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I paradisi fiscali Ue remano contro la Global Tax

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Global tax (Photo: Getty&HP)
Global tax (Photo: Getty&HP)

C’è un ostacolo lungo il percorso che dovrebbe portare 139 Paesi sotto l’ombrello dell’Ocse ad approvare entro il 2023 una tassa minima globale per contrastare la concorrenza sleale dei paradisi fiscali. Quell’ostacolo si chiama Unione Europea. Il segretario generale dell’Ocse ha diffuso l’ultimo aggiornamento sullo stato dei lavori in vista del G20 dei ministri delle Finanze che si terrà l′8 e il 9 luglio all’Arsenale di Venezia. È il frutto di lunghe e complesse trattative condotte a Parigi e suggellate dall’importante traguardo siglato il 1° luglio in un incontro virtuale tra tutti i funzionari degli Stati membri. Alla fine anche Cina e India hanno detto sì alla proposta fiscale che secondo i piani tra due anni potrà applicarsi alle multinazionali che scelgono come sede i Paesi con un prelievo più basso. In calce al report che verrà discusso nella città lagunare dai governi delle più importanti economie del mondo è riportata la lista dei Paesi che hanno aderito al progetto. Sono 131 su 139. Detta altrimenti, otto Stati per ora hanno rifiutato l’intesa per una aliquota minima al 15%. Ma il dato singolare è che la metà di questi Stati fa parte dell’Unione Europea. Sono Irlanda, Estonia, Ungheria e Cipro. Un’opposizione di non poco conto dal momento che complica l’adesione dell’Ue alla tassa minima globale. In materia di tassazione infatti a Bruxelles è richiesta l’unanimità dei 27 quando c’è da adottare regolamenti o direttive, incluse quelle per recepire gli accordi Ocse.

Oltre ai quattro Paesi Ue a non aver sottoscritto l’accordo fiscale sono stati il Kenya, la Nigeria, lo Sri Lanka e le isole caraibiche di Barbados e Saint Vincent e Grenadine. Ma gli occhi, ovviamente, sono puntati sul Vecchio Continente. Il presidente americano Joe Biden, promotore...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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