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Nessuna ‘fine del dollaro’, ma meglio essere selettivi sugli emergenti

Leo Campagna
·6 minuti per la lettura
Nessuna ‘fine del dollaro’, ma meglio essere selettivi sugli emergenti
Nessuna ‘fine del dollaro’, ma meglio essere selettivi sugli emergenti

L’indebolimento del dollaro sembra temporaneo e i relativi vantaggi sul debito emergente sono da soppesare attentamente, paese per paese. Resta favorevole il trend sui corporate bond

LA GARANZIA RAPPRESENTATA DALLA FED

Julian Howard, Lead Investment Director, Multi Asset Portfolios di GAM Investments, non crede che la correzione del 10,4% nell’indice del dollaro dal 20 marzo al 31 agosto sia la prova dell’imminente fine del dollaro come principale valuta di riserva al mondo, e dello status di superpotenza dell’America. Secondo l’esperto di GAM, proprio una Fed rispettata perché indipendente e pronta a contrastare le interferenze politiche gioca a favore del dollaro. Il recente declino del dollaro è modesto rispetto agli standard storici e secondo Howard si spiega meglio con le forze di mercato a breve termine, in particolare con i differenziali dei tassi di interesse: un anno fa il Treasury USA a 10 anni offriva oltre il 2% in più del bund tedesco corrispondente e un euro valeva solo 1,10 dollari, oggi lo stesso Treasury rende solo l’1% circa di rendimento in più rispetto al Bund e di conseguenza un euro vale quasi 1,20 dollari. Howard nell’articolo GAM non crede alla “fine del dollaro”: ecco perché nota anche che la Fed, nonostante la recente svolta sull’inflazione, si è fermata prima di una piena “europeizzazione”, escludendo fermamente i tassi di interesse negativi. Per questo un po’ più di debolezza del dollaro potrebbe essere possibile, ma se la BCE persegue una politica dei tassi negativi ancor più profonda allora i differenziali si ribalteranno a favore del Treasury e del dollaro.

DOLLARO USA VERSO UN RECUPERO PARZIALE

Intanto, considerato l’indebolimento del biglietto verde in un arco di tempo relativamente breve, il team Global Fixed Income, Currency and Commodities Group di J.P. Morgan Asset Management è passato dal giudizio negativo a un orientamento più neutrale sul dollaro per motivi tattici. Ma, nella convinzione che l’orientamento espansivo della politica monetaria e fiscale possa avere conseguenze nel medio-lungo termine, non decide in questa fase di passare a una posizione decisamente rialzista. Alla luce della svolta della Fed sull’inflazione e considerato il miglioramento dei dati macro USA, la grande casa d’investimento ritiene che, come si può leggere nell’articolo J.P. Morgan cambia rotta sul dollaro, da negativa a neutrale, almeno nel breve termine ci sia la possibilità che il dollaro recuperi in parte il terreno perduto, soprattutto se gli operatori cominceranno a scontare la possibilità di far convergere le condizioni finanziarie e la politica monetaria.

NEGLI ISTITUZIONALI CRESCE LA VOGLIA DI MERCATI EMERGENTI

Il destino del dollaro influenza quello del debito emergente ma, gli investitori istituzionali si dichiarano comunque interessati a quest’ultima asset class. L’indagine Emerging Markets Investing condotta da Vontobel Asset Management, su 300 investitori istituzionali e gestori patrimoniali discrezionali in 18 paesi, rivela infatti che più della metà degli intervistati ha intenzione di incrementare l’esposizione nei mercati emergenti nei prossimi cinque anni, con una quota minoritaria pronta a farlo nei prossimi 12 mesi. Tra coloro che intendono aumentare tale esposizione, il 35% segnala come fattore trainante il desiderio di nuove fonti di rendimento mentre, a livello geografico, la preferenza va, con il 70% delle risposte, ai mercati più conosciuti e più grandi dell’Asia: segue con il 60% l’Europa emergente, mentre solo il 40% si concentra sull’America Latina, e ancora meno sul Medio Oriente e l’Africa. Tuttavia, come sottolineato nell’articolo Vontobel: “Più voglia di mercati emergenti”, considerati i tanti rischi di questo tipo di investimento, il 45% degli investitori europei a privilegiare l’esposizione tramite strumenti a gestione attiva, tramite la quale i rischi dovrebbero essere dinamicamente ridotti al minimo e le opportunità attentamente selezionate.

POSITIVI SUL CREDITO e SELETTIVI SUGLI EMERGENTI

A proposito di accurata selezione anche Pascal Blanqué, Group Chief Investment Officer, e Vincent Mortier, Deputy Group Chief Investment Officer di Amundi, ne ribadiscono l’importanza nell’articolo Amundi: probabile una ripresa a W, ma ora serve prudenza”. I due esperti invitano a rimanere “fortemente selettivi” sui mercati emergenti, tenendo d’occhio gli sviluppi potenzialmente negativi in Turchia e in Bielorussia (con ripercussioni sul sentiment nei riguardi della Russia) e potenzialmente positivi in Argentina e Ecuador, dove è in corso una ristrutturazione del debito. Più in generale, le scelte di Amundi sono ancora favorevoli al credito, anche se l’invito agli investitori è “rimanere prudenti a settembre per via dell’intensa attività di emissione in Europa”. Proprio nel Vecchio Continente il consiglio di Amundi è puntare su titoli finanziari e debito subordinato, cercando opportunità in modo selettivo tra TMT, energetici e ciclici. Le obbligazioni dei Paesi periferici in euro sono un’altra area verso la quale Amundi mantiene un orientamento positivo, mentre negli Usa la preferenza va alle obbligazioni societarie con focalizzazione sul carry.

FAVOREVOLE SU IG MA ANCHE HIGH YIELD

Sempre l’approccio selettivo, ma controcorrente, è quello suggerito nell’articolo Columbia Threadneedle: controcorrente in modo selettivo su azioni e bond da Maya Bhandari, Gestore di portafoglio di Columbia Threadneedle Investments. Per tre motivi principali e correlati: le tendenze meno favorevoli degli utili e quindi dei flussi di cassa a livello regionale celate dai meccanismi degli aggregati globali, una visione macro in linea di massima prudente, che per quest’anno nella maggior parte delle aree prevede una crescita economica prossima all’ultimo decile delle stime di consenso, e infine valutazioni più equilibrate dopo una fase caratterizzata da rendimenti eccezionalmente elevati, ad esempio in alcuni segmenti del mercato obbligazionario. L’esperta preferisce una posizione lunga sull’euro, che dovrebbe beneficiare di importanti mutamenti politici, come il Recovery Fund della Ue e le politiche monetarie estremamente accomodanti a livello globale, ma senza la sensibilità al ciclo economico che influisce invece sulle azioni. Sul fronte del reddito fisso, invece, nota che le valutazioni dei corporate bond di qualità più elevata sono lievemente superiori alle medie di lungo periodo, per cui ha ridimensionato la propria preferenza per le obbligazioni a più alto rating passando a un semplice giudizio favorevole, come per i titoli high yield, mentre continua a evitare i titoli di Stato core.

HIGH YIELD IN OTTICA DI LUNGO TERMINE

Restando nell’ambito dell’alto rendimento Capital Group stima che le insolvenze sul debito societario statunitense siano triplicate causa virus ma vede un impatto limitato sui bond high yield che restano importanti per un portafoglio diversificato. Shannon Ward, Gestore di portafoglio, reddito fisso, di Capital Group ritiene che, soprattutto nel lungo termine, i bond high yield possono offrire agli investitori un significativo incremento del reddito rispetto ad altri segmenti del debito, e funzionano bene nell’ambito di un portafoglio diversificato. Capital Group ritiene che l’aumento dei fallimenti abbia un impatto relativamente contenuto, perché colpisce una piccola parte del mercato high yield, su cui oltretutto molti investitori hanno esposizioni ridotte. E prevede che nel tempo, l’extra rendimento dovrebbe compensare il rischio di insolvenza. “È questo l’affare che stiamo cercando di fare”, conclude nell’articolo L’aumento delle insolvenze Usa non preoccupa Capital Group Ward.