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Noi ci prendiamo cura delle piante di casa, però sappiate che sono le piante a curare noi

Di Daniela Passeri
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Getty / Noemi Braña
Photo credit: Getty / Noemi Braña

From ELLE

Ci vuole un fiore. La cura delle piante da appartamento durante il lockdown è stato un toccasana per molti. Non lo dicono soltanto i numeri di vendita di piante, semi e concimi. Ce lo conferma una sociologa italiana, Giulia Carabelli, della Queen’s University di Belfast, che in questi mesi sta lavorando al progetto di ricerca Care for Plants, per capire perché, soprattutto tra i millennials, le piante da appartamento stanno diventando compagne irrinunciabili e quali significati possiamo trarne.

«Da tempo osservavo il fenomeno delle piante su Instagram – ci dice Giulia Carabelli – sempre più presenti e protagoniste, come è successo con gli animali domestici. Mi incuriosivano i nomi, le persone che si definiscono “Plant mama”, “Plant sister” e via dicendo. Le piante in molti casi sono rappresentate come membri della famiglia, di una famiglia in trasformazione, che include una componente non umana. Con il lockdown, le piante di casa sono diventate per molti ancora più importanti. Del resto, tra i consigli che venivano dati dagli psicologi su come affrontare al meglio il periodo di isolamento, c’era anche quello di prendersi cura delle piante. È provato scientificamente che abbiano benefici sulla nostra psiche».

Così nasce Care for Plants, una ricerca sociologica per indagare questo peculiare aspetto dell’esperienza planetaria del lockdown: la cura delle piante di casa. Carabelli, dal giugno scorso ha messo annunci sui social per invitare le persone a raccontare il loro rapporto con le piante. Da allora ha ricevuto moltissime fotografie, video e quindi storie da tutto il mondo con protagoniste varie tipologie di succulente, spatifillo e - pare sia la preferita - di monstera deliciosa (nella foto in alto). E continua a raccoglierle. Chi volesse contribuire alla ricerca la trova su Instagram @careforplants.

«Sono due le categorie di persone che hanno colto il mio invito: quelli che già avevano una passione per le piante e quelli che l’hanno scoperta durante il lockdown – spiega Carabelli – i primi ci tenevano a spiegare che la ragione per cui si erano avvicinati alle piante era stato un trauma, come la perdita del lavoro, la fine di una relazione o la morte di una persona cara. Per queste persone la cura della piante era già un’ancora, qualcosa che li ha sostenuti nel dare un ritmo alle giornate, che li ha aiutati a ritrovare il senso della normalità: veder crescere una pianta dà un senso di speranza, che la vita continua, non si interrompe».

Chi invece ha scoperto le piante durante il lockdown l’ha fatto per i motivi più diversi. «C’è persino chi ha cominciato a coltivare piante per la paura di rimanere senza cibo, che in Gran Bretagna è stata molto diffusa, essendo un paese che importa la maggior parte degli alimenti – dice Carabelli – in primavera abbiamo avuto il boom delle piante di zucchine sul balcone. Naturalmente non ci si sfama con le zucchine, ma serve a placare l’ansia. Poi ci sono le famiglie con bambini piccoli che hanno fatto della cura delle piante un gioco-passatempo. E i tanti che hanno dovuto riorganizzare gli spazi di casa in funzione di lavoro-studio-attività fisica-relax e hanno usato le piante per creare spazi esclusivi dedicati alla cura di sé. Le storie sono tante e hanno in comune il fatto che le persone parlano delle piante non come di oggetti, ma come membri della famiglia o amici con le quali si creano legami di solidarietà, di appoggio emotivo».

Piante non più scelte come elemento decorativo o estetico, ma nuove protagoniste di una vita domestica da reinventare e da riorganizzare. È significativo che, soprattutto chi vive da solo, abbia scelto di collocare la pianta, o le piante, al centro della casa «nel luogo dove passa la maggior parte del tempo, in modo da averle sempre vicine», sottolinea Carabelli. E se il pollice non è proprio verde? Il rischio che la pianta non si adatti c’è, però adoperarsi per mantenerla in vita è il fattore più importante. «Nessuno mi ha mai parlato in modo tragico della fine di una pianta» rassicura la sociologa.

Un desiderio di cura delle piante che svela l’anelito a riconnettersi in qualche modo con la natura da parte dei giovani che vivono nelle grandi città senza spazi verdi. «Un desiderio di cura che sviluppa emotività – nota Carabelli – e porta a ripensare la nozione di solidarietà tra esseri umani e non, che quindi può aiutare a ripensare le modalità di affrontare i grandi problemi ambientali, come la perdita di biodiversità o i cambiamenti climatici». Come diceva quella canzone? Per fare tutto, ci vuole un fiore...