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Padre Occhetta: la giustizia della Bibbia, spazio di riparazione

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Image from askanews web site
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Milano, 25 lug. (askanews) - "Per la Bibbia la giustizia penale cura le relazioni ferite e il suo significato a livello giuridico rimanda ad una doverosità verso gli altri e ad un'esigibilità verso sé stessi. Il suo significato è continuamente provocato da una domanda morale: 'Chi è l'altro per me?' e dal senso ebraico della giustizia intesa come solidarietà alla comunità di appartenenza che porta a dire 'Per quanto sia difficile, io sono sempre responsabile dell'altro'". Lo scrive padre Francesco Occhetta, docente alla Pontificia Università Gregoriana e coordinatore progetto "Comunità di connessioni" nel suo ultimo editoriale, dedicato al tema della giustizia.

"La Genesi - ha aggiunto il religioso - senza edulcorare la realtà, racconta storie di conflitti violenti tra fratelli come quelli tra Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Esaù e Giacobbe, Giacobbe e Labano, Giuseppe e i suoi fratelli. Nella Bibbia, la fratellanza non è data biologicamente ma è un punto di arrivo, non ha nulla a che vedere con i legami di sangue. L'uomo è 'per natura' fratricida, mentre 'per cultura' può diventare prossimo e giusto. L'essere giusto o ingiusto, infatti, non dipende dall'obbedienza a una norma imposta, ma dalla capacità di riconoscere nel volto dell'altro la propria dimensione di persona giusta, come è stato Gesù che porta sulla croce il peso dell'ingiustizia. L'altro è innanzitutto Dio, ma è anche il fratello, il prossimo, l'altro uomo che esige il riconoscimento della sua vita".

"Ricostruire la verità di una relazione spezzata è il fondamento di ogni riforma della giustizia. Per questo, la morale biblica concepisce la giustizia penale secondo alcuni princìpi: 1) 'Non giudicare ma rieducare il colpevole'. Caino, l'archetipo dell'assassino, non viene abbandonato a sé stesso, non è escluso dalla premura di JHWH. La tsedaqah di JHWH prevede per Caino un lungo cammino di espiazione e di riabilitazione dopo la cacciata dal giardino. 2) 'La responsabilità nell'esecuzione penale è oggettiva', diventa soggettiva e individuale solamente nel diritto romano. La vittima deve ritrovare ciò che le è stato tolto: o il colpevole assume la propria responsabilità risarcendo del danno la vittima (o i suoi familiari), oppure la responsabilità ricade sull'intera comunità. 3) 'Il dovere di bonificare la terra' quando viene macchiata dal sangue del fratello. Altrimenti il frutto non crescerà più per nessuno nel luogo del crimine, nemmeno per le vittime o per gli estranei all'azione violenta, perché il luogo della relazione e della reciprocità è stato turbato. 4) 'Nella colpa, la propria pena', ha ribadito nel 1987 il cardinale C.M. Martini parlando ai detenuti del carcere di San Vittore: 'Nella colpa è insita una sofferenza, una umiliazione e una esclusione dalla comunione pacifica degli uomini'. La funzione della pena è trasformare la colpa in responsabilità per riabilitare a un nuovo inizio. La giustizia biblica punisce severamente il male fatto, ma salva chi lo ha fatto".

"Anche in queste settimane di dibattito ci si divide tra giustizialisti, che fondano la loro idea di giustizia sulla vendetta, e permissivisti, che minimizzano l'accaduto. Tutto questo però cambia quando la giustizia riesce a toccare la carne e gli effetti del male compiuto. In quale modo è possibile garantire la certezza della pena insieme alla certezza della rieducazione? Con un tasso di recidiva che si aggira intorno al 68% e una spesa di solo 95 centesimi al giorno per la rieducazione dei detenuti il modello di riabilitazione previsto dall'art. 27 della Costituzione. Nonostante l'inerzia del sistema giudiziario, e anche se le forze politiche stanno remando contro, «la riforma deve essere fatta, con gli aggiustamenti tecnici necessari, perché lo status quo non può rimanere tale» ha sottolineato in Parlamento la Ministra Marta Cartabia. La riduzione dei tempi dei processi imposta all'Italia dall'Ue invece di unire il Paese, rischia di spaccarlo, perdendo quindi i finanziamenti del Pnrr".

La crisi nasce da lontano: il modello vigente di «giustizia retributiva» è ormai arrivato al suo massimo grado di positivizzazione. E di questo è sintomatica anche la scomparsa del nome 'grazia' al Ministero di Giustizia. In quella parola si rinchiudeva un distillato di civiltà. Oggi la riforma ci impone un salto culturale: la giustizia deve essere ispirata dalla cultura della riparazione. Una giustizia che, quindi, superi l'intimidazione della pena, scommetta sulla riabilitazione del detenuto, tenga in conto del dolore della vittima, preveda il ripristino dell'oggetto o della relazione rotta".

"Come insegnamento - ha concluso padre Occhetta - la Bibbia ci ricorda di 'non commettere ingiustizia in giudizio; non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia» (Levitico 19,15) perché 'il giusto sarà sempre ricordato' (Salmo 112)".

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