Da Rosarno al Nord, il neo-schiavismo nelle campagne italiane

Fino a quest’estate, fino alla scoperta degli episodi di caporalato nelle campagne di Castelnuovo Scrivia (Al) e delle notti all’addiaccio passate dai raccoglitori di frutta nel saluzzese, si pensava che il problema del neo-schiavismo nelle coltivazioni italiane fosse circoscritto alle campagne del Sud, quelle sulle quali molto spesso si allunga l’ombra nera della criminalità organizzata. Come a Rosarno (Rc) dove nel gennaio 2010 gli immigrati si ribellarono alle diusmane condizioni alle quali erano sottoposti prima, durante e dopo le stagioni del raccolto. Ora non è più così e l’argomento è stato oggetto di un lungo dibattito nella giornata di apertura del Salone del Gusto – Terra Madre in corso di svolgimento a Torino.

Yvan Sagnet, studente del Politecnico di Torino e rappresentante di Flai Cgil, ha raccontato le condizioni disumane nelle quali sono costretti a lavorare i raccoglitori nelle campagne del Mezzogiorno. A Nardò (Le), dove lui stesso ha lavorato per tre giorni nell’estate 2011, una cassa di pomodori da un quintale viene pagata 3,50 euro e, dalle 3 del mattino alle 18 si riescono a raccogliere  7 casse. Il conto è presto fatto: 24,5 euro. Ma questa cifra – pur essendo bassissima – non finisce tutta quanta nelle tasche dei raccoglitori perché i caporali fanno pagare il passaggio dai luoghi di ritrovo ai campi 5 euro, un litro d’acqua 1,50 euro e un panino 3,50 euro. “Quando qualcuno dei braccianti sta male, i caporali gli chiedono 10 euro per accompagnarlo in ospedale – aggiunge Sagnet -. Con la legge Bossi-Fini che vincola i permessi di soggiorno alla durata del contratto di lavoro i braccianti vivono in uno stato di ricattabilità permanente. Nardò è popolata da gente proveniente dall’Africa che ha dovuto rimandare le proprie famiglie nel Paese d’origine”.  Secondo Sagnet l’isolamento si manifesta in tre aspetti: 1) l’assenza dello Stato con un ispettorato del lavoro che non effettua controlli nei campi, 2) la lontananza dai centri urbani, 3) la mancanza di informazione dei braccianti che non conoscono la lingua e quelli che sono i loro diritti.

“Nei campi italiani le contraddizioni sono evidenti – gli ha fatto eco Lorenzo Trucco, presidente dell’Associazione per gli Studi giuridici sull’immigrazione – poiché se da una parte il lavoro degli immigrati è fondamentale, dall’altra vengono puntualmente violati diritti essenziali con una riduzione in schiavitù che sembra far tornare indietro l’orologio della Storia. Se prima si poteva circoscrivere il problema alle campagne del Meridione, ora ci sono gli esempi dei 200 euro al mese con cui venivano pagati i braccianti nell’alessandrino”. L’elemento centrale resta la debolezza del bracciante costretto a tenersi il lavoro a qualsiasi condizione ma da circa un anno è stato introdotto nell’ordinamento giuridico il reato di grave sfruttamento lavorativo determinato da: 1) soggezione continua del lavoratore, 2) caporalato, 3) gravi forme di abuso in termini di condizioni di lavoro, di retribuzioni basse e spese obbligate.

All’incontro è intervenuta anche Cecilia Strada che ha raccontato il primo anno e mezzo dei Poliambulatori mobili di Emergency che si addentrano nella campagne del Meridione per curare i braccianti vittime del caporalato: “Nel nostro viaggio nelle campagne del Sud abbiamo scoperto 50 immigrati stipati nella stalla di una masseria con il rubinetto di acqua potabile più vicino posto a 10 chilometri. Sono situazioni da apartheid anni Cinquanta – ha aggiunto la presidente di Emergency – che non avremmo mai immaginato di vedere nel nostro Paese”. Le patologie riscontrate dai medici sono le più disparate e, anch’esse, raccontano delle storie: “Nelle serre le patologie sono principalmente respiratorie, legate alla vaporizzazione dei pesticidi in un ambiente chiuso, nei campi di pomodori sono muscolo-scheletriche, mentre laddove si raccolgono i mandarini a questi disturbi si sommano le gastriti. Perché? Semplice: guadagnando solamente 20 euro al giorno e non potendo permettersi il panino da 3,50 euro i raccoglitori si sfamano con gli agrumi acerbi”. Un inferno nel cortile di casa su cui in molti tengono gli occhi chiusi: “Ma attenzione perché la violazione dei diritti dei più deboli è il preambolo all’erosione dei diritti di tutti” ha concluso Strada.

A monte di tutto vi è la necessità di stare sul mercato a prezzi bassissimi. La responsabilità è anche della grande e media distribuzione: “Si parla sempre della qualità organolettica del made in Italy ma chi si preoccupa della qualità etica?” ha chiesto provocatoriamente Giuseppe Pugliese di Equosud. I contadini che vent’anni fa vendevano le clementine a 1500-1800 lire al chilo, ora guadagnano 15-20 centesimi. In alcune zone i produttori di arance ricevono 5 centesimi al chilo. Come sottrarsi a queste logiche? Facendo incontrare direttamente produttori e braccianti con i gruppi d’acquisto. Sempre dal Piemonte arriva un esempio in totale antitesi con gli episodi verificatisi quest’estate a Castelnuovo Scrivia e nel saluzzese. Jonce Arsov è arrivato dalla Macedonia nel 1994. Anche lui, come clandestino, ha incontrato numerose difficoltà, lavorando in nero e dormendo all’addiaccio. Poi, nel 1996, ha conosciuto la cooperativa Pusabren che ha aggregato nella “squadra” di 11 italiani ben 9 stranieri. Da allora il gruppo è cresciuto sino ai 150 soci – tutti regolarmente assunti – di oggi ma gli italiani continuano a essere undici. Ora Arsov è il vicepresidente della cooperativa e in questo ruolo ha dato dignità e benessere a tanti suoi connazionali.