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Il mito della Curva di Phillips

Francesco Simoncelli
 

È abbastanza noto che, grazie alla politica monetaria, la banca centrale possa influenzare il tasso d'espansione dell'economia reale. Si ritiene inoltre che questa influenza abbia un prezzo, il quale si manifesta in termini d'inflazione.

Ad esempio, se l'obiettivo è raggiungere un tasso di crescita economica più veloce e un tasso di disoccupazione più basso, allora i cittadini dovrebbero essere pronti a pagare un prezzo per questo in termini di un tasso d'inflazione più alto.

Si ritiene che vi sia un compromesso tra inflazione e disoccupazione, il quale è rappresentato dalla Curva di Phillips. (William Phillips descrisse una relazione storica tra i tassi di disoccupazione e i corrispondenti tassi di aumento dei salari nel Regno Unito, 1861-1957, pubblicata sulla rivista trimestrale Economica, 1958).

La correlazione inversa tra il tasso d'inflazione e il tasso di disoccupazione è diventata un elemento importante nella teoria dell'inflazione dei prezzi. Più basso è il tasso di disoccupazione, maggiore sarà il tasso d'inflazione. Viceversa, maggiore è il tasso di disoccupazione, minore sarà il tasso d'inflazione.

Gli eventi degli anni '70 sono stati uno shock per la maggior parte degli economisti. Le loro teorie basate sul presunto compromesso divennero improvvisamente inutili. Durante il periodo 1974-75 emerse una situazione in cui il ritmo di crescita dei prezzi si rafforzò mentre, allo stesso tempo, il ritmo dell'attività economica reale era in calo. Questo evento inaspettato venne etichettato come stagflazione.

Nel marzo 1975 la produzione industriale statunitense calò di quasi il 13%, mentre il tasso di crescita annuale dell'indice dei prezzi al consumo (IPC) salì a circa il 12%.

Allo stesso modo, durante il 1979 si osservò un forte calo dell'attività economica e un'inflazione galoppante dei prezzi. A dicembre di quell'anno, il tasso di crescita annuale della produzione industriale era vicino allo zero, mentre il tasso di crescita dell'IPC era superiore al 13%.

La stagflazione degli anni '70 fu una grande sorpresa per la maggior parte degli economisti tradizionali, i quali ritenevano che un calo della crescita economica reale e un aumento del tasso di disoccupazione dovessero essere accompagnati da una diminuzione del tasso d'inflazione e non da un suo aumento.

Alcuni economisti, come Milton Friedman e Edmund Phelps, misero in discussione il punto di vista popolare sostenendo che non ci può essere un compromesso tra crescita economica ed inflazione nel lungo periodo. Stavano suggerendo che questo potesse accadere solo nel breve termine. Sulla base di questo modo di pensare formularono la teoria della stagflazione.

La spiegazione della stagflazione secondo Friedman-Phelps

Partendo da una situazione di parità tra tasso d'inflazione attuale e quello atteso, la banca centrale decide di stimolare il ritmo della crescita economica alzando il tasso di crescita dell'offerta di moneta.

Di conseguenza una maggiore quantità di denaro entra nell'economia e ogni individuo ha ora più denaro a sua disposizione. A causa di questo aumento, ogni individuo crede di essere diventato più ricco.

Ciò aumenta la domanda di beni e servizi, cosa che a sua volta mette in moto un aumento della produzione di beni e servizi. Tutto ciò a sua volta aumenta la domanda dei produttori per i lavoratori e di conseguenza il tasso di disoccupazione scende al di sotto del tasso di equilibrio, che sia Friedman e Phelps etichettarono come tasso naturale. [1]

Secondo Friedman-Phelps, l'aumento della domanda complessiva di beni e servizi e il conseguente aumento della produzione di beni e servizi è di natura temporanea. Una volta che il tasso di disoccupazione scende al di sotto del tasso di equilibrio, ciò inizia ad esercitare pressioni al rialzo sul tasso d'inflazione dei prezzi. [2]

Per questo motivo le persone cominciano a rendersi conto che si è verificato un allentamento generale della politica monetaria. In risposta a questa comprensione, iniziano a formulare aspettative d'inflazione più elevate.

Gli individui si rendono conto che il loro precedente aumento del potere d'acquisto inizia a ridursi. Di conseguenza tutto ciò indebolisce la domanda complessiva di beni e servizi.

Un indebolimento della domanda complessiva, a sua volta, rallenta la produzione di beni e servizi mentre la disoccupazione sale ed emerge un rallentamento economico.

Osserviamo che ora siamo tornati dove eravamo prima della decisione della banca centrale di allentare la sua posizione monetaria, ma con un tasso d'inflazione molto più alto.

Quello che abbiamo qui è un calo della produzione di beni e servizi, un aumento del tasso di disoccupazione e un aumento dell'inflazione dei prezzi, cioè stagflazione.

Da questo Friedman e Phelps hanno concluso che finché l'aumento del tasso di crescita dell'offerta di moneta è inaspettato, la banca centrale può programmare un aumento del tasso di crescita dell'economia.

Tuttavia, una volta che le persone apprendono dell'aumento dell'offerta di moneta e valutano le implicazioni di questo aumento, adeguano di conseguenza la loro condotta. Di conseguenza scompare la spinta all'economia reale attraverso l'aumento del tasso di crescita dell'offerta di moneta.

Per superare questo ostacolo e rafforzare il tasso di crescita dell'economia, la banca centrale dovrebbe sorprendere le persone attraverso un pompaggio monetario molto più elevato.

Tuttavia, dopo un certo periodo di tempo, le persone riconosceranno anche questo aumento e adatteranno di conseguenza la loro condotta. Di conseguenza l'effetto di un pompaggio monetario più alto rischia di svanire di nuovo e tutto ciò che rimarrà sarà un tasso d'inflazione molto più alto.

Da ciò Friedman e Phelps conclusero che, attraverso politiche monetarie allentate, la banca centrale può solo creare temporaneamente una crescita economica reale e nel corso del tempo tali politiche determineranno solo un aumento dell'inflazione dei prezzi. Quindi secondo Friedman e Phelps non vi è alcun compromesso a lungo termine tra inflazione, crescita economica e disoccupazione.

Il denaro può far crescere l'economia?

Abbiamo visto che, secondo Friedman e Phelps, la politica monetaria accomodante può solo far crescere l'economia a breve termine, ma non a lungo termine. Secondo questo modo di pensare, a causa dell'aumento del ritmo di crescita dell'offerta di moneta, una maggiore quantità di denaro entra nell'economia e ogni individuo ha più denaro a sua disposizione. Questa, tuttavia, non è una proposizione sostenibile.

Quando il denaro viene iniettato, deve sempre esserci qualcuno che ottiene i soldi per primo e qualcuno che li ottiene per ultimo. Il denaro passa da un individuo ad un altro e da un mercato ad un altro.

I beneficiari di questo aumento sono i primi destinatari del denaro. Con più denaro in loro possesso (supponendo che la domanda di denaro rimanga invariata) e per una data quantità di beni disponibili, ora possono assicurarsi una porzione maggiore di beni disponibili rispetto a prima. Ciò significa che meno beni sono ora disponibili per quegli individui che non hanno ancora ricevuto il nuovo denaro (destinatari ultimi del denaro creato ex novo).

Ciò ovviamente significa che la domanda effettiva di questi ultimi deve diminuire, poiché sono ora disponibili meno prodotti. Si noti che a causa del fatto che le persone non sono identiche, anche se le loro rispettive disponibilità monetarie sono aumentate della stessa percentuale, come implica l'analisi di Friedman-Phelps, la loro risposta a questo non sarà identica. Ciò a sua volta significa che quelle persone che spendono i nuovi soldi per primi, traggono un vantaggio a spese di coloro che li spendono in seguito. [3]

Quindi un aumento dell'offerta di moneta non può causare un aumento generale della domanda complessiva effettiva di beni. Solo attraverso un aumento della produzione di beni si può raggiungere questo esito. Più beni un individuo produce, più ne potrà acquistare. Ciò significa che la domanda effettiva di un individuo è limitata dalla sua produzione di beni, a parità di tutte le altre condizioni. La domanda quindi non può reggersi da sola ed essere indipendente: è limitata dalla produzione, che serve come mezzo per assicurarsi vari beni e servizi.

Gli aumenti dell'offerta di moneta indeboliscono la crescita economica

Il denaro consente di scambiare il prodotto di uno specialista con il prodotto di un altro specialista. In alternativa, possiamo dire che uno scambio di "qualcosa per qualcosa" avviene per mezzo del denaro. Tuttavia le cose non sono esattamente le stesse una volta che il denaro viene generato "dal nulla" a causa delle politiche allentate delle banche centrali e della riserva frazionaria. Una volta che il denaro viene creato "dal nulla" ed immesso nell'economia, mette in moto uno scambio di "niente per qualcosa". Ciò equivale ad una deviazione della ricchezza reale dai creatori di ricchezza reale ai possessori del denaro creato ex novo. Nel processo i creatori di ricchezza reale si ritrovano con meno risorse a loro disposizione, il che a sua volta indebolisce la capacità dei creatori di ricchezza di far crescere l'economia. Quindi, contrariamente al modo di pensare di Friedman-Phelps, il denaro non può far crescere l'economia nemmeno nel breve periodo. Al contrario, un aumento del denaro indebolisce solamente la crescita economica reale.

Quali sono le cause della stagflazione?

Abbiamo visto che un aumento dell'offerta di moneta "dal n Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online