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"Noi che abbiamo scelto l'auto-quarantena": storie di chi il lockdown l'ha deciso da solo

Nicoletta Moncalero
·Giornalista e mamma
·5 minuto per la lettura
famiglia (Photo: Nicoletta Moncalero)
famiglia (Photo: Nicoletta Moncalero)

Non tutti hanno aspettato il messaggio di Conte, o meglio, il dpcm del Governo. In tanti hanno deciso prima, da soli, di tutelarsi. Si sono messi in qualche modo in quarantena da soli: hanno tolto i figli dai corsi pomeridiani, dai corsi extra-scolastici, hanno deciso (chi ha potuto) di tornare o di continuare a lavorare da casa, e nel frattempo hanno fatto scorta di generi alimentari già a settembre.
C’è chi, anche in tempi non sospetti, ha fatto una scelta importante.

Anna è salvadoregna, lavora da un anno come baby sitter per una famiglia milanese. Per il lockdown i suoi datori di lavoro si sono trasferiti al lago e le hanno detto che poteva restare a casa, che le avrebbero ridotto lo stipendio, ma non l’avrebbero licenziata. A settembre si è dovuta trasferire al lago (le hanno chiesto di riprendere il suo lavoro) prima però ha dovuto fare il tampone. “Io l’ho fatto, anche se sono sempre stata in casa mia, al sicuro - racconta all’Huffpost - loro invece no. E al lago non c’è tutta questa attenzione alle mascherine e ai disinfettanti. Così ho preso una decisione, quella di restare con i miei datori di lavoro per tutto il tempo. Non tornerò a casa nemmeno nel weekend, almeno per venti giorni. Se no rischio di mettere a repentaglio la salute della mia famiglia. Resisto fino a fine ottobre e poi vedo cosa fare”. Anna ha un figlio grande, che ha finito la scuola superiore, il marito ha un lavoro a tempo pieno.

Raffaella invece ha una figlia piccola, un anno appena. Lavora da casa, da Milano come digital pr e social media manager. “Fino ad agosto - dice all’HuffPost - ero convinta di mandare mia figlia al nido. Avevamo trovato posto nell’asilo che avevamo scelto. Eravamo contenti e tranquilli, la situazione dei contagi sembrava sotto controllo. Poi a settembre, le cose hanno iniziato a peggiorare, e ho fatto la prima riunione con gli insegnanti della scuola. Le informazioni non sono state per nulla rassicuranti, mia figlia sarebbe stata in una classe con altri 17 bambini, non si parlava di gruppi più piccoli, di maestre fisse. Insomma la tanto famosa “bolla” di protezione non era per nulla garantita a causa dei problemi di organico”. Così Raffaella e il compagno hanno cambiato idea, per tutelare anche le persone di riferimento che la bambina stava imparando a riconoscere, i nonni, e anche per evitare di entrare nel loop dei tamponi e degli isolamenti fiduciari. “Ho deciso di tenerla casa, ho un aiuto per alcun giorni alla settimana e poi ci sono i nonni a darmi una mano. Ogni tanto andiamo al parco, ma non la lascio avvicinare agli altri bambini. Se no tanto vale. Non voglio sembrare un generale: ma se voglio tenere al sicuro mia figlia, e la mia famiglia, è bene prendere delle precauzioni. Credo che le cure e gli stimoli che potrebbe avere al nido li possa avere anche dalla sua famiglia, in questo momento soprattutto”.

Alice invece di figli ne ha sei: il più grande ha 19 anni, la più piccola un anno appena. Vive in Sardegna, e da due settimane è in semi-lockdown: si esce il meno possibile, non si va al bar a prendere un caffè al banco, non si frequentano altre persone. L’hanno deciso un po’ di mamme in chat, dopo che nella scuola materna cominciava a girare il virus. Prima che arrivasse la decisione del sindaco, due giorni dopo di chiudere per due settimane tutto quanto. Nel suo paese, 5mila abitanti, nella prima ondata covid si erano registrati solo due casi. Oggi ce ne sono 27 accertati. Il focolaio è stato proprio l’asilo. “Due settimane fa la situazione è precipitata, i bambini si sono ammalati e hanno contagiato i familiari. Io e mio marito abbiamo deciso subito di tenere a casa i nostri figli, quello che va alla materna e quello che va alle medie. Poi due giorni dopo il sindaco ha chiuso le scuole e ha messo freno a tutte le attività non necessarie. Praticamente ha anticipato il decreto di Conte”. La bimba più piccola invece non è mai entrata al nido, anche su consiglio della pediatra. “La situazione qui è molto critica - continua Alice - per noi 27 casi sono tantissimi. Io sono preoccupata per la sopravvivenza di tutta la famiglia. Se si ammala qualcuno in casa, cosa facciamo con il lavoro? Mio marito ha un’officina meccanica, non possiamo chiuderla per quarantena. Già stiamo cercando di recuperare tutto il lavoro perso con il primo lockdown, non possiamo chiudere di nuovo”. Ieri due figli di Alice sono tornati a scuola. “Non ero così convinta - conclude -. Però dovevo dare anche un messaggio ai miei figli, dovevo fargli vedere che mi fido delle istituzioni. Ma è davvero molto difficile”.

Elena da Londra, dice di “non essersi messa in auto quarantena, ma di andarci cauta”. Parole sue, perché comunque va in ufficio quando ci deve andare (una volta a settimana) con i mezzi, va a fare la spesa, e se vuol fare un giro sceglie luoghi all’aperto, lontano dalla ressa. Ma si è attrezzata con gli strumenti giusti, come ha scritto in un lungo post su facebook. Ecco il suo piano d’azione. “Visto che sarà un inverno passato prevalentemente in casa, mi attrezzo. Comprato freezer aggiuntivo, ottimi libri, abbigliamento lavorativo adeguato al remote working. Seguirà abbonamento Netflix in aggiunta ad Amazon Prime”. E poi l’aspetto più da copiare. “Atteggiamento psicologico settato su 7 mesi di pazienza. Niente aspettative a breve termine. Tenere duro in pace”. Anche se non sarà facile. “Non vedo i miei cari da un anno. Devo tener duro ancora un po’. Devo accettare la tristezza e la mancanza senza rabbia, perché non è colpa di nessuno. Tutti dobbiamo impegnarci a stare vivi. E a stare bene di spirito mentre cerchiamo di non ammalarci. Mettiamo il traguardo a tarda primavera e attrezziamoci la vita e il cuore. Finirà. Armiamoci degli strumenti giusti”.

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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.