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Oliver Bierhoff, a gravità zero

Roberto Cazzato
·8 minuto per la lettura

...Il poeta è come il principe delle nuvole Che abituato alla tempesta ride dell'arciere ; Esiliato sulla terra fra gli scherni, Non riesce a camminare per le sue ali da gigante.Charles Baudelaire

Nella poesia L'Albatros di Charles Baudelaire, il poeta francese paragona la sua condizione, quella appunto di poeta, a quella di un albatro, un uccello marino che viene ammirato dall'autore per la sua solennità mentre solca i cieli, con le sue ali grandi e maestose, e deriso quando invece si trova sulla terra ferma, proprio per le sue ali che lo obbligano a camminare in modo buffo. Per lui, il poeta si ritrova nella stessa condizione dell'albatro: re dei cieli, del regno dell'immaginazione e del sentimento, ma preso in giro e fuori luogo nei contesti terreni, goffo.

Quando ho pensato di scrivere un articolo su Oliver Bierhoff, il paragone con l'albatro di Baudelaire è sembrato talmente tanto calzante che quasi mi erano sorto il dubbio che i due fossero contemporanei, e che magari l'autore de Les Fleur du mal fosse anche un appassionato tifoso dell'Udinese, o del Milan di Zaccheroni. Come il volatile, infatti, Bierhoff sulla terra era un po' grezzo, goffo, aveva una tecnica povera che cercava di compensare con la forza fisica di un uomo 190 cm x 90 kg. Ma in cielo, dominava solo lui.

Nesta cerca di non far spiccare il volo a Bierhoff | Claudio Villa/ Grazia Neri/Getty Images
Nesta cerca di non far spiccare il volo a Bierhoff | Claudio Villa/ Grazia Neri/Getty Images

La carriera di Bierhoff non inizia certo con i migliori auspici. Non è una giovane promessa, ma se la cava grazie al suo fisico imponente e riesce ad esordire a 18 anni in Bundesliga, con il Bayer Uendingen, una squadra che ai tempi godeva ancora di una buona reputazione in Germania (mentre adesso vaga nella terza divisione del campionato tedesco), contro lo Stoccarda, nella coppa nazionale, riuscendo anche a mettere a segno, da subentrato, una doppietta che aiuterà la sua squadra a rimontare lo 0-3 e vincere, ai tempi supplementari, con un punteggio di 6-4. La sua prima stagione, per essere un debuttante, non è affatto male, mentre nella seconda, complici anche dei piccoli infortuni, non riuscirà a riconfermarsi, e verrà ceduto all'Amburgo.

Anche qui, non trasmette abbastanza sicurezza in zona gol, e la sua mancanza di tecnica sopraffina non aiuta di certo. Dopo un anno e mezzo, si trasferisce per pochi mesi al Borussia Mönchengladbach, senza lasciare il segno. La sua carriera sembra indirizzarsi verso lo stazionamento nelle serie minori tedesche tra pochi gol, poche vittorie, poche emozioni. Fortunatamente per lui, il tecnico del Salisburgo Weibach lo aveva notato e voleva assolutamente quel gigante tedesco al centro del suo attacco. La fiducia del tecnico è qualcosa che Bierhoff ha sottolineato spesso essere molto importante per lui, e i dati lo confermano, infatti in Austria Oliver arriva a segnare ben 23 gol in campionato, attirando le attenzioni di molte squadre più blasonate.

Tra queste l'Inter, ai tempi estremamente attenta ai giocatori tedeschi, che lo acquista e lo gira immediatamente in prestito all'Ascoli, sia perché non poteva inserire in squadra altri stranieri, sia perché Bierhoff non sembrava comunque ancora pronto per prendersi una maglia dal peso così grande. Nella prima stagione all'Ascoli arriva soltanto una grande delusione: soltanto due gol (di cui uno proprio all'Inter) e la retrocessione dei bianconeri. A questo si aggiunge una forte contestazione dei tifosi nei suoi confronti, tanto che pensa di tornare in Germania e lasciare Ascoli. Ma Bierhoff è un uomo d'onore, e rimane anche in Serie B, grazie nuovamente al nuovo allenatore Massimo Cacciatori. È lui che insegna a Bierhoff come sfruttare al meglio la sua imponenza fisica e la sua abilità nel colpo di testa, lo educa ad utilizzare il principio del terzo tempo, gli mette in mano le chiavi della squadra. E l'ariete tedesco ripaga con 20 gol, che purtroppo non bastano per la promozione, ma solo per laurearsi capocannoniere della serie cadetta.

Bierhoff all'Udinese | Getty Images/Getty Images
Bierhoff all'Udinese | Getty Images/Getty Images

L'anno dopo continua a segnare, dimostrando ancora che il problema dell'Ascoli, probabilmente, era tutto il resto della squadra, arriva a 17 gol stagionali e in Serie A si inizia a parlare di lui. L'Inter lo rivuole, ma il presidente dei bianconeri spara alto, e non se ne fa nulla. Gioca un altro anno ancora in Serie B, e nonostante i suoi gol (meno rispetto alle scorse stagioni per via di un infortunio), la squadra retrocede in Serie C. È qui che l'Udinese neopromossa in A si fa avanti, portando con sè la punta tedesca e anche tanta insicurezza tra gli spalti, che non riescono a fidarsi di quel giocatore che sembra non essere fatto per le grandi competizioni.

Primo anno, in panchina c'è Zaccheroni, e in campo un 3-4-3 che sembra fatto per Bierhoff, schierato proprio al centro del tridente, a fare da perno. Durante tutta la stagione migliora sensibilmente le sue giocate e riesce a segnare ben 17 gol e fare persino qualche assist di sponda. Le sue abilità aeree sono talmente imperanti che i suoi compagni iniziano a crossare alto da qualsiasi posizione, Bierhoff sembra avere una calamita in testa, o un fucile, perché arriva su tutti i palloni, anche quelli più morbidi, quelli che non pensavi nemmeno arrivassero in area, e li trasforma in proiettili contro la porta avversaria grazie ad una capocciata che non sembra neanche troppo violenta.

Alexander Hassenstein/Getty Images
Alexander Hassenstein/Getty Images

Il secondo anno in maglia bianconera è purtroppo frammentato dagli infortuni, ma i suoi 13 gol permettono all'Udinese di arrivare fino al 5° posto in campionato. A supportare Oliver in quest'impressa ci sono, ai lati del tridente, Márcio Amoroso e Paolo Poggi che formano un trio d'attacco considerato uno dei più forti del calcio italiano, trio che si riconferma l'anno dopo, nella stagione 1997/98 dove l'Udinese riesce a superare sé stessa e raggiungere il 3° posto. Capocannoniere di quella stagione? Oliver Bierhoff.

Il numero 20 (scelto in onore di Paolo Rossi, ai mondiali dell' '82) bianconero scaraventa la palla in porta 27 volte in campionato, non si vedevano così tanti gol da un solo giocatore in Italia da quasi quarant'anni. La classifica scrive il suo nome sopra a quello di gente come Ronaldo, Baggio, Batistuta, Del Piero. La chiamata di una grande squadra non si fa attendere, letteralmente. Lo stesso Bierhoff conferma ad Aprile che il suo destino è rossonero, poco dopo la conferma di Galliani che Capello, nonostante i pessimi risultati, sarebbe rimasto sulla panchina del Milan. E se l'anno dopo Bierhoff vestirà effettivamente la 20 dei Diavoli, Capello su quella panchina non ci sarà. A dirigere la squadra sarà Alberto Zaccheroni.

Getty Images/Getty Images
Getty Images/Getty Images

Il primo anno è straordinario, grazie anche alla conoscenza pregressa con il tecnico romagnolo: 19 gol in campionato, di cui 15 di testa. In pratica il Milan appena poteva scodellava la palla in mezzo all'area, perché tanto c'era Oliver "Gravità Zero" Bierhoff. L'annata '98/99 è indimenticabile anche per i milanisti, perché la squadra nelle ultime giornate riesce persino ad agguantare lo Scudetto con una storica rimonta contro la ben più quotata Lazio di Nedved, Vieri, Mihajlovic e molti altri.

L'anno dopo, per Bierhoff, inizia un lieve declino, più che accettabile alla soglia dei 32 anni. Segna 11 gol, parte spesso dalla panchina, ma il Milan (e Zaccheroni) non sente tanto la sua mancanza, grazie a un giovane attaccante da poco arrivato dalla Dinamo Kiev, che diventerà capocannoniere alla sua prima stagione in Serie A: un certo Andrij Ševčenko. Un'altra stagione al Milan da comprimario lo porterà al Monaco, e concluderà la sua carriera in Italia, con la maglia del Chievo di Del Neri, con una stagione un po' sottotono, ma impreziosita da un'indimenticabile tripletta alla Juventus.

Anche in nazionale, Bierhoff ha lasciato ottimi ricordi con ben 37 gol segnati in 70 presenze, anche se ne bastavano due di reti per essere osannato in patria: le due reti che permisero alla Germania di pareggiare e poi vincere (con il golden gol!) contro la Repubblica Ceca nella finale degli Europei del'96, a Wembley, regalando alla sua terra natia la sua terza (e ultima, per ora) coppa europea.

La bellezza di Bierhoff sta in tanti piccoli dettagli che ornano il suo gioco grezzo e sporco: il rispetto e l'umiltà (è stato uno dei primi giocatori a non esultare per un gol dell'ex, contro l'Udinese) che si scontrano contro l'imponenza e quella voglia di stare sempre in alto, la sua abilità nel colpo di testa e nello stacco talmente fuori dagli standard che sovrasta anche la sua tecnica senza dubbio più sporca. Bierhoff svettava non solo in campo, ma anche metaforicamente tra i giocatori ipertecnici di quella Serie A, come un giocatore quasi stereotipicamente tedesco, un lavoratore indefesso e con pochissimi fronzoli, con in testa solo due cose: il gol e , probabilmente, un magnete.

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