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Noi e i diritti/1. Che ne sarà dei calciatori omosessuali a Qatar 2022

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Hp (Photo: Hp)
Hp (Photo: Hp)

Non sapevo nulla di Joshua John Cavallo prima che ne scrivesse Vittorio Macioce sul “Giornale”. Joshua Cavallo è un calciatore australiano di 21 anni centrocampista dell’Adelaide United, è omosessuale e ha appena dichiarato: “Ho letto qualcosa sul carcere per i gay in Qatar, quindi ho molta paura, non vorrei davvero andarci”.

In Qatar, dove il circo del calcio sta per trasferirsi in occasione dei Mondiali anche come glorificazione di un Paese molto potente e territorio propizio per fantastici affari, per chi non lo sapesse o non avesse voglia di saperlo gli omosessuali sono perseguitati e condannati alla reclusione. Perciò Nasser Al Khater, del comitato organizzatore dei Mondiali, ha subito voluto rassicurare Cavallo: tranquillo, niente galera, ma niente “manifestazioni pubbliche d’affetto che sono disapprovate” perché ci aspettiamo che “le altre culture rispettino la nostra”. Vieni pure, per non rovinare i Mondiali, ma tenendo nascosta la tua condizione, perché la nostra cultura, la nostra intolleranza, la nostra ferocia omofobica.

Ecco, come comportarsi? Facciamo finta di niente? Ci riempiamo la bocca di diritti universali e vogliamo ignorare che il nostro calcio va a giocare in un Paese in cui gli omosessuali sono sbattuti in prigione? Tante volte ci si è interrogati se partecipare o no a manifestazioni sportive in regini dittatoriali (a Torino è stata presentata la docuserie “Una squadra” di Domenico Procacci sulla partecipazione dei tennisti italiano alla Coppa Davis nel Cile di Pinochet). Appunto: un dilemma, una discussione, un confronto, la manifestazione di sensibilità sui diritti fondamentali negati. E con il Qatar, gli omosessuali discriminati, con Joshua Cavallo che ha paura, come la mettiamo?

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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