Occupazione femminile: Italia 80esima nel ranking mondiale del gap di genere

Peggio di Kenya, Ghana, Botswana e Honduras. Nella classifica 2012 del Global Gender Gap Report che misura lo squilibrio fra occupazione maschile e occupazione femminile, l’Italia occupa l’80° posto sulle 135 nazioni presenti nel ranking. L’indice delle singole nazioni è ricavato dalla confluenza di quattro dati: 1) la partecipazione all’economia e le opportunità delle donne, 2) il titolo di studio conseguito, 3) la salute, 4) l’empowerment politico. Dal punto di vista del gap uomo-donna l’Italia, dunque, si colloca, ampiamente e in maniera preoccupante, nella parte bassa del ranking guidato dall’Islanda davanti a Finlandia, Norvegia e Svezia. I quattro Paesi del Nord Europa, pur scambiandosi le posizioni di vertice, sono saldamente in cima al ranking dal 2006 e non è difficile rintracciare nella solidità del loro welfare la principale causa dell’appianamento delle differenze di genere in ambito occupazionale. Le sorprese non mancano davvero, basti pensare che gli Stati Uniti occupano il ventiduesimo posto della classifica, appena un gradino al di sopra del Mozambico e due meglio del Burundi. Fanalini di coda nell’empowerment femminile sono cinque Paesi a maggioranza musulmana: Arabia Saudita (131°), Siria (132°), Ciad (133°), Pakistan (134°) e Yemen (135°).

In Italia la situazione peggiora anno dopo anno: 67° nel 2008, 72° nel 2009, 74° nel 2010 e nel 2011, il nostro Paese occupa ora l’80° posto precedendo, fra i Paesi industrializzati, soltanto Malta (88°) e Giappone (101°). Nelle quattro aree prese in esame il dato peggiore è quello relativo alla partecipazione all’economia e alle opportunità riservate alle donne che vede l’Italia al 101° posto della graduatoria globale. Ospite a Porta a Porta, il Ministro del Welfare con delega alle Pari Opportunità Elsa Fornero si è espresso senza mezzi termini riguardo ai dati oggettivi relativi all’occupazione femminile: “Ho sempre creduto nella parità, ma credo che oggi l'Italia sia un Paese nel quale essere donna è un motivo di differenziazione, un ostacolo oggettivo e un motivo per prendersela”. Secondo Fornero “il fatto che una persona sia uomo o donna fa una differenza nell'interlocuzione, nei luoghi di lavoro, nell'accesso e nella progressione delle carriere”, con una tendenza che si può quantificare con dati oggettivi, quali la statistica del Global Gender Gap Report.

A conferma delle discrepanze di genere c’è anche il dato sulla retribuzione media nel settore privato che vede le donne attestate su 21.678 euro lordi e gli uomini su 30.246 euro lordi. Inoltre, anche se le donne rappresentano il 57% degli impiegati, la loro presenza diventa più rarefatta quando si sale ai livelli dirigenziali. Se poi si analizzano i dati delle occupazioni a tempo parziale si scopre che l’82% dei part time è rappresentato da donne, un indice che va ad attenuare uno dei pochi dati positivi: il + 0,4% di incremento tendenziale dell’occupazione femminile. Anche le pensioni delle donne sono più leggere: pur rappresentando il 47% del totale, le pensionate percepiscono il 34% dell’importo complessivo. Nel settore pubblico il gap previdenziale è enorme: a fronte di una media di 18.400 euro di pensione media femminile, gli uomini possono contare su di una mensilità di 29.600 euro. Nelle altre macro-aree la posizione migliore è il 65° posto relativo al titolo di studio conseguito, mentre per quanto riguarda salute ed empowerment politico l’Italia occupa, rispettivamente, il 76° e il 71° posto.

In Italia la condizione occupazionale femminile è lontana anni luce da quella dei Paesi del Nord Europa con i quali condividiamo la stessa moneta e le stesse direttive comunitarie. Un anno fa il Ministero per le Pari Opportunità è, stato declassato a dipartimento e, di certo, non perché il problema della disparità di genere sia stato risolto. Anzi, in un altro Paese, con un welfare, un mercato e una previdenza trasparenti ed equi un dicastero con queste finalità non sarebbe stato nemmeno ipotizzato.