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Ora sono i rendimenti a dettare la linea

Pierluigi Gerbino
·5 minuto per la lettura

Nei giorni scorsi ho insistito parecchio sulla profonda diversità di aspettative tra la FED e gli operatori del mercato obbligazionario riguardo all’inflazione. L’abbiamo constatata palesemente nell’accelerazione al rialzo della parte lunga della curva dei rendimenti sui titoli sovrani USA, quella parte di curva che ha il compito di guardare con una vista un po’ più lunga al futuro, e che spesso accoglie con sensibili variazioni di pendenza le diversità di vedute circa gli scenari futuri, che talvolta si registrano tra l’autorità monetaria e gli operatori del mercato.

Gli operatori sono orientati ad aspettative future che temono la ripresa di un fenomeno inflazionistico non trascurabile e difficilmente digeribile. Pertanto scommettono che la FED sarà costretta ad alzare i tassi nei prossimi anni per contrastare questo fenomeno. 

I mercati parlano con i loro comportamenti. Pertanto da fine gennaio a questa parte, in meno di due mesi, hanno considerevolmente alzato il rendimento di mercato dei titoli di stato decennale USA, portandolo dal 1% fino a toccare al termine della scorsa settimana il livello di 1,75%. Può sembrare a prima vista un rialzo di poco conto. In valore assoluto non è molto, ma in relativo è comunque il triplo del livello tra 0,5% e 0,6%, che rappresentò una sorta di pavimento su cui giacquero i rendimenti del decennale USA per tutta la primavera ed estate dello scorso anno.

La FED invece parla con i comunicati ufficiali ed i discorsi del Presidente Powell e dei membri del FOMC, il comitato dei 12 che determina la politica monetaria USA con riunioni praticamente mensili. La FED mercoledì scorso ha comunicato esplicitamente che per lei l’inflazione potrà quest’anno avere una fiammata, fino al 2,4%, ma “presumibilmente” questa fiammata sarà solo transitoria. E comunque la FED è orientata a tollerarla e non muterà la sua politica estremamente accondiscendente finché l’inflazione non supererà “durevolmente” il livello del 2%.

I mercati hanno risposto a questo messaggio con dispetto, giovedì e venerdì, alzando ulteriormente i rendimenti, poiché ricordano quel che successe negli anni ’70-’80 del novecento, quando l’inflazione scappò di mano alla politica monetaria e diventò galoppante. A beneficio dei giovani, che non hanno vissuto quell’epoca, ricordo che in USA nel 1974 l’inflazione arrivò a superare il 12% e nel 1980 arrivò quasi al 15%. In tali periodi la FED fu obbligata a portare i tassi ufficiali al 13% nel primo caso ed addirittura al 20% nel 1980-81.

Altre ere, certo. Ma anche altre livelli di indebitamento. Oggi, con la montagna di indebitamento privato e pubblico esistente nel globo, una situazione anche solo timidamente paragonabile sarebbe di gran lunga insostenibile. Ritengo che oggi, dato il gran numero aziende zombie, cioè quelle che con gli utili riescono a malapena a pagare interessi vicini a zero, e data la crescita enorme dei debiti statali per fronteggiare la pandemia, per scatenare una crisi finanziaria epocale basterebbe un livello  di tassi ufficiali USA intorno al 4-5%, cioè ben lontano da quei massimi storici del secolo scorso.

Ecco perché, quando i tassi salgono un po’ troppo velocemente, comincia a serpeggiare un certo disagio anche sui mercati azionari. Quel disagio che si è visto giovedì e venerdì scorsi.

Ma il week-end ha un po’ rasserenato gli animi. Ieri infatti i rendimenti del decennale USA, che avevano raggiunto livelli grafici di deciso eccesso di rialzo, hanno un po’ consolidato le posizioni al di sotto di 1,70%. La stabilizzazione ha aiutato un po’ di rimbalzo per gli indici di Wall Street, soprattutto SP500 (+0,70%) ed il tecnologico Nasdaq100 (+1,71%).

L’azionario europeo, che comunque la scorsa settimana aveva salvato il segno positivo, ha battuto un po’ la fiacca, con Eurostoxx50 fermo (-0,08%), per colpa delle defaillance dell’indice francese Cac40 (-0,49%) e soprattutto dell’Ibex spagnolo (-1,76%), entrambi trascinati al ribasso dal tonfo di 

qualche banca coinvolta nel forte calo subito dalla valuta e dalla borsa della Turchia, dopo che il dittatore Erdogan ha rimosso senza tanti complimenti il Governatore della banca centrale turca, reo di aver alzato troppo i tassi per combattere l’inflazione.

Quella di ieri appare come una boccata d’ossigeno per i mercati, specialmente in USA, ma è ancora prematuro pensare che il cielo si sia completamente rasserenato. Dopo il forte rialzo dei rendimenti non basta qualche punto base di correzione per invertire la tendenza, così come non basta la tenuta dei supporti da parte dei principali indici azionari.

Per riassorbire la debolezza della scorsa settimana occorre per l’azionario un recupero dei massimi storici, ma potrebbe anche non bastare. Occorre che un eventuale nuovo record storico sia assai deciso ed impulsivo. Non dimentichiamo che SP500 da inizio anno continua a perpetuare una divergenza ribassista sull’oscillatore RSI(14) che nessuno dei 3 picchi ascendenti di gennaio, febbraio e marzo è riuscito ad annullare.

La divergenza non è un segnale ribassista, ma la dimostrazione di una perdita di spinta da parte dei compratori, che ogni volta che realizzano un nuovo massimo storico, tendono a prendere profitto sempre più velocemente.

E’ certamente un campanello d’allarme. Per fugarlo diventa necessario che i mercati riacquistino fiducia nella crescita sana, cioè non inflazionistica, dell’economia. Quella fiducia che la FED continua a manifestare, ma i mercati obbligazionari hanno in gran parte smarrito.

Quelli azionari si trovano schiacciati tra il pessimismo dell’obbligazionario e l’ottimismo della FED.

E’ comprensibile che paiano un po’ disorientati. Ma il disorientamento non favorisce certo il raggiungimento di nuove vette, né impulsi euforici prolungati.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online