Italia markets open in 1 hour 27 minutes
  • Dow Jones

    28.308,79
    +113,37 (+0,40%)
     
  • Nasdaq

    11.516,49
    +37,61 (+0,33%)
     
  • Nikkei 225

    23.663,56
    +96,52 (+0,41%)
     
  • EUR/USD

    1,1847
    +0,0018 (+0,15%)
     
  • BTC-EUR

    10.333,27
    +985,87 (+10,55%)
     
  • CMC Crypto 200

    245,89
    +6,97 (+2,92%)
     
  • HANG SENG

    24.762,91
    +193,37 (+0,79%)
     
  • S&P 500

    3.443,12
    +16,20 (+0,47%)
     

Orso e toro alla resa dei conti

Pierluigi Gerbino
·6 minuti per la lettura

L’inerzia prodotta dal deciso rally della scorsa settimana ha consentito al rialzo di estendersi anche nel primo giorno di quella nuova.

Dagli USA ieri è infatti soffiato un vento rialzista costante per tutta la mattinata europea e tre quarti della seduta di Wall Street. Un vento che ha tenuto in piedi gli indici europei e consentito una chiusura positiva ad Eurostoxx50 (+0,76%) ed agli altri indici di eurozona, sebbene, ancora una volta, il confronto dei risultati di fine seduta degli indici Europei ed americani abbia mostrato una decisa superiorità delle performance americane, tutte oltre il doppio di quelle europee.

A tenere alto il morale di SP500 (+1,64%) e soprattutto del Nasdaq100 (+3.09%) non sono stati i dati macroeconomici, assenti, ma i dati degli ultimi sondaggi elettorali, che mostrano Biden sempre più saldamente in testa e che, se si votasse oggi, avrebbe la certezza di conquistare la Camera e molte probabilità di avere la maggioranza al Senato e il “titolo” di Presidente. Il che seppellirebbe sotto una sonora risata gli eventuali tentativi di contestazione del voto da parte di Trump.

Con queste rosee prospettive non penso che i democratici accetteranno le avances di Trump per varare il super Piano economico prima delle elezioni. Come un ciclista in crisi, Trump sta tentando di tutto per rimanere agganciato alle ruote del fuggitivo Biden. Sembra che abbia proposto alla capogruppo democratica della Camera Nancy Pelosi uno stanziamento addirittura superiore a quello preteso dai democratici, pur di avere l’accordo subito. Ma la leader dei deputati democratici ha avuto buon gioco a rispondere che ogni proposta che arriva da chi solo pochi giorni fa aveva abbandonato sprezzante il tavolo delle trattative, manca di ogni minima serietà. Del resto i democratici non hanno proprio nessun interesse a regalare ora un accordo a Trump, che sicuramente li ringrazierebbe prendendosi tutto il merito. Meglio per loro abbandonarlo al naufragio elettorale per poi varare da soli un Piano col copyright democratico a gennaio e farlo firmare al Presidente Biden.

Del resto il trimestre che manca da oggi ad allora verrà sicuramente coperto dalla pietosa supplenza delle erogazioni di emergenza della FED di Powell, che basteranno a tenere in piedi la baracca.

Questo scenario pare piuttosto accattivante per i mercati, che da qualche giorno sono diventati democratici e si preparano a saltare sul carro del vincitore.

L’indice azionario SP500 è così riuscito non solo ad entrare nell’area di resistenza che ho indicato ieri, compresa tra 3.500 e 3.540 punti, ma per un paio d’ore (all’incirca tra le 19 e le 21 italiane) si è portato addirittura al di sopra, segnando un massimo a 3.550, che equivale, per chi non avesse percepito l’odore dei massimi storici, a meno di un punto percentuale dal record assoluto di 3.588 del 2 settembre scorso.

Ma nell’ultima ora si sono intensificate le prese di beneficio e l’indice è così tornato nella scatola, andando a chiudere la seduta a 3.534 e mancando il suggello di fine seduta. Prendiamo perciò atto che la quinta ed ultima resistenza che lo separa dai massimi storici, per ora, lo ha respinto.

Le sedute di oggi e domani rivestono allora un’importanza cruciale per l’analisi grafica.

Se l’indice riuscirà tra oggi e domani a raccogliere le forze e sferrare un colpo da K.O. all’orso che ieri lo ha respinto nel finale di seduta, vedremo la rottura dei massimi ed il cambio radicale di scenario. La correzione risulterà conclusa, anzi troncata e mancante della normale onda C, tipica delle correzioni.

Non solo. Il conteggio delle onde ci direbbe che l’impulso rialzista sta formando l’onda 1 dell’onda (5) di grado maggiore. Il ribasso che avverrà (è ovvio che un ribasso prima o poi ci dovrà pur essere) disegnerà non più l’onda C, ma solo l’onda  2 ribassista dell’onda (5), che dovrebbe guidare il pullback a fermarsi al di sopra di 3.430. 

Ciò significherebbe che i minimi del 24 settembre non verrebbero più testati. Si tratterebbe di uno scenario molto rialzista, con implicazioni molto invitanti anche in ottica di medio-lungo periodo.

Ben diversa sarebbe la musica se le prese di beneficio si intensificassero in questi giorni al punto di far scendere l’indice sotto 3.460. Questa inversione di tendenza sarebbe il segno che siamo ancora nella correzione autunnale, anzi, che il massimo di ieri ha completato l’onda B ed è iniziata l’onda C ribassista, che dovrebbe portare nuova incertezza sul mercato azionario e concludere la correzione molto più in basso dei minimi di 3.209 del 24 settembre scorso.

Quale di queste due melodie, assai diverse tra loro, sentiranno le nostre orecchie nei prossimi giorni? Lasciamo che siano i mercati a suonarla. Forse dipenderà dalla capacità di reazione di Trump alle sventure elettorali. Se, come un pugile ormai suonato, collezionerà altre gaffe dopo quelle delle ultime settimane, che gli sono costate almeno 7-8 punti percentuali di allargamento dello spread a favore di Biden, i mercati potrebbero forse trovare la forza per anticipare fin da subito la luna di miele col nuovo Presidente degli Stati Uniti, prima ancora del voto.

Ma se, al contrario, qualche mossa azzeccata del vecchio showman riuscisse a ridurre le distanze, l’incertezza tornerebbe a paralizzare i compratori e convincere i venditori ad intascare i profitti, causando la continuazione della correzione ribassista. Lo stesso risultato si avrebbe se un Trump disperato tirasse fuori  dal cilindro qualche mossa clamorosa pur di costringere gli americani a confermarlo alla Casa Bianca.

Quali potrebbero essere? E’ difficile anticipare quello che frulla nella mente di Trump. Spero che non scelga quella che nella storia americana ha sempre funzionato: la guerra. Gli americani, in guerra non cambiano mai il Commander in Chief. Lo abbiamo visto nel 2003 con George W. Bush, uno dei peggiori presidenti della storia americana, confermato al secondo mandato perché bisognava portare a termine la guerra contro Saddam Hussein e trovare le armi di distruzioni di massa, risultate poi un pretesto inventato dalla CIA.

Magari questa volta Trump potrebbe limitarsi a riaprire la guerra commerciale alla Cina con nuovi e feroci dazi.

Oppure potrebbe attaccare l’Iran, con l’aiuto dei suoi amici Sauditi, sprofondando nuovamente il Medio-Oriente nel caos.

Quel che mi sembra improbabile è che Trump accetti la deriva fallimentare, verso cui pare incamminato, senza provare qualche colpo basso. Passerebbe per un perdente che non combatte.

E si esporrebbe alla medesima presa in giro che lui solitamente rivolge ai suoi avversari.

 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online