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Molti indizi puntano a petrolio più caro

Virgilio Chelli
·4 minuto per la lettura
Molti indizi puntano a petrolio più caro
Molti indizi puntano a petrolio più caro

In un report di 3 mesi fa J. P. Morgan ipotizzava addirittura $190 al 2025, ma l’analisi di fondo resta valida dato lo scenario di economie in ripartenza e di investimenti in ricerca di nuove fonti in caduta verticale

La data risale a 3 mesi fa, prima che il virus impattasse i mercati, facesse crollare i consumi di energia e spedisse i prezzi del petrolio a zero, salvo recuperare subito ma a livelli ben sotto quelli pre-crisi. Inoltre la previsione è sepolta in un report di 65 pagine del team di ricerca di J.P. Morgan, ma la firma specializzata in Oil & Gas Cattle Drive Capital l’ha scovata e rilanciata su Seekingalpha: prezzo del brent a 190 dollari al barile al 2025. Bum! Più che la previsione puntuale in termini di prezzo però, quello che è interessante è il processo descritto dagli analisti della grande casa americana che potrebbe portare il petrolio a nuovi massimi storici, soprattutto ora che le economie stanno ripartendo, a cominciare da quella americana, e si preparano a tornare a consumare combustibili, dalle automobili agli aerei, dalle fabbriche ad aria condizionata e riscaldamenti.

IL DECLINO DELLO SHALE AMERICANO RIDURRÀ ANCORA L’OFFERTA

La premessa da cui parte la previsione datata inizio marzo, ma che alla luce della riapertura post lockdown sembra attuale anche oggi, è che la ormai cronica stasi degli investimenti in esplorazioni e estrazioni, che dura da quando il greggio è crollato da 100 dollari al barile a 30-40 dollari nella seconda metà del 2014, è destinata prima o poi a causare un’insufficienza dell’offerta, il che a sua volta condurrà a prezzi molto più elevati. Secondo Cattle Drive Capital la contrazione dell’offerta sarà molto accentuate dal declino della produzione americana di shale oil, dovuta proprio al fatto che molti operatori sono andati fuori mercato a causa dei prezzi troppo bassi.

CINA E INDIA CONTINUERANNO A BERE PETROLIO ANCHE DOPO IL VIRUS

Nella post-virus economy, la domanda di combustibili fossili sarà trainata soprattutto da Cina e India, mentre la cannibalizzazione dell’offerta da parte delle energie alternative come solare e eolico ha bisogno di tempi lunghi per svilupparsi. J.P. Morgan non è sola a prevedere uno scenario rialzista per il petrolio nel medio periodo, a fine maggio Goldman Sachs ha pubblicato tesi simili, anche senza spingersi alle previsioni di prezzo ipotizzate dall’altra grande casa d’investimento americana. Ad aggiungersi al fattore prezzo, che dal 2014 ha scoraggiato i nuovi investimenti, c’è indubbiamente anche l’orientamento sempre più diffuso tra I grandi investitori istituzionali ad evitare di impegnarsi sul fronte dei combustibili fossili.

TAGLIO SENZA PRECEDENTI DEGLI INVESTIMENTI DEI BIG OIL

E’ un fatto che le grandi compagnie petrolifere globali, per la combinazione di questi fattori, hanno tagliato aggressivamente i programmi di investimento, a una velocità e con una dimensione senza precedenti. Secondo la firma specializzata Energy Aspects, i bilanci dei big oil per il 2020 hanno visto tagli alle spese in conto capitale per oltre $120 miliardi, di cui $44 miliardi nel solo upstream americano, un dato di gran lunga superiore ai tagli operati dopo il collasso dei prezzi del 2014 e del 2016. In Europa, i finanziamenti all’upstream petrolifero sono scesi da oltre $14 miliardi nel 2014 a meno di $2 miliardi nel 2018. Secondo il report di J. P. Morgan proprio la caduta di investimenti e finanziamenti porterà a una drastica riduzione della produzione di qui al 2025, stimata in un calo globale di 7 milioni di barili al giorno.

SECONDO ALCUNI UN PREZZO A 3 CIFRE È NELLE CARTE NEL MEDIO TERMINE

Un declino ancora più violento colpirà la produzione di shale oil americano, da cui è venuto il maggior contributo all’aumento dell’offerta negli ultimi anni, il che ha portato come conseguenza drastici tagli di investimenti nella ricerca e sviluppo di giacimenti convenzionali. La combinazione di ripresa dei consumi dovuta alla ripartenza delle economie e capacità produttiva sempre più ridotta per il taglio degli investimenti dovrebbe portare come logica conseguenza a un rialzo significativo dei prezzi nel medio termine. Forse $190 al barile è troppo, ma per Cattle Drive un prezzo a 3 cifre è nelle carte.