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A Montecitorio si spacca la Lega. I salviniani ortodossi non votano la fiducia

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Dal profilo twitter di Matteo Salvini: con Fedriga, Giorgetti, Fontana, Zaia (Photo: Matteo Salvini/twitter)
Dal profilo twitter di Matteo Salvini: con Fedriga, Giorgetti, Fontana, Zaia (Photo: Matteo Salvini/twitter)

Il dato politico - una Lega che si scopre divisa, l’opposto di quel partito leninista che ha sempre pensato di essere - piomba nel tardo pomeriggio nel cortile di Montecitorio spiazzando tutti. “Gli assenti saranno in tutto una decina”, diceva un deputato di fede giorgettiana (il riferimento è al numero due della Lega Giancarlo Giorgetti) varcando il portone della Camera, prima di votare la fiducia sul secondo decreto Green Pass, quello che riguarda trasporti e scuola. I fatti a fine giornata andranno diversamente. Gli assenti tra gli scranni leghisti superano i 40, per l’esattezza sono 41 su 132 deputati. Si parla di circa il 30% dei parlamentari. Un segnale che arriva dai fedelissimi di Matteo Salvini e che non passa inosservato, al netto della campagna elettorale in corso.

Sono loro che hanno deciso di sposare questa battaglia contro il governo sulla scia del segretario, che per ora passa da un comizio all’altro come se niente fosse, cercando di non vedere il vulcano che si sta svegliando dentro la Lega. E il segnale di oggi non sfugge ai deputati di vecchio corso, alla gran parte dei lumbard e per non dire dei veneti, che non fanno che ricordare Umberto Bossi, che ha appena compiuto ottant’anni: “Ah, quando c’era lui”.

Adesso c’è un partito spaccato, nonostante tutti ufficialmente dicano il contrario. Ma non è un partito diviso a metà dal momento che il segretario, ed è qui il paradosso, controlla una minoranza, quel 30% che si è palesato oggi per la prima volta alla Camera. La restante parte è l’ala governista, che fa riferimento al ministro Giancarlo Giorgetti. “Draghi non fa che parlare con lui”, si dice nei capannelli che si formano sotto i gazebo dove i deputati leghisti non fanno che fumare nervosamente una sigaretta dopo l’altra.

La premessa è sempre la stessa. “Il partito è compatto, c’è un segretario e c’è un’azione di governo”, come dice Raffaele Volpi, esperto di questioni d’Aula e di dinamiche politiche. Poi però aggiunge: “La democrazia è fatta di minoranze e di maggioranze, è così anche dentro i partiti. E le maggioranze sono quelle che raccolgono di più le sensibilità sui territori”. Dentro queste parole ci sono il senso della giornata e delle ultime settimane.

Basta guardare i tabulati che come di consueto i servizi parlamentari diffondono alla fine di ogni votazione. Nella lista degli assenti ci sono i Salviniani doc, come Claudio Borghi, colui che ha lavorato agli emendamenti contro il primo decreto Green pass. Appaiono anche Bitonci, Durigon, Pagano, Stefani e Saltamartini, giusto per citarne alcuni. Dall’altra parte ci sono i giorgettiani, i governisti schierati in prima linea con i presidenti delle Regioni del Nord Zaia, Fedriga e Fontana. È a loro che fa riferimento Volpi quando parla di territori perché sono proprio i governatori ad aver sollecitato l’esecutivo all’approvazione del Green pass, specialmente l’ultimo, quello che ancora deve arrivare in Parlamento e che obbliga tutti i lavoratori a presentare il certificato verde.

Nessuno dei deputati osa parlare apertamente di scissione, ma in ogni angolo di Montecitorio si discute del dopo amministrative, quindi delle sorti leghiste se Salvini non riuscirà, come sembra, a strappare un voto in più di Giorgia Meloni. Una volta emerso il dato dei 41 assenti in Aula quando si votava sul Green Pass, il leader leghista pubblica un “collage” di foto su Twitter per smentire i rumors di divisioni all’interno della Lega, tra chi è di lotta e chi è di governo. Viene ritratto insieme a Giorgetti, Zaia, Fedriga e al governatore lombardo Attilio Fontana. “Dedicato a chi ci vuole male. Uniti si vince!”, recita la didascalia che accompagna le immagini. Ma come dice Raffaele Volpi, seduto sulla panchina verde del cortile mentre fuma un sigaro: “Io sono troppo della Prima Repubblica per ragionare con i tweet”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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