dei due casi descritti.

Con portafogli scarichi e iperprotetti da una parte e tre narrazioni rialziste già pronte per tutte le evenienze dall’altra, era giocoforza che, con qualsiasi risultato elettorale, il mercato si sarebbe trovato spiazzato e avrebbe dovuto correre a ricomprare. Gli adoratori del dio Fomo, un dio crudele che costringe a comprare anche quando non si vorrebbe per paura di perdere il rialzo, hanno avuto di nuovo la meglio e hanno iniziato a comprare senza ancora sapere quale sarebbe stato l’esito del voto (che tuttora non conosciamo).

Oggi la narrazione prevalente è che, nell’ipotesi di Biden presidente e di un Senato repubblicano, il pacchetto fiscale in discussione da agosto arriverà comunque entro fine anno e se sarà un po’ più piccolo (perché così piace a McConnell) la Fed si sveglierà dal suo sonno elettorale e darà nuovo vigore al Quantitative easing e ai programmi di sostegno all’economia cofinanziati dal Tesoro (finanziato a sua volta dalla Fed). La collaborazione tra banca centrale e Tesoro sarà ancora più stretta se Lael Brainard, oggi importante membro del board della Fed, diventerà il nuovo segretario al Tesoro.

Più che a Biden e a Trump (che pure non uscirà di scena e si ricandiderà verosimilmente presidente nel 2024, quando avrà l’età che ha oggi Biden) i mercati dovranno abituarsi a guardare a McConnell e alla Brainard, che è di suo un’arcicolomba favorevole a un esteso controllo della curva dei rendimenti.

Quanto potrà durare il recupero in corso? Nel breve è già stata fatta parecchia strada, soprattutto in Europa, ma il fondo appare solido perché, avvicinandosi la fine dell’anno, chi continua a essere sottopesato per paura di Covid dovrà riallinearsi, soprattutto nel caso in cui il pacchetto fiscale venga approvato entro dicembre.

E che dire del dollaro e dell’oro? Con lo sfumare delle ipotesi di reflazione fiscale più aggressive, il dollaro si indebolirà meno di quanto si poteva pensare prima del voto, in particolare nei confronti di un euro depresso a sua volta da una politica monetaria che in dicembre ritornerà molto espansiva anche in Europa. L’oro, trainato dal nuovo ciclo globale di misure espansive, avrà spazio per riprendere a salire.

Quanto ai tassi, nel breve non cambierà molto e tranquilla resterà anche l’inflazione, Da segnalare comunque che si moltiplicano i segnali provenienti dai laboratori di ricerca delle banche centrali. È ormai in fase avanzata l’arma nucleare reflazionistica del prossimo futuro. Parliamo della moneta digitale emessa direttamente dalle banche centrali. È talmente potente da essere circondata da mille cautele e se ne preannuncia un’introduzione molto cauta e graduale. Ne parleremo prossimamente.

Autore: Alessandro Fugnoli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online