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Oltre lo Statuto dei lavoratori con più diritti (anche nel mondo digitale)

·5 minuto per la lettura
A print factory engineer standing alongside a variety of moving rails and machinery. (Photo: Tom Werner via Getty Images)
A print factory engineer standing alongside a variety of moving rails and machinery. (Photo: Tom Werner via Getty Images)

di Riccardo Del Punta (Ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Firenze)

Nel guardare allo Statuto dei lavoratori, bisogna scongiurare il rischio duplice e simmetrico di cristallizzarlo in un eterno e rassicurante presente, da un lato, e di considerarlo come un prodotto storico sorpassato, dall’altro. Il primo atteggiamento non ha senso, e non soltanto per i 51 anni passati da quel remoto 1970, ma anche perché da tempo lo Statuto non è più quello delle origini, essendo stato modificato in parti rilevanti, come i controlli sul lavoro, la disciplina delle mansioni, l’art. 18 e le rappresentanze dei lavoratori in azienda.

Ma anche il secondo atteggiamento – trattare lo Statuto da ferrovecchio – sarebbe clamorosamente sbagliato e tradirebbe la storia di questo paese. Occorre distinguere, al riguardo, tra le singole soluzioni normative, talvolta decisamente superate o da aggiornare (per dirne una, il divieto di indagini sulle opinioni del lavoratore fa quasi tenerezza in un’era nella quale i lavoratori riversano spontaneamente montagne di informazioni personali sui social media,
esponendosi a reazioni, pur spesso indebite, da parte dei datori di lavoro), e le idee di fondo che animavano lo Statuto, che sono ancora, invece, pienamente valide e in grado di animare programmi politici che ritornino a far proprie le ragioni del lavoro, o meglio delle persone che lavorano.

Sto parlando della tutela della libertà e della dignità del lavoratore come individuo e della difesa collettiva dei lavoratori, tramite proprie rappresentanze rafforzate dal riconoscimento di diritti sindacali, sin dentro le aziende. Queste idee, che hanno segnato una pietra miliare nell’uscita dei lavoratori dal precedente stato di minorità, sono tuttora vitali, così come resta tale l’idea che
ispirava entrambe, cioè quella di un lavoratore cittadino di pieno
diritto anche nell’impresa.

La questione, piuttosto, è quella di come aggiornare l’attuazione che tali idee hanno avuto nello Statuto. Ma come potrebbe essere immaginato tale aggiornamento? Credo che la risposta di metodo sia: giocando su più dimensioni regolative, non una soltanto.

Così, per un verso, ci sono alcuni tradizionali diritti “contro” (ad es. quelli che fungono da limiti dei principali poteri datoriali, o più in generale quelli che salvaguardano beni fondamentali) che continuano a essere indispensabili, salvo adeguarli ai tempi ove necessario (ad es. i diritti sindacali andrebbero messi in sincrono con l’era informatica): e questo nei confronti di tutti i lavoratori,
anche non-standard oppure in zona grigia come i gig worker, e non soltanto di quelli della grande fabbrica fordista, che aveva rappresentato la prospettiva di riferimento dello Statuto. Un’analisi a parte meriterebbe il tema dei licenziamenti, che è attualmente diviso tra nuovo art. 18 e Jobs Act, e che richiederebbe una
razionalizzazione complessiva.

Ma, per altro verso, lo Statuto dovrebbe essere arricchito sul piano dei diritti da riconoscere e tutelare. Il lavoratore statutario era strutturalmente debole, e aveva perciò bisogno di essere rafforzato per essere meno esposto all’arbitrio altrui. Ribadito che la guardia su questi aspetti va tenuta alta, in specie a soccorso delle fasce più deboli, oggi c’è bisogno anche di altro: di diritti “per”, di nuova
concezione, che aiutino a valorizzare le competenze e il ruolo dei lavoratori all’interno di modelli organizzativi e di business in evoluzione, anche digitale: diritti all’informazione circa le scelte gestionali rilevanti, alla formazione in particolare sotto il profilo degli skill informatici, alla partecipazione nei modelli
organizzativi. Ciò a sostegno delle buone pratiche già in atto in tante aziende. Anche lo smart working può rappresentare, sebbene per adesso più in prospettiva, un laboratorio di sperimentazione di un nuovo modo di lavorare.

E’ un profilo nuovo di lavoratore quello che deve essere messo a fuoco, in sinergia virtuosa con le aziende migliori e trainanti: un lavoratore non più soltanto comandato dall’organizzazione, ma anche suo protagonista attivo.

Lo sfondo di questa regolazione, peraltro, non può essere soltanto l’azienda, ma più ampiamente il mercato del lavoro. Per quanto talora si prospetti come panacea la pur necessaria riforma degli ammortizzatori sociali in senso universalistico, essa non potrà ingessare il mercato e sostituire la tutela (economica e di sostegno professionale) nelle inevitabili transizioni da un posto di lavoro a un altro. E qui ci si imbatte nel buco nero delle politiche attive,
sulle quali ha posto l’accento su queste colonne Maurizio Del Conte, e che dovrebbero essere oggi, anche grazie alle risorse del PNRR, la priorità n. 1 (insieme a una disciplina legislativa della contrattazione collettiva, come ultima alternativa, anche se forse fuori tempo massimo, a un salario minimo fissato per legge).

Resta poi, al di là delle leggi, il nodo politico e culturale del rapporto lavoratore-impresa. Lo Statuto era figlio di una cultura prevalentemente conflittuale, che dunque puntava, al massimo, a creare le condizioni di una pace armata tra i contendenti. A distanza di mezzo secolo, e alla luce dei grandi cambiamenti e shock intervenuti nel frattempo (la globalizzazione, le crisi del 2007-2008 e 2011,
salti tecnologici a ripetizione, la pandemia ecc.), nonché dell’esigenza del paese di fare squadra e ripristinare le condizioni di una solida crescita, appare necessario coltivare un modo più dinamico di concepire la collaborazione di lavoro, che pur senza rimuovere la presenza di interessi contrapposti, valorizzi anche l’immanenza di interessi comuni, in una logica sistemica improntata al
verbo trasversale delle tre sostenibilità: ambientale, economica e
sociale.

Questa visione presupporrebbe un rinnovamento del patto sociale (o comunque lo si voglia chiamare), fondato su principi di reciproco riconoscimento tra le parti sociali. Ma, di questo patto, un’idea di Statuto dei lavoratori dell’era digitale, non immemore della storia ma audacemente proiettata sul presente, potrebbe rappresentare un supporto importante.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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