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Occupazione tra recupero parziale e incertezze future

La Voce
·4 minuti per la lettura

I dati sull’occupazione del secondo trimestre mostrano una discreta velocità di recupero, pur restando molto negativi. Ma sul futuro pesano due incertezze: il riacutizzarsi della pandemia e le conseguenze del fortissimo ricorso alla cassa integrazione.

L’occupazione nel secondo trimestre

I dati che iniziano a essere disponibili sul terzo trimestre portano notizie relativamente positive sia su cruciali indicatori economici (attestando il recupero della produzione manifatturiera, delle costruzioni, del commercio estero) sia sul mercato del lavoro.

Per quanto riguarda l’occupazione, già i dati relativi al secondo trimestre, pur decisamente negativi nel loro complesso per il peso del lungo lockdown tra marzo e maggio, evidenziano, a un’analisi mensile, una discreta velocità di recupero.

Secondo i dati Istat (Rilevazione sulle forze di lavoro) ad aprile si è aperto repentinamente un buco occupazionale di alcune centinaia di migliaia di unità (grafico 1). A giugno esso era valutabile in quasi un milione di unità secondo i dati grezzi (oltre -700mila secondo i dati destagionalizzati). Il “buco” è stato arginato tra luglio e agosto: praticamente dimezzato secondo i dati grezzi, i quali – rispetto ai dati destagionalizzati (normalmente utilizzati per valutare le dinamiche congiunturali al netto dei fenomeni stagionali) – catturano meglio l’impatto di shock del tutto nuovi e improvvisi come la pandemia.

Per il lavoro dipendente, i (pochi) dati amministrativi disponibili evidenziano situazioni diversificate: un netto miglioramento occupazionale in Veneto, dove la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro dipendente è scesa da circa -45 mila a fine maggio a valori attorno ai -20 mila a settembre; un importante, ma sempre incompleto, recupero in provincia di Bolzano, dove gli occupati nel turismo sono passati nel confronto con il 2019 dal -12 mila di aprile al -6.300 di luglio; una situazione solo marginalmente migliorata in Toscana con una variazione tendenziale dell’occupazione dipendente ancora fortemente negativa (-47 mila) e largamente imputabile alle difficoltà dei servizi turistici.

La dinamica di ripresa è passata attraverso la riattivazione del flusso delle assunzioni le quali, dopo il semi-blocco totale di aprile (all’incirca -80 per cento sul mese corrispondente del 2019), sono riprese, pur rimanendo su livelli inferiori a quelli dell’anno precedente (-30/40 per cento a giugno). Lo osserviamo sia nei dati nazionali disponibili, di fonte Inps, sia nei dati relativi al Veneto, che però evidenziano l’emergere, in settembre, di un segnale di rallentamento.

Le prospettive

Sulle prospettive a breve termine gravano due fattori di incertezza.

Il primo, più rilevante e decisivo, concerne il riacutizzarsi dell’emergenza epidemiologica a livello sia internazionale che nazionale, con i conseguenti riflessi sui volumi degli scambi e dei consumi. Ciò può interrompere (o, nella peggiore delle ipotesi, invertire) quel sentiero di recupero fin qui imboccato. Al riguardo saranno cruciali i dati relativi a ottobre.

Il secondo elemento di incertezza riguarda l’impatto e le conseguenze degli enormi volumi di cassa integrazione esplosi in aprile (con oltre 5 milioni di dipendenti collocati in Cig). Il loro riassorbimento, iniziato in modo sensibile in giugno, nel corso dell’estate è proseguito continuamente, come si può dedurre da alcuni dati Inps e dai dati Istat sulle ore settimanali lavorate, in luglio e agosto ritornate quasi sui livelli del 2019, così come la quota di occupati assenti.

Acquisire elementi informativi meglio circostanziati sul riassorbimento della Cig è rilevante, oltre che per l’analisi della congiuntura, per la problematica dei licenziamenti, da marzo “schermati” dal ricorso obbligatorio alla Cig. Quanti sono quelli “incombenti”, una volta rimossi i vincoli posti dalla legislazione emergenziale? Secondo i dati Inps, in Italia i rapporti di lavoro a tempo indeterminato cessati per licenziamento economico (esclusi dunque i licenziamenti disciplinari) negli ultimi anni, pur con un trend discendente, si sono attestati su un livello di 500 mila all’anno; nel primo semestre 2020 i licenziamenti si sono fermati a 132 mila. Per il Veneto i dati recentemente pubblicati mostrano che i licenziamenti economici (individuali e collettivi) nei primi nove mesi del 2020 sono stati quasi 14 mila contro gli oltre 23 mila del 2019. Il prolungarsi dei vincoli ai licenziamenti comporta la crescita di posti di lavoro implicitamente “congelati”, per quanto attenuata da varie e opache strategie “alternative” (dimissioni forzate o concordate, per esempio).

Di Bruno Anastasia

Autore: La Voce Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online