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Orlando zen con Bonomi. La quarantena sarà considerata ancora malattia

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Andrea Orlando (Photo: aleandro biagiantiiAleandro Biagianti / AGF)
Andrea Orlando (Photo: aleandro biagiantiiAleandro Biagianti / AGF)

Quando Andrea Orlando rompe il silenzio dopo due lunghissimi giorni - lunghissimi perché farciti dalle accuse pesantissime del presidente di Confindustria - il tono è fermo ma pacato. Il ministro del Lavoro è sul palco della Festa dell’Unità di Modena. Gioca in casa, in mezzo al popolo del Pd. Insomma quale occasione migliore per farsi entusiasmare dalla base e rispondere a tono a Carlo Bonomi, che gli ha cucito addosso la stelletta di quello che fa “propaganda anti-impresa”. E invece sfodera quello che autodefinisce “un atteggiamento zen”: non è l’ora delle polemiche, la posta in gioco per il Paese è così alta che non c’è tempo da perdere. Il riconoscimento della malattia per la quarantena Covid da rifinanziare, la riforma degli ammortizzatori sociali, le politiche attive, il reddito di cittadinanza da aggiustare. Se Orlando non va allo scontro con Confindustria è perché sa, e lo dice, che in un momento così delicato, ancora di più per le materie che gravano sul suo ministero, il rapporto con le parti sociali, già ballerino sul green pass e sui licenziamenti, deve andare verso una ricomposizione, non verso uno scambio continuo di accuse.

Questo è l’auspicio di Orlando, ma anche di tutto il Governo. Poi c’è il dato di realtà, quello che racconta di un’insofferenza delle imprese nei confronti del ministro del Lavoro, visto come troppo a sinistra, sotto accusa per una politica definita assistenzialista, a difesa del reddito di cittadinanza e, colpo di grazia, promotore di un decreto, insieme ai 5 stelle, che disegna un ruolo dello Stato più incisivo nella gestione delle delocalizzazioni, in pratica dell’attività di impresa. Se nei confronti di Bonomi non arrivano risposte piccate non significa che le critiche siano scivolate addosso senza colpo ferire. E infatti Orlando si dice “dispiaciuto, ma non sorpreso”, ma il malessere personale lascia spazio alla concretezza di un fare che è imposto da un’agenda fittissima. A iniziare da questioni che sono più contenute rispetto alle grandi riforme, ma che hanno un prezzo politico e di consenso più elevato, come l’indennità di malattia per i lavoratori costretti alla quarantena dopo essere venuti a contratto con un positivo. E che soprattutto vanno risolte subito.

È dal 6 agosto che l’Inps ha comunicato di aver finito i soldi per coprire i costi che senza un intervento del Governo ricadrebbero sulle imprese e, in assenza di un loro intervento, sui lavoratori, con un taglio degli stipendi fino a mille euro. Dopo venti giorni di vuoto, conditi da una richiesta al Tesoro rimasta sospesa, Orlando annuncia la soluzione: “Non c’erano tutte le risorse necessarie, ma credo che siano maturate le condizioni perché si usino risorse che erano appostate da altre parti. Siamo sicuramente favorevoli al fatto che la quarantena sia considerata come malattia”. A via XX settembre i soldi per questa spesa erano stati messi in conto, ora c’è l’indicazione politica di andare avanti con la linea già adottata dal Conte 2, quindi Consiglio dei ministri e via libera. Difficilmente qualche ministro alzerà la mano per dire che lo Stato deve sottrarsi al pagamento della malattia per una quarantena che ha reso obbligatoria. Ma gli altri fronti sono ancora aperti, impattano non solo sui rapporti con le parti sociali, ma anche nelle dinamiche dentro la maggioranza. Il lavoro è come le tasse, divisivo per sua natura, a maggior ragione che i partiti al governo hanno idee molto diverse tra di loro.

Appena sabato Matteo Salvini è tornato a picconare quel reddito di cittadinanza che invece Orlando torna a difendere: ”È uno strumento di contrasto alla povertà, va mantenuto”. Il rammarico per il ministro del Lavoro è quello di non aver potenziato per tempo il Rei, il reddito di inclusione targato Pd, che “funzionava meglio”, ma di fronte a una povertà che è prevista in aumento nei prossimi mesi i dem non si impiccano alle etichette. Questo non significa affatto che il Rdc è intoccabile: tra l’altro è stato lo stesso Orlando, appena insediato, ad aver nominato una commissione proprio sullo strumento ideato dai grillini. La commissione è ancora al lavoro, ma il ministro ha chiara la direzione: più controllo sui territori, un collegamento maggiore con l’istruzione vista la scarsa scolarizzazione della maggior parte dei beneficiari, soprattutto la riscrittura della seconda gamba - la ricerca di un’occupazione - che è rimasta ferma. Il potenziamento dei centri per l’impiego e soprattutto la definizione di una strategia per le politiche attive del lavoro marcheranno non solo un punto fondamentale dell’agenda Orlando, ma anche i rapporti tra il Pd e i 5 stelle. La misura in cui il reddito cambierà è l’elemento su cui i pentastellati si giocano forse l’unica bandiera identitaria che gli è rimasta.

Ma è su una questione ancora più grande - come risollevare il lavoro dai colpi del Covid - che Orlando si gioca il suo mandato al ministero e il suo peso nel Governo. La questione riguarda i contenuti, in questo caso la riforma degli ammortizzatori sociali, ma anche l’idea di come costruire questo passaggio che non deve puntare solamente a riassorbire il maggior numero di lavoratori buttati fuori dal mercato durante la pandemia, ma anche a gestire il costo della transizione ecologica e digitale che porta nella pancia licenziamenti e quindi la necessità di allargare le maglie delle tutele. La riforma che punta a rendere la cassa integrazione universale è a ridosso del momento decisivo. La legge di bilancio di ottobre dirà quanti soldi ci sono a disposizione, nella consapevolezza che il Tesoro non vuole tirare la corda del deficit più di quanto non sia stato necessario fare per gli aiuti anti Covid. L’incognita dell’andamento della pandemia, tra l’altro, induce via XX settembre a una grande prudenza. Le tutele costano, a maggior ragione se si vogliono dare anche alle imprese con un dipendente. Orlando apre anche a un disegno spalmato su più anni per mitigare l’impatto sulle casse pubbliche, ma non ci sono solo i soldi a tenere banco. Si diceva dell’idea di lavoro. Se il ministro deve difendere la riforma dalle accuse di essere “una regalia assistenzialista” è perché c’è un pezzo del Governo, cioè la Lega, che non vuole sbilanciare il lavoro troppo a sinistra. Per il Pd, invece, agganciarsi al linguaggio dei lavoratori è una necessità dopo anni di distanze e di scelte, come il Jobs Act, che hanno generato più di una frattura con gli elettori. Orlando lo spiega chiaramente: “Il commesso di un piccolo negozio deve avere una tutela e la Naspi (l’indennità di disoccupazione ndr) deve andare anche ai lavoratori che hanno avuto un contratto precario perché ci sono generazioni intere che hanno meno tutele dei padri e dei nonni. Si sono rotti dei legati sociali perché si sono scaricati i costi su alcune categorie, che hanno subito anche una compressione dei diritti”.

Ma come? Orlando rivendica la centralità della cassa integrazione per gestire le trasformazioni delle imprese. La Lega, invece, vuole tagliare o comunque ridimensionare il il cordone ombelicale che tiene in vista posti di lavoro, ma non il lavoro in sé. Nessuno nel Governo, da entrambe le prospettive, crede che basterà calare i 248 miliardi del Recovery per fare andare le cose meglio. È il come configurare la transizione alla base del progetto politico condiviso in Europa che è ancora incerto. Ma questo va ben al di là del pacchetto lavoro. È il senso del governo Draghi nella sua interezza.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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